tutto quello che c'è da sapere sulla biennale di venezia

Anche l'arte si interroga sul futuro. Ci siamo persi e poi ritrovati alla Biennale di Venezia, ecco cosa abbiamo visto.

di Eloisa Reverie Vezzosi
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13 maggio 2015, 10:25am

Dopo 120 anni dalla prima Esposizione Internazionale d'Arte, com'è che la Biennale di Venezia riesce a stupirci ancora una volta?
Nel 2015 Okwui Enwezor è il primo curatore di colore della storia della manifestazione, il nostro attivista dell'arte contemporanea preferito. Da lui ci aspettavamo grandi cose e la nostra attesa è stata ripagata. Con un'attenzione e una sensibilità estrema alla realtà socio-geo-politica mondiale, ha cercato di indagare l'inquietudine del nostro tempo e di renderla comprensibile attraverso l'arte. Il risultato? Una Biennale che riflette sui diritti dell'umanità, che mette a nudo la violenza reciproca tra gli uomini, le diaspore che silenti avvengono ogni giorno, che riconosce il capitale come il più grande dramma della nostra epoca, che dà spazio alla voce delle donne e agli artisti di colore. Con 89 esposizioni nazionali straniere, la Biennale cambia volto. Sulla sua superficie di 46.000 mq + 6.526 mq + 50.000 mq (esclusi quelli dei 44 eventi collaterali!) il Giardino diventa l'anti-giardino perdendo il suo valore salvifico, le Corderie vengono accompagnate da un tunnel che scopre il cielo ma che ha le pareti tappezzate di tessuti rotti, pezze e teli che sembrano condurre in un viaggio della memoria, e ogni luogo dal Padiglione Centrale all'Arsenale è coinvolto in questa visione di critica.
Questo è "All the World's Futures" e la sua riflessione sullo "stato delle cose".

Una volta arrivati, la domanda principale resta una e una sola: "Da che parte cominciare?" Io consiglio di partire dal proprio Stato che anche se piccolo, distante e apparentemente arretrato appagherà momentaneamente la vostra curiosità spingendovi poi a conoscere altri artisti e mondi e per sapere se sono migliori del vostro.

Guardando la pianta del Padiglione Italia come prima cosa sembra di trovarsi davanti allo schieramento di una squadra di calcio (incluse le riserve): 19 artisti, Umberto Eco compreso.

Il Codice Italia è memoria. Ciascun artista si è appropriato della storia rivoluzionandola e facendola accadere oggi. Hanno così tutti creato inedite opere-simbolo e manifesti di poetica come lo stesso curatore, Vincenzo Trione, aveva richiesto.
Appurato che per noi italiani l'unico modo per costruire un futuro solido è conoscere bene il nostro passato, appare necessario rivolgersi verso nuovi codici artistici (indipendentemente dall'ordine alfabetico).

La video-arte ancora una volta si afferma come mossa vincente grazie sicuramente alla Germania, alla Corea del Sud e agli Stati Uniti d'America.

Gli attori che popolano le opere dei tedeschi Olaf Nicolai, Hito Steyerl, Tobias Zielony e Jasmina Metway/Philip Rizk sono figure di ribellione e insieme di riflessione sul "lavoro" e sulla "migrazione". L'immagine in movimento non è solo documentario, ma diventa anche testimonianza e fiction. L'installazione filmica dei coreani Moon Kyungwon e Jeon Joonho racconta il futuro come se fosse una retrospettiva. La protagonista della storia riesce a fare qualsiasi cosa superando ogni tipo di barriera fisica: anche volare. Ma fino a quando ci stupiremo di questo nostro futuro? Ed è questo veramente il modo in cui cambieranno le cose?

E se il futuro arrivasse "without a world"? "Il tempo è l'inizio e la fine della creazione del mondo", afferma Halladór Laxness in "Sotto il ghiaccio". E proprio a questo autore si ispira la riflessione sulla fragilità della natura dell'americana Joan Jonas, figura centrale del movimento della Performance art. Ogni spazio del padiglione USA ospita una creatura, un ambiente e una narrazione a metà tra il video, il teatro e la scultura. Le stanze si animano tra fantasmi di Cape Town provenienti dalla tradizione mitica e le musiche di Jason Moran. Gli animali e i paesaggi canadesi della Nuova Scozia interagiscono con un gruppo di bambini dai 5 ai 16 anni che dà il volto alla storia. Allora forse c'è ancora speranza?

Lontane ma a mio avviso estremamente vicine sono le riflessioni poetiche di Giappone e Svizzera. La giapponese Chiharu Shiota realizza opere con materiali quotidiani e pieni di ricordi incentrandole sulla riflessione tra vita e morte. Per The Key in the Hand, l'artista ha invaso il padiglione con infiniti intrecci di filo rosso alla cui estremità ha posto una chiave. Ognuno di noi possiede un suo scrigno di memorie, esperienze di vita e speranze sul futuro. Ognuno di noi è una chiave. Incontrandoci tessiamo fili e trasmettiamo i nostri veri sentimenti come una pioggia di ricordi che cade dal soffitto e che è catturata dalle due barche della sala. Nessuno si salverà da solo.
Sono senza corpo ma fatte di soli simboli anche le opere di Pamela Rosenkranz. Con "Our Product" l'artista svizzera porta a Venezia l'uomo ma come traccia fluida nel suo continuo divenire. Noi non siamo né l'origine né la fine ma solo tanti momenti, pigmenti, punti e fili. Cosa significa essere "esseri umani"?

Uomo-natura, uomo-animali: siamo consapevoli di non essere soli su questo pianeta? L'Olanda e la Grecia riflettono proprio su questo. Per l'olandese Herman De Vries la natura è la vera opera d'arte, densa di forme, immagini e significati. E con la sua poesia e la sua arte fatta di piccoli oggetti rende il visitatore testimone delle critiche condizioni dell'habitat veneziano. Why you look at animals? chiede Maria Papdimitriou con la sua istallazione portando alla Biennale un vero e proprio negozio di pellami e cuoio. L'uomo si è sempre sentito diverso da tutti gli altri animali a causa del suo egocentrico antropocentrismo, ma la questione è complessa e coinvolge la politica e la storia così come l'economia, l'etica e non soltanto l'estetica. È stata una lupa a rendere possibile la nascita di Roma, non dimentichiamocelo mai.

Per tornare ai "consigli di viaggio" sulla Biennale, è necessario terminare il giro con ironia. 

L'inglese Sarah Lucas unisce scultura e fotografia, umorismo e provocazione. Ispirandosi al Surrealismo per Penetralia e all'arte cicladica di Atene per NUD, l'artista porta a Venezia i suoi calchi in gesso di peni in erezione e le sue figure astratte biomorfe realizzate con collant imbottiti che suggeriscono immagini di seni e orifizi.
Sicuramente tutte queste opere sarebbero andate nell'edicola di "Materiali per adulti, vietato ai minori" dello spagnolo Francesc Ruiz. Ma nei padiglioni della Biennale, alle opere è vietato sconfinare.

La Spagna è posta sotto l'ala protettiva di Dalì, maestro e fonte di ispirazione nel suo essere complesso e provocatorio. Tra i tre progetti dei tre artisti presenti, Pepo Salazar unisce gli oggetti più diversi, dalle parrucche a vasche di patatine al formaggio, con i miti della cultura bassa e popolare, di cui Britney Spears è l'emblema. Le strutture presentate sono complicate come è multiforme e varia la realtà che ci proponiamo di indagare. Ma questa che vi ho raccontato è solo una piccola parte della Biennale, c'è letteralmente un intero mondo da scoprire. E tenete d'occhio i visitatori, potreste guardare la stessa opera del vostro idolo, ad esempio Rick Owens.

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi
Immagini Caterina De Zottis

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