RMHC 1989-1999, il documentario sulla scena hardcore romana

Parliamo con il regista Giulio Squillacciotti di come è nata la scena hardcore della capitale.

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gen 23 2015, 12:15pm

Tra il 1989 e il 1999 a Roma c'era una scena legata alla musica hardcore che in un decennio ha creato un universo fatto di spazi conquistati, concerti, fanzine, e una fortissima identità condivisa. Questo è quello che abbiamo imparato grazie al documentario RMHC - 1989-1999 Hardcore a Roma, diretto da Giulio Squillacciotti, e che dopo sette anni di ricerca, raccolta di materiale, interviste e montaggio esce finalmente in DVD. Abbiamo parlato con Giulio della scena, dei suoi ricordi e di come ha messo insieme questo documentario, e già che c'eravamo gli abbiamo chiesto un po' dell'archivio fotografico che ha raccolto durante la produzione.

Quanti anni avevi quando frequentavi la scena hardcore?
Ho iniziato ad andare ai concerti verso i 12/13 anni, quando conobbi ad atletica un ragazzo più grande di me con cui mi scambiavo le cassette. Io suonavo il violino al tempo, ma lui mi disse "Prova a sonà la batteria, no?" Così mi ritrovai in sala prove con lui e i suoi amici e in due giorni avevamo fatto un gruppo e avevo mille dischi nuovi da sentire prestati da loro. Poi è andata avanti per un bel po' di tempo, che avessi un gruppo o meno.

Come la descriveresti a chi non ne ha mai sentito parlare?
Quella che ho vissuto io era una scena fatta di persone diverse, di estrazioni sociali diverse, che si incontravano per condividere un punto di vista più o meno comune sul mondo esterno e su quello che invece si costruiva giorno dopo giorno insieme. Questo lo si faceva con la musica (suonata e ascoltata), lo skate, le fanzine, la condivisione di conoscenze e saperi acquisiti sulla propria pelle. Come dice un saggio nel film "La nomea sia del cojone che del gran fico te la dovevi comunque guadagnare, e per farlo dovevi essere fisicamente presente."

Come hai scelto le persone intervistate nel documentario?
Sono partito da chi conoscevo di persona per arrivare poi a quelli conosciuti per fama che magari facevano un'altra vita ormai. Poi ogni racconto portava per forza di cose a qualcun altro di cui non sapevo nulla ma che si rivelava fondamentale per la completezza della storia. Poi ci sono ovviamente persone lasciate fuori e altre incluse, secondo alcuni, non a merito. La gente storce il naso comunque, quindi mancherà sempre qualcuno o ci sarà qualcuno di troppo. Per me, per la completezza della storia in termini di soddisfazione narrativa, il documentario, ora che è finito, funziona bene così. Non è LA storia, è una storia.

Quali sono state le reazioni di chi ha fatto parte della scena al tuo lavoro?
Varie direi. La gente poi in faccia dice poco, ma quelle dirette che ho avuto sono state perlopiù positive. È molto difficile mettere mano a un milieu culturale così ampio senza pensare di lasciare qualcuno scottato. In alcuni casi, però, dopo questi 8 anni di lavoro, gli abbracci ricevuti alla prima o alla presentazione del DVD mi hanno fatto pensare "posso pure morì". Mi fa molto piacere soprattutto vedere quanto la gente totalmente estranea alla scena lo abbia apprezzato.

Quanto ci hai messo a recuperare il materiale che hai usato per il film e quante persone hai coinvolto?
È andato tutto in parallelo durante i sette/otto anni di produzione del film. Ogni volta che incontravo qualcuno per fare un'intervista gli chiedevo del materiale video, fotografico o cartaceo. In molti casi ho dovuto rovistare negli scatoloni di VHS delle loro cantine… in altri ho levato dalle loro cornici le foto per scansionarle. A dire che c'è chi ha messo tutto in cantina e chi ha invece glorificato quel passato, che in molti casi è tutt'ora presente in termini di approccio e attitudine alla vita quotidiana.

Quando hai iniziato a lavorare al documentario, e a dover analizzare la scena con occhi da esterno, hai notato delle differenze tra il tuo ricordo personale e quello che hai raccolto?
Partiamo dal presupposto che per me non c'erano presupposti quando ho iniziato a girare. Avevo solo una timeline mentale su come immaginavo si fossero sviluppate ed evolute le cose. Parlare ed intervistare le persone che quelle cose le avevano vissute serviva proprio a capire come fossero realmente andate le cose, per quanto i ricordi possano essere oggettivi. Lo scopo non era confermare o scardinare quella timeline mentale quindi, ero genuinamente curioso di conoscere io stesso in primis, prima di volerlo raccontare a terzi. La cosa che mi ha colpito di più era che nel chiacchierare con i protagonisti del film, pur avendo età differenti, i miei ricordi sul come si vivevano le passioni erano molto simili ai loro, a dire che le cose si sono evolute molto lentamente nell'arco di ventanni, più di quanto non lo siano state dopo in un arco di tempo molto ristretto. L'89 (dei loro ricordi) e il '95 (dei miei) erano molto più simili di quanto non lo fossero stati dopo il 2003 con il 2004. Mentre giravamo il film, per dire, era appena uscito MySpace, a metà lavoro era già morto...

Sono molto interessanti le considerazioni che vengono fatte dagli intervistati sui ragazzi che oggi ascoltano l'hardcore, tra chi pensa che si siano persi un'epoca d'oro e altri un po' più empatici. Qual è la tua percezione invece?
Le epoche sono tutte d'oro o di merda a detta di chi le ha vissute… Sono gli occhi con cui le si guardano a posteriori a dover essere corredati del giusto distacco, soprattutto nei confronti del presente. Io non conosco la scena HC romana odierna, tantomeno quella italiana, non mi interessa, ma questo non vuol dire che ci sia meno valore di quando l'ho vissuta io. Quelli prima di me che dovrebbero dire allora? Ognuno si vive la sua, esattamente come faranno i pischelli ora, e il fatto che io non conosca il modo in cui lo facciano non vuol dire abbia meno valore o sia meno vero.

Come si rende significativo il racconto di una realtà relativamente piccola e ombelicale per qualcuno che non ne ha fatto parte?
Facendo un lavoro narrativo (documentario?) che faccia uscire le questioni affrontate nel modo più fluido e comprensibile possibile, non solo per chi quell'ombelicalità l'ha vissuta. Una delle cose più carine dettami a posteriori è stata "ne prendo tre copie, una per me, una pé mi madre e una pé mi padre… così se rendono conto de come so cresciuto quando ero fuori casa".

Potete acquista una copia per voi e altre per i vostri genitori sul sito di RawRaw

Crediti


Testo di Chiara Galeazzi
Foto per gentile concessione degli autori