come i rapper italiani hanno creato uno stile

"Mentre il tamarro è un fenomeno mondiale che si declina localmente come guido, bro, chav, lo zarro è totalmente italiano."

di Tommaso Naccari
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09 settembre 2016, 9:35am

"Ho fatto il coca rap prima dei rapper ad Atlanta" è probabilmente una delle rime più significative e memorabili nell'accezione base del termine di Puro Bogotà, brano del 2007 di Vile Denaro e manifesto della Dogo Gang. Due anni dopo, nel brano Ragazzi Fuori — mentre dà il cinque a una fila di bambini come un calciatore all'ingresso in campo e, nello stacco successivo, in sella al suo quad — Gué Pequeno dice di girare con "Franco, Fabrizio, Domenico, Vincenzo, Romeo, Emiliano" per poi constatare stupito "e il giornalista dice che faccio l'americano?"

Può sembrare banale e anche un po' paraculo: come può qualcuno che fa rap non volere sembrare un americano? Siamo onesti: l'estetica rap è stata a lungo fortemente in fluenzata da ciò che accadeva a Brooklyn o a Los Angeles, per dirne due di allora, come continua a esserlo con Chicago e Atlanta.

Ma all'inizio degli anni Zero i Club Dogo hanno italianizzato questa sorta di ispirazione e l'hanno resa, dallo scimmiottamento che era, piuttosto un consapevole inquinamento, voluto e rielaborato. E questo vale per la musica come vale, ancora di più, per la moda. Infatti, se da un punto di vista musicale troppo spesso una componente soggettiva rende quasi impossibile dimostrare con certezza che no, i Dogo non sono (solo) la copia di qualcosa di americano, la moda è molto più concreta e offre una serie di prove a conferma molto più interessanti.

Infatti: i Dogo non sarebbero i Dogo se non fossero zarri. Anzi, a dirla tutta, i Dogo non sarebbero i Dogo se non fossero nati zarri. Il gran merito dei Dogo —anche se sarebbe più opportuno allargare alla Dogo Gang, a Caneda e Marracash — è in effetti un non merito, per il semplice fatto che nascere zarri non è stata una loro scelta consapevole, ma è capitato. Lo zarro è lo state of mind delle periferie italiane, dove sono cresciuti. La loro vera scelta è stata quella di non abbandonare lo stile dello zarrogante in favore dei rapper americani, come fino alla fine degli anni '90 avevano invece fatto tutti — i Colle, Kaos, o qualsiasi altro rapper fuori dall'area milanese.

Ora, il concetto di zarro è abbastanza diverso da quello di tamarro/protagonista di Jersey Shore. Mentre il tamarro è un fenomeno mondiale che si declina localmente come guido, bro, chav, lo zarro è totalmente italiano. E si riassume in quanto segue: pantaloni della tuta in acetato, canottiera, giubbino di pelle, cappelletto con la visiera accartocciata, anelli, fumaccio, Booster, le paste. Tutte queste caratteristiche, nell'immaginario condiviso, corrispondono ai Dogo —e per tornare ellitticamente al punto di partenza, se i Dogo cercavano di dimostrare di non essere americani, be', ci sono riusciti. Insomma, la periferia italiana non è il ghetto, i Dogo non sono neri, vivono in un paese bianco e vecchio. La loro realtà è diversa, perché non dovrebbe esserlo il loro stile? I Dogo hanno preso la realtà, l'hanno descritta, lo zarro ci si è ritrovato. Sembrerebbe semplice, ma nessuno l'aveva mai fatto prima.

Per quanto non sia solo la rima a fare la moda, è impressionante vedere — o meglio ascoltare — quanto alcuni dettagli, alcuni indumenti, alcune marche che sono comparse per la prima volta nelle canzoni dei Dogo siano ancora oggi al centro dell'immaginario della moda rap. I Dogo si sono fatti non solo portatori ma "maestri" di quello stile. Pur non essendo una cosa voluta — un branded content, per intenderci — hanno fatto di questa estetica un proclama che si declina e si reitera.

Se Jake La Furia è il più zarro, Gué Pequeno è sicuramente colui che ha stabilito i dettami dello stile Dogo. Ascoltando quasi a caso qualsiasi canzone del suo secondo mixtape da solista (Fastlife Mixtape vol.2, 2009), possiamo trovare un accorgimento, un'indicazione, una direttiva: si fa questo, non questo, questo è ok, questo no. "Vesto Gucci, fra, no Stussy", canta Gué ricordandoci che così, di base, becca sempre new pussy.

Nel 2004, mentre stava alla finestra del suo quartiere glamour a gremare, sarebbe sceso "dal cavallino Polo" e ci avrebbe "preso a mazzate". Erano i tempi di Tacchini ("Bella Sergio"), la felpa Ecko con il rinoceronte sul petto, i vestiti comprati su www.recessionclothing.net, zio.

E nella descrizione perfetta del ragazzo della piazza, come lo chiameranno in un featuring con Ensi nel 2012, non può mancare un'ampia parentesi dedicata alle sneakers. In realtà questo, insieme al culto del bling bling che ha portato Gué ad aprire una gioielleria a Lugano, è una delle cose più genuinamente importate dall'America. Il vero sneaker addict arriva da lì, un italiano può solo guardare e imparare.

