viaggio nell’italia anni ’60 della bohème in fuoriserie

Mariella Milan, curatrice della mostra Boom 60! Era arte moderna, ci parla del ruolo dell’artista nell’Italia del rotocalco e ci spiega come, allora come nell’era post-digitale, l’importante resti la specificità del proprio sguardo sul mondo.

di Francesca Milano
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16 novembre 2016, 10:45am

Alberto Sordi alla Biennale di Venezia

Amarcord fin dal titolo, Boom 60! Era arte moderna, la nuova mostra del Museo del Novecento di Milano, ci porta attraverso un'Italia raccontata come un radiodramma filtrato dalle gracchianti casse di una radio a transistor. È l'Italia intellettuale dei salotti letterari, l'Italia luccicante delle gemelle Kessler che abbagliano migliaia di telespettatori scivolando nei loro completini appariscenti, è l'Italia delle dive, Sophia Loren e Gina Lollobrigida, sofisticate e sensuali tra labbra di velluto e unghie a mandorla, l'Italia delle macchiette di Alberto Sordi, l'Italia che vive nelle parole nostalgiche dei nonni e nelle fotografie dai contorni bruciati. Per farla breve è l'Italia del "boom", di quel "miracolo economico" che in quegli anni travolse qualunque realtà, soprattutto il mondo dell'arte.

Con oltre 140 opere di pittura, scultura e grafica ed un ampio archivio di rotocalchi e riviste culturali - settimanali come Epoca, Oggi, Gente, Tempo, L'Espresso, Le Ore, Lo Specchio, La Tribuna Illustrata; mensili come Successo, L'Illustrazione Italiana, Panorama - Boom 60! racconta l'arte ed i modi di raccontare l'arte nell'Italia dei primi anni '60. Tra le pareti del Museo del Novecento, si instaura un fervido dialogo tra le opere di Modigliani e Fontana e le copertine delle riviste, tra la Biennale e le inchieste, tra Bernard Buffet e Picasso e le rubriche di gossip. Dall'onnipresenza sulle pagine dei rotocalchi alla divizzazione il passo è breve e ben presto gli artisti diventano il soggetto di un'idolatria collettiva, le stelle del cinema diventano muse, i lettori si improvvisano collezionisti e la mania per l'arte impazza in ogni angolo dello stivale.

Se pensate però che Boom 60! sia soltanto un crogiolarsi nello splendore del passato, siete fuori strada. Si tratta di una mostra che, fra le righe, parla anche del nostro tempo. Allora erano televisori squadrati e radioline portatili ad entrare prepotenti nelle case, oggi sono gli schermi degli smartphone: in ogni caso si tratta di due momenti storici investiti da un sovraccarico di immagini e notizie. Anche per quanto riguarda il ruolo delle donne le cose non sono cambiate poi tanto. Gina Lollobrigida fu la musa dietro i dipinti di Dova e Mondaini, Peggy Guggenheim la collezionista più celebre del momento: negli anni '60 le donne ricoprivano già un ruolo fondamentale, ma quello dell'arte era ancora un settore prevalentemente maschile, e se è vero che oggi ci sono più artiste donne, il bilancio finale resta ancora nettamente impari. La critica di allora all'astrattismo di Pollock, al polimaterismo di Baj o a quel "magazzino di cianfrusaglie" che era la Biennale ci ricorda poi i dubbi di oggi sul coinvolgimento di nuovi media nella creazione artistica.
"Ogni epoca si trova a confrontarsi con mezzi e linguaggi che devono ancora entrare a far parte della tradizione artistica, e vengono percepiti come non sufficientemente nobili, o a cui comunque il palato del pubblico non si è ancora abituato", ci spiega Mariella Milan, una delle curatrici, mentre ci conduce alla scoperta del panorama culturale e del ruolo dell'artista negli anni '60.

