quando yves saint laurent sognava (e disegnava) l'asia

Non era mai stato in India, né in Cina, eppure Yves Saint Laurent immaginava l'Asia con una precisione sconcertante, trasformandola poi in abiti e accessori d'haute couture.

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nov 6 2018, 6:00am

Un vestito dalle forme di un barattolo cinese. Una silhouette che echeggia gli uomini che attraversavano a cavallo le infinite steppe dell'Asia centrale. Un mantello appartenuto al ballerino Rudolph Noureev, e prima di lui a un Dalai-Lama del XVIII secolo. Una fiala di fragranza Opium e una di profumo giapponese. Un sarpech, tipico fermaglio per turbanti, ispirato ai gioielli dei mogul. Una giacca con ricami floreali e un dipinto dell'artista Ogata Kōrin.

Nel museo di Yves Saint Laurent i capi dello stilista sono esposti accanto alle opere d’arte più disparate. La mostra di cui vi parliamo oggi, invece si chiama Yves Saint Laurent: Sogni d’Oriente e riunisce circa 50 modelli di haute couture ispirati a India, Cina e Giappone, presentati in dialogo con opere asiatiche prese in prestito dal Museo Guimet e da collezionisti privati. Nessuno dei pezzi proviene dalla collezione personale di Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, che è andata dispersa dopo l'enorme asta del 2009. “Volevamo esporre oggetti d'epoca in parallelo alle creazioni di Yves Saint Laurent per presentare questo designer come un artista a 360 gradi, uno di quelli che si è guadagnato un posto nella storia dell'arte", spiega la curatrice Aurélie Samuel. “Il suo era un approccio scientifico che andava ben oltre la prospettiva puramente estetica, cosa molto rara per uno stilista”.

Ancora più impressionante è il fatto che Yves Saint Laurent non avesse mai messo piede né in India, né in Cina quando le sue collezioni ispirate a queste due nazioni hanno fatto il loro debutto in passerella— Les Chinoises nel 1977, insieme all'uscita del profumo Opium, e The Indian Collection nel 1982. “Ho solo bisogno di leggere un bel libro sull'India per disegnarla come se fossi stato lì. Questo è il ruolo dell’immaginazione”, ha detto Yves Saint Laurent stesso, spiegando come le idee che ci formiamo delle cose sono spesso più ricche, complesse e affascinanti della realtà.

Ancora più impressionante è il fatto che Yves Saint Laurent non avesse mai messo piede né in India, né in Cina quando le sue collezioni ispirate a queste due nazioni hanno fatto il loro debutto in passerella— Les Chinoises nel 1977, insieme all'uscita del profumo Opium, e The Indian Collection nel 1982. “Ho solo bisogno di leggere un bel libro sull'India per disegnarla come se fossi stato lì. Questo è il ruolo dell’immaginazione”, ha detto Yves Saint Laurent stesso, spiegando come le idee che ci formiamo delle cose sono spesso più ricche, complesse e affascinanti della realtà.

“Sono un uomo molto solo. Uso la mia immaginazione per esplorare paesi che non conosco. Odio viaggiare”, ha confessato in un’intervista con Catherine Deneuve per il Globe nel 1986. Secondo Samuel, che prima di diventare curatrice dell’Yves Saint Laurent Museum nel gennaio 2017 è stata responsabile delle collezioni tessili del Guimet Museum, “la mostra regala una visione fantastica, unitaria e consapevole dell'Asia, basata su una conoscenza approfondita delle storie di queste nazioni.” In precedenza, Pierre Bergé stesso la aveva scelta come curatrice per la mostra Kabuki. Costumi del teatro giapponese presso la Fondazione Yves Saint Laurent.