Delle sneakers i Dogo hanno fatto una caratteristica inscindibile, fin dal 2004 con le tute di nylon e le felpe da Mike Iron c'erano le nuove Nike da tre gambe al paio. Non semplici Nike. "Nuove Nike". Nulla di strano se si pensa che "dai tempi delle Agassi averle sporche mi ripugna," rivela Jake nel 2010. Proprio "Nuove Nike" di Che Bello Essere Noi rappresenta il manifesto della passione per le scarpe: è come iniziare un tour virtuale in un Foot Locker personalizzato made in Dogo Gang —"Zio ho talmente tante Silver che la stanza è luccicante;" only Nike "Tu puoi andare a fare in culo con le Bikkembergs".

Non solo: oltre a essere fashion addict hanno reso "moda" cose che non si possono mettere né ai piedi né al collo. La loro influenza è stata così fruttuosa che insieme al vestiario hanno fatto entrare nell'immaginario del rap italiano anche una serie di elementi, personaggi e stili di vita che gli erano estranei, e che sono del tutto estranei a quello d'oltreoceano.

Se in piazza i Dogo sono un'icona di stile talmente affermata che la gente gli chiede "le dritte sulle —appunto— Nike," a loro si fa riferimento anche per "le retti che sul booster, i pesi dentro alle buste"— e tutto questo è culto, stile di vita. Jake "sa le mosse giuste sui fatti di street life", e proprio nell'ambito della sua street life la cosa che gli viene più spontanea è rappare sui cut di Ricky Lee Roy. Anche qui la questione è essere ed essere stati, o perlomeno aver vissuto come, uno zarro di periferia. Aver poi importato quegli elementi solo italiani nelle canzoni, e averne fatto un dogma. Il primo pensiero va di certo al Booster, che con i Dogo è cresciuto, fino a diventare "un T-Max opaco nero, che è un Booster 2.0."

Ovviamente c'è anche la droga, un immaginario che dai primi anni 2000 si è evoluto fino alla lean, il bicchiere viola e tutto quel mood rallentato da codeine addict. Una realtà fino ad allora sommersa che i Dogo hanno tirato fuori, descritto, e a cui hanno dato un volto pubblico immortalandola nei suoi elementi fissi: hanno fatto capire come si vestiva, come si muoveva, come si comportava, cosa assumeva e cosa vedeva il tossico della periferia italiana.

Ciò che rende genuino il passaggio dal culto dello stile americano al delinearsi di uno stile italiano è il fatto che il modo di vestirsi e i riferimenti siano cresciuti e maturati con gli esponenti della gang e la loro musica.

E la storia gli sta dando ragione: anni dopo che hanno sdoganato lo stile zarro come punto di riferimento del rap italiano, le nuove generazioni hip hop, e non solo, l'hanno fatto loro. Prove alla mano: rimanendo nel territorio di Fastlife mixtape vol.2, tra i banger c'è Seconda Pelle. In questa traccia Gué ci rivela cosa vestirà il giorno del suo funerale, gli stessi jeans Evisu che, qualche anno dopo, in Spacco Tutto, i cloni di Jake La Furia non potranno permettersi perché stanno a 500 l'uno. Ma soprattutto cita le Nike Huarache, che al momento in cui scrivo sono ascese a must have contemporaneo, tanto che Foot Locker lancia da un anno a questa parte continue limited edition del modello. FMV2 è uscito nel 2009. Sette anni fa. Nella seconda strofa Neda attraversa il Nilo su una Bape Milo. Milo è la mascotte del marchio Bape, che in questo 2016 sta tornando alla ribalta con testimonial come Future e Mario Balotelli. Era sempre il 2009. Sempre sette anni fa.

Ma la vera mossa che ha reso i Dogo i vati dello stile rap contemporaneo italiano è stato senza dubbio il singolo  Il Ragazzo D'Oro del 2011. Se non avete troppa confidenza con il rap, è quella in cui Caneda chiude ogni barra con bianco, concedendosi un blanco e entrando di diritto nella storia. Il ragazzo d'oro descritto, aka Gué Pequeno, oltre a bere Sapporo e fumare Malboro veste un particolare indumento: la maglia Polo di cui già nel 2004 si fregiava. Se facciamo fast forward a cinque anni dopo — be', i "cavallini", come cantano Sfera Ebbasta e la Dark Polo Gang, sono ancora sul petto (e sulla testa) di molti rap addict, spesso "bianco collo alto come Cantona", come canta Rasty Kilo.

E oggi che i rapper parlano di TN Squalo e "Scarpe da Pusher", non sarebbe strano dire che se in Italia chi ascolta rap si veste così e se da Foot Locker ti vendono una scatolina per pimpare le tue sneaker, in parte, è merito dei Dogo.

Articolo pubblicato su VICE Magazine, A12N2: In due senza casco.

Crediti


Testo Tommaso Naccari 
Foto via Pinterest

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