Esploriamo l'erotismo queer attraverso il designer emergente Matteo Carlomusto

Matteo Carlomusto mixa riferimenti queer e realtà underground con maestria tecnica, trasformando capi del mondo kink in grandi classici contemporanei.

di Giorgia Imbrenda
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24 novembre 2020, 5:00am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno Matteo Carlomusto, giovane designer italiano che crea abiti pensati per la provocazione. Attraverso corsetti, guanti e cappotti in latex emergono linee forti e sensuali che sfidano lo status quo e spingono l’osservatore a mettere in discussione ogni preconcetto.

Traendo ispirazione dal mondo drag, fetish ed LGBTQ+, Matteo Carlomusto mixa riferimenti queer e realtà underground con maestria tecnica, realizzando capi insoliti che diventano immediatamente grandi classici del suo brand: perizomi da uomo, corpetti, maschere e completi in vinile rievocano inequivocabilmente l’oppressione dell’uomo, oggetto del desiderio di se stesso.

Incuriositi dal suo immaginario, abbiamo deciso di intervistarlo per farci raccontare cosa si cela dietro le sue collezioni.

Intervista al designer emergente Matteo Carlomusto per la rubrica
Fotografia di Enrico Berni

Ciao Matteo, raccontami di te. Chi sei e qual è la tua formazione?
Dopo una laurea in Fashion Design all’Accademia Italiana di Firenze ho avuto l’occasione di formarmi professionalmente nell’ufficio stile del brand Lost&Found. Al fianco della designer Ria Dunn ho imparato a conoscere l’intero processo che dà vita a una collezione, ma nel 2017, spinto da una forte motivazione e urgenza, ho deciso di intraprendere un percorso come designer e ho esordito con la mia prima vera collezione al Berghain, durante la Berlin Alternative Fashion Week, continuando poi nel corso degli anni a portare le mie collezioni in giro per l’Europa, sulle passerelle d’Olanda, Repubblica Ceca e Italia.

Quanto del tuo stile personale è confluito nel brand?
Essendo l’unico membro del mio progetto e gestendo il lavoro in autonomia, il mio marchio rappresenta al 100% il mio gusto personale. Non posso neanche dire di avere un brand, perché ufficialmente non è registrato. In ogni caso, quello a cui tengo di più è comunicare un’immagine chiara del mio codice estetico. L’obiettivo è creare capi portabili, acquistabili direttamente online, e allo stesso tempo soddisfare il mio animo creativo rappresentando la “poesia” necessaria attraverso capi più strutturati.

Il tuo nuovo manifesto si chiama Porn Couture. Mi spieghi cosa c’è dietro a questo nome?
Il nome PORN COUTURE nasce da un mio forte interessamento nei confronti dell’arte del porno e dell’estetica fetish, attingendo dall’universo kink e homo-erotico, dalla leather community, dalle pratiche BDSM, dalla scena drag e dall’estetica delle pin-up e dei performer di burlesque. Ho scelto di approfondire tramite i miei capi questi temi, ma non in modo provocatorio. Attraverso ciò che creo, protesto contro censure e tabù che interessano da secoli il corpo nudo. Voglio esaltare le forme umane, per cui parte della collezione tende a coprire quelle zone del corpo che già conosciamo e a mostrarne altre che solitamente teniamo nascoste perché le consideriamo intime.

Intervista al designer emergente Matteo Carlomusto per la rubrica
Fotografia di Enrico Berni

Ma non possiamo definire Porn Couture la tua collezione F/W 20, esatto?
Lo considero più un progetto che una collezione: questo periodo mi ha portato a capire che i capi necessitano di più tempo per essere apprezzati e meritano di avere una vita più lunga di una semplice stagione, che fa hype giusto per qualche giorno dopo l’uscita. Così, nell’impossibilità di creare un evento attraverso cui mostrare i nuovi capi a cui ho lavorato, ho cercato una soluzione per far sì che Porn Couture non si riducesse a una collezione da presentare come un pacchetto finito. Ecco quindi che, non potendo usufruire di aiuti esterni, sartorie o collaboratori, ho scelto di sposare l’idea dei drop. Li presenterò online passo dopo passo, tramite editoriali e contenuti pensati per i miei social media.