"Si potrebbe pensare che io abbia voluto mettere su questa mostra perché amo l'Asia, ma le cose non stanno proprio così. Mi sono interessata a Yves Saint Laurent dopo aver scoperto del suo amore per l’Asia. Nel suo lavoro riuscì a sintetizzare un gran numero di influenze diverse; nessuna delle sue collezioni è una sterile replica degli abiti tradizionali giapponesi. Inoltre, a ispirarlo non fu solo l'abbigliamento, ma anche da molti altri elementi decorativi", aggiunge. È impossibile a questo punto non chiedersi come Yves Saint Laurent sia riuscito ad avere successo nella folle scommessa di creare una sua visione dell'Asia senza mai aver visitato questo continente, fatta eccezione per il Giappone. Tentando di rispondere a questo interrogativo, Sogni d'Oriente insegna moltissimo ai suoi visitatori.

Mostra su Yves Saint Laurent sul suo rapporto con l'Asia
Abito da sera d'ispirazione giapponese indossato da Diana Bienvenu, collezione haute couture autunno/inverno 1994 © Yves Saint Laurent - Fotografia di Guy Marineau

La mostra si apre con un gigantesco scatto di Yves Saint Laurent nel suo salotto di Rue de Babylone mentre riposa tra due delle sue principali fonti di ispirazione: un Buddha della dinastia Ming del XVI secolo (parte della sua collezione personale) e una favolosa collezione di opere letterarie cinesi. La prima e più importante sala del museo è interamente dedicata alla Cina.

"Cercava davvero di capire le culture che stava studiando. Nel suo comunicato stampa per il profumo Opium sono nominate tutte le 22 dinastie cinesi. Conosce i Tang, i Ming, e i Qing... Non confonde i dettagli delle giacche Han con quelli delle giacche di Mandchou (sovrani dell'ultima dinastia cinese e conosciuti al governo come Quing, i Mandchou decoravano i loro capispalla con chimere e draghi). Aveva esaminato con attenzione ogni libro della sua biblioteca e tutti gli oggetti che teneva in casa, come queste antiche giade il cui schema geometrico possiamo ritrovare su una delle sue giacche. Ha anche tratto molta ispirazione dalle sculture laccate e dalle pergamene, il cui pattern è chiaramente identificabile sui suoi modelli", prosegue Aurélie Samuel. Nulla è ripreso alla lettera, perché tutto è reinterpretato. Niente fantasie sfrenate, perché c'è sempre un elemento che ci riporta alla realtà storica.

"Queste sono silhouette ispirate alla Cina, ma in Cina non esiste un solo indumento che gli assomigli! Negli anni '70, la Cina era Mao, era la Shanghai prebellica, ma Yves Saint Laurent ci parlava di una Cina che coinvolgeva la Città Proibita, il ruolo dell’Imperatore e l'Opera di Pechino.” Un lavoro di ricostituzione ineccepibile. "Dai fumi della mia mente distrutta ogni dinastia ritorna, con la sua rabbia, arroganza, nobiltà e grandezza. Finalmente sono in grado di risolvere l'enigma della Città Imperiale da cui ho liberato i miei fantasmi estetici, le mie regine, le mie dive, i miei turbini di festa, le mie notti di inchiostro cinese e crepe, le mie lacche di Coromandel, i miei laghi artificiali e i miei giardini pensili", scrisse lo stilista nei suoi diari, che fu anche un appassionato cinefilo, oltre a tutto il resto. I Misteri di Shanghai (1941) era tra i suoi film preferiti, insieme a Shanghai Express (1932) e The Lady of Shanghai (1948). "Ognuno degli abiti tradizionali da cui traeva ispirazione faceva parte del guardaroba maschile, ma lui ha saputo adattarli perfettamente al womenswear", aggiunge Aurélie Samuel. Una padronanza simile del tema implica una passione diventata negli anni ossessione, seguito da un periodo di metabolizzazione, per poter infine essere ricomposto con tale maestria. È possibile che abbia commesso degli errori nella sua interpretazione? "No, perché non aveva intenzione di copiare le culture asiatiche. Se avesse voluto violare dei codici, lo avrebbe fatto in modo consapevole", conclude l'esperta.

