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300 polaroid di nudo per raccontare clubbing, banalità e bellezza

Jacopo  Bedussi

Jacopo Bedussi

Da dieci anni, Christian Boaro fotografa amici, conoscenti e perfetti sconosciuti per cogliere 'The Naked Truth', la nuda verità.

Domenica 20 maggio inaugura al PlasMA (Plastic Modern Art, la galleria attigua all’infamous Plastic Palace di Via Gargano) The Naked Truth, la mostra di Christian Boaro. Fashion designer che ha lavorato in Versace, Dolce & Gabbana e Gianfranco Ferrè, Christian sveste qui i panni dello stilista per esprimere un punto di vista personale sulla bellezza dei corpi e le magnifiche ossessioni che da sempre si portano dietro. Ci ha raccontato com’è nato questo progetto, com’è diventato una mostra e perché lo definisce "un progetto banale."

Come nasce questa raccolta di Polaroid?
È un progetto che inizia casualmente, fotografando soprattutto persone che conoscevo e amici. Poi mi sono reso conto che volevo raccontare una storia più ampia. Volevo raccontare i caratteri che ritenevo più interessanti di più persone possibili quindi ho cominciato a cercare soggetti attraverso i social, o le persone che incontravo in viaggio, durante le serate, gli eventi e chiedevo loro se potevo fotografarli.

Quando hai iniziato a collezionare queste foto?
Più o meno nel 2008/2010. È un lavoro che poi si è sviluppato soprattutto negli ultimi due anni con l’intenzione di una mostra. Prima era un gioco. Quando è diventata un’esigenza con un obiettivo espositivo ho iniziato a cercare chi mi mancava in questa raccolta: facce diverse, le mie ossessioni, dei cliché, i gemelli, le ragazze coi capelli rasati, i ragazzi mulatti, i ragazzi coi capelli molto lunghi... Non si trattava di cercare una categoria, ma anzi di raccontare la diversità. Ho scelto di non fotografare modelli o modelle perché quello è facile, sanno già quali sono i loro punti di forza e come muoversi, ma quel cercavo era la spontaneità.

Cosa ti ha fatto venire voglia di organizzare questo ‘archivio’?
Volevo uscire dagli stilemi classici della fotografia o del ‘bel ritratto’, ho usato sempre luce naturale, senza trucco e senza parrucco. Per raccontare semplicemente la verità, anche attraverso la nudità. I vestiti sono già una sovrastruttura enorme, attraverso i vestiti che scegli stai già decidendo di raccontare qualcosa di te. Invece cercavo una sorta di grado zero. Quello che viene considerato un difetto, perché di quello siamo fatti. Pensa a Rossy De Palma o Barbra Streisand senza i loro nasi, che normalmente considereremmo brutti,sarebbero certamente delle grandi artiste, ma su quella stonatura hanno costruito una firma, quasi un logo riconoscibile. Volevo fare lo stesso in questa mostra, tanto che quelli con il naso storto sono fotografati di profilo, o quelli con le orecchie a sventola frontali, perché è lì che sta, secondo me, la vera bellezza.

Una cosa che mi ha colpito è stato il tuo definire questo lavoro come ‘normale, quasi banale’.
Sì perché non ci sono stratagemmi o costruzioni particolari, ma l’idea era quella di allargare i limiti di una bellezza ‘normale’. Ovviamente i canoni di bellezza variano a seconda delle culture ma anche della propria cultura personale, se non addirittura famigliare. Mi sono reso conto ultimamente che cercavo sempre un’espressione che fosse personale e riconoscibile, diciamo unica. Invece poi ho capito che la versatilità è un plus, l’eclettismo è un territorio di libertà. Questa mostra non è un modo per affermarmi come fotografo, la fotografia è solo una via per esprimere la mia visione del contemporaneo. Un mezzo e non un fine. Le immagini mi hanno sempre affascinato più delle parole.

Vedendo la selezione delle foto in mostra però si riconoscono dei temi comuni, forse in un certo senso inconsci, ma la presenza di un autore nonostante l’understatement documentario si rivela.
Mi piacciono le persone. I corpi, le teste, i pensieri, gli atteggiamenti. Lavorare in un campo dove il soggetto è sempre lo stesso, il corpo, ma non esiste un corpo uguale all’altro. Questo balance di uguale e diverso non finirà mai di stimolarmi. Lavorandoci poi mi sono reso conto che ci sono cose che continuavo a fare quasi inconsciamente, le mani quasi sempre presenti, le schiene, le teste sempre un po’ tagliate. A forza di scattare si è creata una cifra stilistica che non avevo prima di iniziare questa ricerca. Posso innamorami di un viso come di una gestualità delle mani, e questo poi emerge anche nelle immagini.

Quando parli di questa storia ci tieni sempre a spiegare che oltre alle foto quello che ti ha colpito è stato una sorta di acceleratore relazionale che si è creato attorno al progetto, puoi spiegarcelo meglio?
Durante l’allestimento della mostra ho avuto l’aiuto di un sacco di persone, una cosa che non mi sarei mai aspettato. Il 95% delle persone a cui ho chiesto si sono davvero prodigate, su tutti vorrei ringraziare Antonio Muci che ha curato l’installazione video presente in mostra e Marco Siciliano per il lavoro sulle foto. A parte questo è stato un po’ un network generazionale, persone che si sono conosciute, ragazzi che ho scattato e poi un’amica che fa la casting director li ha visti in foto e li ha chiamati come modelli, un ragazzo in Cina che ho beccato letteralmente per strada e poi è finito ad aprire una sfilata. Questo tipo di connessioni è parte del progetto artistico. Penso che l’invidia e la gelosia siano qualcosa di davvero anni ’80. Noi siamo stati all’ombra dei grandi vecchi, in cui ognuno doveva stare attento a cosa fanno gli altri e avere sempre le spalle coperte, invece credo che la condivisione delle possibilità sia il modo migliore per creare un territorio creativo fertile. È banale ma se fai qualcosa di buono poi ti torna indietro.

Mi pare di capire che la raccolta sia in divenire e non termini con questa esposizione.
A dimostrazione di questa cosa e delle connessioni che ha crearo, anche se non so ancora cosa andrà in porto, ma mi sto muovendo con degli amici per proseguire la mostra in altre città. Forse una pubblicazione. Vedremo.

È possibile visitare la mostra "The Naked Truth" dal 20 maggio al 10 giugno negli spazi del Plasma, Via Gargano 15, Milano. Tutte le informazioni di cui hai bisogno le trovi qui.

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Crediti


Testo di Jacopo Bedussi
Immagini su gentile concessione di Christian Boaro