Tornando alle influenze dietro le tue collezioni, l’influenza del mondo erotico è molto evidente, ma ben mixata al contemporaneo. Come riesci a mantenere un equilibrio tra queste due attitudini?
Nel mio lavoro c’è molto erotismo, ma anche molto dolore, tormento e malinconia. Vedo l’erotismo come evasione, e forse è per questo che trova equilibrio con la contemporaneità. Il codice estetico predominante del mio brand è l’anima queer da cui prendono vita i miei disegni: il feticcio, il sesso, la seduzione attraverso l’abbigliamento e la libertà di essere se stess* senza pregiudizi sono alla base di qualunque capo.

Intervista al designer emergente Matteo Carlomusto per la rubrica
Fotografia di Enrico Berni

Qual è il processo di progettazione e sviluppo dietro ad ogni tua collezione?
Ricerca, ricerca, ricerca. Solitamente sono i miei interessi personali a dirigermi verso un tema, e non i trend del periodo—anche se sono poi le tendenze che mi portano a mixare un prodotto affinché risulti più contemporaneo, ma mai senza snaturarlo.

Da questo momento in poi procedo in modo tradizionale con il processo di design, pattern, prototipo, fitting, produzione del campionario e styling finale. Un passaggio che mi diverte molto è la comunicazione, che curo personalmente con il mio fotografo e compagno. 

Parliamo dei materiali che utilizzi. Come organizzi e sviluppi la ricerca?
Mi piace rimanere fedele a ciò che mi ha ispirato, quindi in base al concept di ogni progetto studio e mi documento sulla merceologia tessile dello stesso. Rendere omaggio alla sua storicità di un capo non significa però riproporlo inalterato: in una seconda fase lavoro su forme e dettagli per reinventarlo e adattarlo al brand, mantenendo sempre forte la connessione con le sue origini.

A livello concerto questo mi porta a lavorare con materiali sintetici come spalmati, doppiati, verniciati e finte pelli. Inoltre, gli abiti sono sempre decorati da accessori che scovo in posti insoliti come ferramenta, mercati, mercerie e ingrossi per calzolai.

Credi che i social media, soprattutto Instagram,  siano indispensabili per permettere a un brand emergente di farsi conoscere?
Instagram mi ha aiutato a collaborare con artist* come Achille Lauro, Myss Keta e Ghali. In linea generale, i social media hanno contribuito alla rivincita delle controculture e delle minoranze, facilitando il processo di fruizione dei loro codici nel settore della moda. Lo stesso vale per brand emergenti: oggi abbiamo più voce, ma anche più competitor. Abbiamo un’infinita vetrina digitale, gratuita e ottima per la comunicazione, ma anche troppi contenuti superflui. 

Intervista al designer emergente Matteo Carlomusto per la rubrica
Fotografia di Enrico Berni​

Chi è il tuo cliente ideale?
Chiunque non si riveda in un genere imposto e scelga di esprimersi attraverso il linguaggio dell’abbigliamento. Chi sfugge dagli stereotipi, le donne che non cadono vittime dei tabù, gli uomini che non rinunciano al loro lato più creativo per paura di non essere abbastanza maschi.

I look su misura che ho creato per Brooke Candy e Aquaria sono un ottimo esempio in questo senso, perché sono due figure che rappresentano a pieno i concetti per cui lotto tutti i giorni. Certo non ti nascondo che in futuro sarebbe molto stimolante riuscire a collaborare con figure come Arca o Rihanna.

Se dovessi scegliere tre designer con cui andare a cena stasera, chi sarebbero?
Vorrei parlare di passato con Manfred Thierry Mugler e di presente con Shayne Oliver di Hood By Air. E probabilmente dopo la cena raggiungerei Vivienne Westwood per un amaro.

Cosa c’è nel futuro del tuo brand?
Uno studio con tanti amici che collaborano insieme a questo progetto, un marchio che prende piede a Milano, Londra e Berlino, una sfilata oltre oceano… E poi mi sveglio!

Intervista al designer emergente Matteo Carlomusto per la rubrica
Fotografia di Enrico Berni​

Crediti

Testo di Giorgia Imbrenda
Fotografia di Enrico Berni

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