Tomaso Binga, Autoritratto, 1971. Courtesy galleria Tiziana Di Caro, Napoli. Collezione Nicoletta Fiorucci, London.

vezzoli accende la rai

Come faceva la televisione italiana degli anni Settanta a produrre riti e miti duraturi ancora oggi? Siamo andati a visitare la mostra TV 70 di Francesco Vezzoli alla Fondazione Prada di Milano.

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mag 9 2017, 11:15pm

Tomaso Binga, Autoritratto, 1971. Courtesy galleria Tiziana Di Caro, Napoli. Collezione Nicoletta Fiorucci, London.

Si arriva alla Fondazione Prada ad orario antelucano per il mondo della press di settore: le dieci del mattino spaccate. In punto per l'apertura. Si cerca così di bruciare sul tempo le corrieriste [da Urban Dictionary: giornaliste di grandi testate che hanno ormai superato i 60, scrivono di moda o di arte, si sono guadagnate status nel rampantismo 80s ed ora se lo godono. Sono quelle che (non) fanno iniziare tardi le sfilate, per intenderci. E che spazzolano i buffet]. E in effetti, forse perché qualcuno fiaccato dalla festicciola molto privée organizzata la sera prima, si trova campo piuttosto libero.

Interpolazione: Festa a cui il sottoscritto non è ovviamente stato invitato, ma che grazie a insider attentissimi possiamo qui riassumere per sommi capi. Si dice ci fossero proprio tutti, da Miuccia e Bertelli ovviamente padroni di casa a celebrity tanto nostrane quanto world-famous che sono poi il core business della mostra. E quindi Susan Sarandon e Milla Jovovich fino a sua maestà Bianca Jagger (giunta dicono i bene informati non a bordo di equino, ma comunque rimasta in pista fino a tarda notte nonostante i 72 anni di amazingness sul groppone. Del resto, come diceva la Pizia: si può togliere una ragazza dallo Studio54 ma non lo Studio54 da una ragazza) e poi anche Cicciolina al secolo Ilona Staller; si immagina in veste di musa erotica dei tardi '70, ex parlamentare in pieni '90 e anche insider del mondo dell'arte per ex-matrimonio con money-guy del giro di altissima caratura e benchmark nel mondo delle maxi-sculture a palloncino riflettenti e dei palloni da basket in teca.

Lisetta Carmi, I travestiti, 1965, Stampa in argento in gelatina originale. Courtesy Galleria Martini & Ronchetti

Lo squadrone tricolore non da meno schierava Ombretta Colli, Rita Pavone, Ornella Vanoni e Iva Zanicchi. Con show-case dell'Aquila di Ligonchio (Zanicchi) giudicato emozionante anche da giovani gay millenial molto ruvidi e intellettuali e poi performance intima-intimista dell'Ornella forse improvvisata o forse no che passeggia tra gli ospiti in pausa sigaretta, canticchiando suoi cavalli di battaglia con nonchalance e lasciando tutti così a bocca aperta che pare nessuno abbia avuto la prontezza di farle nemmeno una instastory.

Cena placé ma a buffet su carpet Verner Panton -'era tutto semplice ma buonissimo' riferiscono i fortunati commensali intervistati, preferendo però restare anonimi- sempre a tema anni di piombo con il riflusso che si fa nemico archetipico decisamente annichilito, passando qui da ideologico a gastrico, si narra di cocktail di gamberi, salmone, insalata russa, risotto allo zafferano, asparagi, cassatine e financo meringhe. Notevole quindi l'arditezza di menù citazionista con la panna però grande assente, perché troppo ovvia.

Jean Paul Belmondo, Raffaella Carrà Canzonissima, 1971. Courtesy Rai Teche

A seguire movida avanguardista orchestrata da Sergio Tavelli e la Stryxia, gran cerimonieri di cotanto leggendario Plastic (di cui l'artista pare essere assiduo frequentatore ed estimatore) che hanno pompato gli ospiti con reminiscenze danzerecce di epoca Andreotti-Rumor-Cossiga (Mina, Carrà, Amanda Lear) sfociando poi in sane eccezioni edonistico-craxiane (Loretta Goggi senza la sorella Daniela, forse certo Renato Zero post-glam). Il tutto filato comunque liscio, al mattino origliamo scambio di battute tra i baristi del wesandersoniano Bar Luce, a domanda 'Dura ieri sera?' rispondono 'Ma no, pensavamo peggio'.

Ma tornando a noi e comunque limitando gli spoiler.

Si parte dalla Galleria Nord con spirito pedagogico sul rapporto tra mamma Rai e arti, tanti video e approccio quasi scolastico. Sceneggiati storici di Luca Ronconi e teoricismo anche artistico che visto oggi provoca una tenerezza strana, come di madeleine concettuale avvelenata eppure innocua, essendo stati pur sempre vaccinati da anni di Mediaset.

Libera Mazzoleni, Luca, 2-49, 1977. 16 fotografie con intervento tipografico e grafico. Foto: Claudia Cataldi, Prato. Courtesy Frittelli Arte Contemporanea, Firenze

Si salgono quindi le scale accedendo al primo piano del Podium, e qui inizia il feticismo vero. Il setting è nero e realizzato da M/M Paris, in un buon punto ideale sospeso tra Archizoom (che venne prima) e Memphis (che venne dopo) e che nel percorso si colorerà poi in giochi rgb ed enigmismi da sussidiario.