Stracci e chiodi sulla laguna, Gente, 1960

La mostra si snoda attraverso quattro sezioni e segue un percorso ben preciso. Ci racconta qual è stato il filo logico che ha portato a questa strutturazione?
Da un lato le riviste di attualità portavano avanti, talvolta anche in modo violento, polemiche come quella tra astratto e figurativo, categorie che tendevano a fagocitare qualsiasi sfumatura. O si scagliavano scandalizzate contro l'uso di materiali "poveri" (i sacchi di Burri che diventano "stracci", i ferri di riutilizzo di Colla o le Compressions di César, che diventano "rottami") e procedimenti artistici non tradizionali. La prima sezione, Grandi mostre e polemiche, rende conto di questa vis polemica dei rotocalchi, che tendeva a esplodere soprattutto in occasione delle grandi rassegne, come le Biennali di Venezia.

D'altro canto si volevano documentare anche le modalità di rappresentazione degli artisti più presenti sui rotocalchi, quindi le diverse tipologie di artisti che, per vari motivi, venivano proposti ai lettori e, talvolta, presentati come veri e propri divi, come Picasso, "l'immortale da vivo", Renato Guttuso o Bernard Buffet. Di qui la seconda sezione, Artisti in rotocalco.

La divizzazione degli artisti è poi un'altra faccia della necessità, da parte di riviste popolari destinate al grande pubblico, di accostare un tema "alto" come quello dell'arte a uno più popolare come quello delle celebrità del cinema, della tv, dello sport o del jet set internazionale. Di qui la terza sezione, Artisti e divi, che in mostra rappresenta questo fenomeno soprattutto attraverso il genere del ritratto.

Renato Birolli, Ondulazione marina

L'ultima sezione racconta invece la grande espansione del mercato negli anni del "boom", soprattutto nei primissimi anni Sessanta, quando per un attimo parve che l'arte dovesse entrare nelle case di tutti gli italiani come era avvenuto negli anni precedenti per televisori, frigoriferi e altri oggetti di consumo. Ne sono protagonisti alcune figure di collezionisti, come Guglielmo Achille Cavellini o Germana Marucelli; il mercante d'arte per eccellenza di quegli anni, Carlo Cardazzo; la cosiddetta "bohème in fuoriserie" (ossia gli artisti di grande successo commerciale) e le modalità con cui le riviste rendevano conto ai loro lettori - talvolta individuati come futuri o aspiranti collezionisti - dei meccanismi del mercato e del sistema dell'arte.

Al quarto piano del museo, invece, una selezione di riviste originali dell'epoca è allestita con altri criteri: non più secondo la logica tematica del percorso al piano terra, ma secondo una logica editoriale di formati e tipologie di contributi: dalla critica delle rubriche d'arte alla cronaca dei resoconti illustrati, delle inchieste e dei profili biografici degli artisti; dalla pubblicità alle strenne e agli inserti speciali dedicati all'arte; dall'illustrazione alle rubriche più varie: lettere, umorismo, cronaca spicciola, programmi tv.

L'espresso, 11 aprile 1965

Sulla base di quali criteri lei e la sua collega Desdemona Ventroni avete selezionato le opere esposte?
A partire da quanto pubblicato sui rotocalchi tra gli anni '50 e i primi '60, abbiamo individuato, e chiesto in prestito, opere riprodotte sulle riviste di attualità in relazione a polemiche in corso, alla rappresentazione degli artisti o a eventi specifici. Nel caso non fossero disponibili al prestito, abbiamo selezionato, quando possibile, opere analoghe da un punto di vista linguistico.

Da dove vengono le opere incluse? Ce n'è qualcuna con una storia particolare?
Il Nudo di Alberto Viani è un'opera emblematica del difficile rapporto tra il pubblico e la scultura moderna. Esposto alla Biennale del 1958 in una sala di opere in gesso dedicata allo scultore, divenne celebre grazie a una fotografia, pubblicata su "Oggi" in un resoconto da Venezia, di Alberto Sordi, già attore simbolo dell'italiano medio, che, con aria perplessa, infila la testa nel foro al centro.

Il tema del buco, nato nell'ambito della figurazione biomorfica (si pensi ad Arp e Moore già negli anni Trenta) e poi reso popolare da Lucio Fontana, in quegli anni diventa il simbolo di un'arte moderna incomprensibile e lontana dal pubblico.

Un'altra opera che, pur con una vicenda diversa, rende conto di questo medesimo tema, è la Piastra di Aldo Calò, premiato alla Biennale del 1962 per sculture in bronzo e legno lacerate da buchi e ferite, ribattezzate da "Lo Specchio" "il buco da un milione". Poco tempo dopo Calò propose la stessa idea - in grande scala - al concorso per il Monumento alla Resistenza di Cuneo. La sua lastra bucata risultò vincitrice ma non venne mai realizzata, scatenando una lunga polemica proprio sulla leggibilità, da parte del grande pubblico, dei simboli dell'arte moderna.

Un tema che emerge dal percorso è l'intersettorialità. Pensa che esista una relazione tra la tendenza di allora da parte degli artisti a far sentire la loro voce in campi diversi e quella di oggi di definirsi "multitasking"?
In realtà, in mostra questo tema dell'intersettorialità emerge soprattutto per rendere conto della complessità e della "rotondità" di alcuni personaggi che scrivevano sui rotocalchi. Le loro voci - si sono scelti a titolo esemplificativo Dino Buzzati, Renzo Biasion e Brunetta ma in realtà gli esempi sarebbero stati tanti, da Amerigo Bartoli a Emilio Tadini - erano familiari ai lettori dei rotocalchi, ma la loro attività artistica, critica o letteraria andava ben oltre quella dimensione.

Enrico Baj, Montagna con sole

Gran parte della mostra è dedicata al rotocalco. Pensa che la carta stampata mantenga tuttora un valore aggiunto rispetto al digitale?
Penso che siano importanti specificità e qualità: carta stampata e digitale hanno esigenze e modalità comunicative differenti, ma in entrambi i casi quello che mi interessa quando leggo è la qualità dei testi e/o delle immagini, l'indipendenza dei contenuti dal punto di partenza del comunicato stampa e dalla pubblicità in tutte le sue forme. All'epoca del boom come oggi, al di là del contesto storico completamente diverso, si percepiva un peso specifico diverso leggendo pezzi di autori che raccoglievano informazioni di prima mano e sapevano riversare nella pagina la specificità del proprio sguardo sul mondo.

Tra le riviste e i quadri esposti, si sente legata a qualche pezzo in particolare?
Per quanto riguarda le riviste, vederne tante una accanto all'altra è, per me che le ho studiate e guardate per anni, un'occasione ghiotta e una festa per gli occhi. Difficile scegliere, anche se Donna di quadri, servizio di "Le Ore" del 1962 dove il gallerista Mino Pater propone i Metalli di Fontana a una bagnante in bikini sul molo di Rapallo, per poi ballare il twist in galleria, mi stupisce ogni volta che lo rivedo.

Mi pare che in mostra ci siano molte opere belle da guardare, al di là del loro specifico significato e valore all'interno del percorso: dal Sacco di Burri della collezione Prada a Circus di Rotella, della collezione Peruz. Trovo che l'Edicola di Guttuso, in collezione privata, sia un pezzo bellissimo, di grande impatto visivo oltre che emozionante da vedere nel contesto di una mostra sul linguaggio dei rotocalchi.

Ma è stata appassionante anche la ricerca nei depositi del Museo del Novecento: opere come Mercato delle erbe di Mafai, acquistato alla Biennale del 1958, Notturno a Torino di Casorati, Decorazione di Nando, fatto usando diversi tipi di chiodi e rifiutato alla Biennale del 1954, sono state scoperte entusiasmanti, oltre a rivelarsi preziose per il discorso da svolgere in mostra; le due tele di Bernard Buffet, parte della collezione Boschi-Di Stefano, che oggi difficilmente rientrerebbero nel percorso del museo, documentano con grande efficacia un momento del gusto e un fenomeno del mercato negli anni '50 e '60; lo stesso Ritratto di Gina Lollobrigida di Bettina è il frutto di una sessione di posa della Bersagliera a Milano con una folta schiera di pittori, organizzata nel 1955 dalla Galleria Montenapoleone e raccontata da diversi rotocalchi.

Boom 60! Era arte moderna sarà in mostra al Museo del Novecento a Milano fino al 12 marzo 2017.

Qui vive il pictor optimus, Gente, 1958

Crediti


Testo Francesca Milano
Foto su gentile concessione di Museo del Novecento

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