Al piano di sopra si viene catapultati in India, con capi firmati Yves Saint Laurent circondati dalla massiccia statua in argento di un cavallo, il cancello di un palazzo del Rajasthan, un palanchino d'avorio, sari e costumi per maharaja. "Sin dall'inizio, dalla sua prima collezione del 1962, Yves Saint Laurent disegnava anche turbanti. In India sono il simbolo del potere patriarcale: quando muore il capo di una famiglia, il suo turbante viene donato al figlio maggiore, come segno di responsabilità nei confronti della famiglia. Il fatto che nelle sue sfilate a indossarlo fosse una donna implicava che le donne fossero in grado di assumersi le stesse responsabilità degli uomini", spiega con orgoglio la curatrice. Come nel caso della stanza dedicata alla Cina, anche qui i simboli sono intrecciati alle silhouette: contrasti colorati, motivi boteh (palme stilizzate come quelle che si trovano sugli scialli di cashmere, per intenderci), sarpech ispirati a monili dei nobili indiani, sari reinventati e nuove versioni degli abiti indossati dai Maharaja...

Una sala più piccola è dedicata al Giappone - dove, a differenza della Cina, Yves Saint Laurent era stato diverse volte dal 1963 in poi, per presentare i suoi lavori. "È tornato più volte con Pierre Bergé a guardare spettacoli teatrali kabuki o a vagare nel Nishijin, il quartiere dei tessitori", ci dice Aurélie Samuel. Affascinato dall'era Edo (1600-1868)—nel corso del quale l'arte guadagnò progressiva libertà d’espressione e si emancipò così dal potere imperiale—e dal teatro Kabuki, Yves Saint Laurent sceglie di rivisitare infine uno dei capi giapponesi più iconici in assoluto, il kimono. Tuttavia, “La sua esperienza in prima persona lo ha spinto a presentare una visione molto più letterale e meno fantasiosa di questo paese”. La mostra illustra inoltre anche la genesi del profumo Opium, attraverso l'esplorazione di scritti e disegni del couturier francese. “Sulle fiale si vede un inrō giapponese disegnato da Pierre Dinan, una piccola borsa in cui i samurai nascondono il loro oppio. La confezione invece è ispirata a un katagami, uno stencil fatto di foglie di more usate per colorare i vestiti. Anche nel caso di Opium, tutto è stato studiato nei minimi dettagli.” Ci viene anche offerta l'opportunità di ammirare la famosa giacca in tessuto floreale ispirata a Van Gogh e Hokusai.

Da una stanza all'altra, quella che si va sviluppando davanti a noi è la visione di un vero artista; uno che ha scelto viaggi mentali e sogni al posto di realtà e sicurezza.

Mostra su Yves Saint Laurent sul suo rapporto con l'Asia
Yves Saint Laurent nel suo appartamento al 55 di Rue de Babylone, 1977 © Fotografia di André Perlstein, collezione privata
Mostra su Yves Saint Laurent sul suo rapporto con l'Asia
Bozzetto appartenente al Musée Yves Saint Laurent Paris © Fondation Pierre Bergé
Mostra su Yves Saint Laurent sul suo rapporto con l'Asia
Yves Saint Laurent circondato dalle sue modelle nell'evento di lancio del profume Opium. Parigi, 1977 © Tutti i diritti riservati.
Mostra su Yves Saint Laurent sul suo rapporto con l'Asia
Yves Saint Laurent in compagnia di una Geisha, Kyoto, Aprile 1963 © Tutti i diritti riservati.

La mostra "L’Asie rêvée d’Yves Saint Laurent" è visitabile fino al 27 gennaio 2019 presso il museo Yves Saint Laurent di Parigi.

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Altra mostra che vi consigliamo spassionatamente, questa volta a Londra però:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D FR.