L'esperienza è un tunnel immersivo di telegiornali delle Teche Rai, che si parlano l'uno sull'altro, tragedia su tragedia, terrorismo su terrorismo. Da Piazza Fontana all'attentato di Fiumicino del '73 con un Bruno Vespa giovanotto davanti alle lamiere del volo Pan Am 110 e poi Franco Castrezzati che il 28 Maggio '74 è sul palco mentre a Brescia, in piazza della Loggia, scoppia una bomba fascista durante una manifestazione contro il terrorismo nofascista indetta dai sindacati, e grida 'Restate al centro della piazza, restate al centro della piazza', e poi su su fino al professor Vittorio Bachelet freddato sulle scale dell'Università La Sapienza da un nucleo delle Brigate Rosse con 7 proiettili Winchester, e fino insomma al pentapartito e agli occhialoni grossi di Andreotti e Craxi e Forlani.

Raffaella Carrà, Mago Silvan Canzonissima, 1971. Courtesy Rai Teche

Ed è forse con amarezza che si nota come attraverso il tempo anche il terrorismo abbandoni la dimensione emotiva sfondando quella estetica, gli auricolari da guerra fredda dei cronisti, le edizioni speciali, la sfida a chi ha i revers della giacca più larghi, i nodi Windsor su cravatte optical che sfidano i tubi catodici. E poi la frenesia nera dello spiare su tante digrazie, come un paradiso per vecchie zie ciniche, di quelle che parlano solo di malattie e vanno a tutti i funerali.

Al piano di sotto mega Carla Accardi e femminismo ortodosso. Di quello classico, come quelle mamme che ancora oggi portano le Birkenstock e i capelli corti rigorosamente senza tinta. Si scopre che al referendum sull'interruzione di gravidanza del '78 la regione più progressista fu la Valle d'Aosta, la più conservatrice il Trentino Alto Adige. Bizzarrie alpine.

Penultima sala è la Galleria Sud, sancta sanctorum di cortocircuiti gay e trans, più però in una versione alla carbonara tipo Splendori e miserie di Madame Royale (sopratutto nelle foto pazzesche di Lisetta Carmi) piuttosto che organic e post-ideologica ma militante tipo Gender Revolution di Katie Couric, per intenderci.

Mina Tanto per cambiare, 1971. Courtesy Rai Teche

Ma così sarebbe forse riduttivo. Perché è qui che si rivela il senso di tutta la parata. È qui, in quello spazio impazzito che fu la TV di intrattenimento in un decennio che le permise di fare quello che voleva con chi voleva, come un bambino cresciuto da zie bislacche, Auntie Mame in scamiciato leopardato e ciabatte del mercato, libero di mettersi tacchi e vestiti mentre i genitori sono troppo impegnati con le cose serie, la vita, il lavoro, il terrorismo e la rivoluzione. E forse la rivoluzione la fece davvero la tv, con Stryx di Enzo Trapani e le favole della buonanotte di Cicciolina, Amanda Lear e Grace Jones che canta Anema e core e l'ombelico della Carrà. Una rivoluzione di costume, come si diceva in quegli anni, mentre la politica guardava da un'altra parte. Con fluidità ante-litteram di generi e pulsioni. Una rivoluzione frivola come forse direbbe Natalia Aspesi, che in uno scatto d'annata veglia sull'ultima sala in quello che si direbbe un completo Ferré con spallina da armeria, tra Florinda Bolkan e Marella Agnelli.

E anche se poi le cose cambiarono e l'80 scoperchiò la scatola catodica, l'80 Aperto come da Biennale che infornava socialismo da balera mentre anche l'arte iniziava a parlare di se stessa e non più di quello che le stava intorno, il seme di quella gaiezza frivola ce l'abbiamo ancora dentro anche noi millenial LGBT a giudicare da cosa le gemelle Kessler sono in grado di generare a un livello inaspettato di profondità, in un punto indefinito tra il perineo e le anche.

Si chiude al cinema della Fondazione con opera del 2017 appositamente creata da Vezzoli: montaggio di spezzoni seventies in una sorta di Blob-(quello di Enrico Ghezzi)-divertissement, effettivamente in grado di scatenare risate, come quando Mina risponde suo malgrado scazzata a un Pasolini particolarmente pedante. È un sorbetto delizioso che chiude perfettamente il viaggio, si resta seduti al buio volentieri, aspettando il bis.

Elisabetta Catalano, Giosetta Fioroni and Talitha Getty, 1966 Vintage print. Courtesy Archivio Elisabetta Catalano

Gemelle Kessler, Canzonissima, 1969. Courtesy Rai Teche

Raffaella Carrà Canzonissima, 1971. Courtesy Rai Teche

Fabio Mauri, Il televisore che piange, 1972. Da "I fatti dietro le parole, Ecologia - Happening" in TV Scuola media superiore, dizionario Video still. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

Crediti


Testo Jacopo Bedussi 
Foto Courtesy Fondazione Prada
Immagini della mostra "TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai" Fondazione Prada, Milano. Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti