Fotografia di Mirko Albini

Da Mani Pulite al Plastic: la doppia anima della Milano da bere

Fotoreporter e testimone dell’underground milanese, Mirko Albini ha saputo documentare le due facce di Milano, sospesa tra il clubbing e Tangentopoli, tra l’illusione del benessere e il dramma della povertà. 

di Lorenzo Ottone
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05 agosto 2020, 4:00am

Fotografia di Mirko Albini

“Mi ricordo di Jo Squillo quand’era punk e suonava in metropolitana a Milano con le Kandeggina Gang.” Così si apre la mia conversazione con Mirko Albini, che in una sola frase tratteggia l’immagine di una Milano ormai scomparsa, quella intrisa di provincialismo e voglia d’internazionalità di fine millennio, che già sogna in grande ma ancora nasconde una povertà diffusa. E mentre Squillo e compagne lanciano Tampax insanguinati sulla confusa folla di Piazza Duomo, inaugurando così la stagione del punk femminista italiano, gli Anni di Piombo iniziano a scemare e la Milano da Bere a ruggire. Nel giro di una decina d’anni la House Music monopolizzerà i club e un baldanzoso Antonio Di Pietro metterà fine all’illusione di un’Italia rampante e Craxiana con l’operazione Mani Pulite.

Proprio in questa intersezione si colloca il lavoro di Mirko Albini, fotografo milanese, classe 1966, che documenterà meglio di tutti gli altri l’evoluzione repentina e l'immobilismo assoluto che tormentano contemporaneamente la città prima del nuovo millennio. Dai primi dirompenti punk italiani, passando per tutte le sottoculture successive, come New Romantics, New Wave, Rockabilly, Paninari, Italo Disco e House, fino allo sbarco dell’Hip-Hop sotto la Madonnina.

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Inizio anni '90: Miss Mondo Transessuale balla in topless all'American Disaster di Milano, dove si organizzavano contest queer e dove spesso i travestiti cacciavano via i poliziotti usando i tacchi delle scarpe, si dice in giro. Fotografia di Mirko Albini.
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Un senzatetto indossa la maglia dell'Inter davanti al Duomo di Milano. Fotografia di Mirko Albini.

Mirko respira l’aria dell’underground sin dall’infanzia: vive a poche centinaia di metri dal Virus, centro sociale cardine del punk nostrano di fine anni ’70. “Ero troppo giovane per i concerti, ma ricordo che con la scusa di mangiare un gelato mi sedevo lì nei dintorni e spiavo questi primi punk che andavano e venivano dal locale,” racconta Albini. “Non erano nulla rispetto a quelli che avrei visto qualche anno dopo a Londra, ma per il Mirko 14enne era sconvolgente vedere capelli tinti, spille da balia e giacche di pelle con Sex Pistols o Clash scritto a mano sulla schiena.” Dopotutto, in una Milano che, a detta di Albini, era “grigia, cupa e ancora molto conservatrice, dove in centro i negozi abbassavano le saracinesche e le persone limitavano le uscite il sabato per paura dei disordini tra diverse fazioni politiche,” non stupisce che i punk, anche se all’acqua di rose, abbiano acceso nel Mirko ragazzo l’interesse verso la musica e la trasgressione.

Con l’allora popolarissima point-and-shoot Kodak Instamatic, un classico dell’immaginario dell’italiano vacanziero del boom economico, Mirko inizia intanto a documentare il mondo circostante, sviluppando un taglio documentaristico già da una giovane età. Nel 1988 raggiunge il traguardo della prima copertina scattando per la rivista di moda Cento Cose. Il mondo della moda, però, è “troppo ruffiano per un orso come me, incapace di trattare e raggiungere compromessi,” e non soddisfa le aspettative del fotografo.

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Moana Pozzi si ritocca il trucco. Fotografia di Mirko Albini.
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Silvio Berlusconi nel 1993. Fotografia di Mirko Albini.

“Da ragazzino catturavo la realtà attorno a me, come le strade di New York in vacanza o i marinai sul ponte di una nave,” ricorda. “A 20 anni, finita la leva, con la compatta Olympus già fotografavo i senzatetto quando c’erano ancora i vecchi milanesi caduti in disgrazia, con problemi psichiatrici o di alcolismo che venivano dispregiativamente chiamati Barba. Con la crisi economica e con la guerra in Jugoslavia, la demografia cambiò. Prima dell’avvento dei telefonini il concetto di privacy non era ancora radicato nelle persone: farsi fotografare per strada era un evento a cui la gente si prestava e per cui posava. La differenza tra quel mondo e quello di oggi è che la foto è fatta professionalmente con intento documentaristico, mentre il selfie no.”

Nel 1990 avviene la svolta: il fotogiornalismo. Come reporter Mirko può finalmente dare sfogo alla vena documentaristica che lo appassiona dall’infanzia. Di giorno accalcato fuori dai tribunali o sotto i palchi dei comizi, di notte sulle piste dei club. “La mattina lavoravo per la cronaca, la sera studiavo fotografia all’Umantiaria e se a fine lezioni mi reggevo ancora in piedi prendevo la macchina fotografica e mi lanciavo nella notte milanese fino alle prime luci del mattino. Essendo sempre stato appassionato di musica ed attratto dalla fotografia, il passaggio dall’essere clubber a fotografo di clubbing è stato automatico, non senza difficoltà perché la stampa iniziava ad essere in crisi,” racconta Albini con il sorriso tra il nostalgico ed il compassionevole di chi sa che oggi, passati i 50, non riuscirebbe più a reggere quei ritmi.

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Un travestito posa fuori dal Plastic nel 1992. Fotografia di Mirko Albini.
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Bettino Craxi all'ultimo comizio prima del crollo, Piazza Duomo, Milano, 1992. Fotografia di Mirko Albini.

Armato di rullino tirato a 1600 ISO e di lente grandangolo, Albini faceva emergere volti estatici, sconvolti e spensierati dalla semioscurità della pista con un uso mai intrusivo del flash. “All’epoca ero ispirato dalla fotografia all’avanguardia di i-D e The Face, che si trovavano di importazione in alcune edicole di Milano. Giravo sempre con la mia fedele compatta Olympus in tasca. Spesso era tutto ciò che bastava per scattare le foto giuste. Non avevo bisogno di andare ad Ibiza per scattare affascinanti e artisticamente stimolanti, perché in Italia di club in cui si respirava quell’atmosfera ce n’erano eccome.”

Uno di questi era il Plastic, covo di edonismo e joie de vivre, nonché punto di riferimento anche per le star americane che passavano in città. Celebri sono le comparsate di Andy Warhol e Grace Jones, così come indimenticabile è la notte in cui la crew dell’etichetta londinese Acid Jazz, capitanata da Eddie Piller, si ritrovò alla consolle del privé, il Juke Box Hero. “La bellezza del Plastic,” mi conferma Mirko, “stava nel fatto che fosse una fucina di talenti. Ci incontravi giovani talenti della moda, della musica, del design, dell’architettura. Chiunque al Plastic stava creando qualcosa di importante. Potevi trovarci Elio Fiorucci o Jean Paul Gaultier.”

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Due avventori del Plastic a inizio anni '90. Fotografia di Mirko Albini.
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Un senzatetto dorme in un parco a Milano. Fotografia di Mirko Albini.

Appassionato di New Wave e Kraut Rock, Albini viene sconvolto dall’avvento dell’House quando acquista una copia di Love Can’t Turn You Around dei Jackmaster Funk. “Lo comprai in un negozio per DJ, al Plastic lo mixavano anche per 10 o 15 minuti di fila. L’elettronica fu un turning point della mia vita, perché non era un genere che potevi ascoltare a casa. Dovevi andare a viverlo, a ballarlo.” Qua Albini stringe amicizie con Stefano Fontana e Steve ‘Dub’ Lucarelli, tra i migliori DJ milanesi del periodo, che registrano i loro mixtape in cassetta per poi regalarli al fotografo a fine serata. “Pensa che da ragazzo anche io mixavo dischi a casa e registravo cassette che vendevo ai miei compagni a scuola,” ride Albini.

Che catturi le serate queer milanesi, o che sia inviato come reporter a Riccione per documentare le folli notti della piramide del Cocoricò e del Peter Pan, Mirko crea una narrazione della notte che restituisce dignità e valore culturale ai gruppi sociali denigrati dalla cultura ufficiale. “Negli stessi anni ho iniziato a dedicarmi alla fotografia sociale, arrivando a conoscere intere famiglie che per 20 anni avevano vissuto da senza tetto in stazione centrale. Era sconvolgente, nessuno sembrava parlarne.” Così, se di giorno si può assistere alla performance di Keith Haring nel negozio Fiorucci, lo stesso nome--quello della ditta di salumi in questo caso--lo si vede stagliarsi sul petto della maglia dell’Inter indossata da un clochard.

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Avventori in un club milanese nel 1996. Fotografia di Mirko Albini.
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Karla Otto, 1988. Fotografia di Mirko Albini

Queste erano le contraddizioni di una città che tra gli anni ’80 e ’90 “fu invasa da una moltitudine di modelli e modelle, prima americani poi da tutto il mondo, scoprendosi così di colpo internazionale. Tutti iniziarono a parlare di alta moda.” Similmente, l’arrivo in Italia di MTV ad inizio anni ’90 “aprì una finestra sul mondo. Per l’inaugurazione degli studi di MTV Italia a Milano fu addirittura invitato il collettivo inglese Mutoid Waste Company, che realizzò delle sculture cyber e futuriste con materiale di recupero. Negli stessi anni, la rivista in free press Zero diventò la guida agli eventi più cool della Milano by night e artistica.”

Attraverso la stessa lente, collaborando con L’Espresso, Panorama, Il Corriere della Sera, e Repubblica, Albini si fa testimone della scomparsa di un’intera classe dirigente, da Craxi a Gorbachev, e con essa di una parte importante dell’Occidente post-bellico. Le sue foto raccontano una città che con Tangentopoli si illude di ripartire migliore dopo la fine del sogno Yuppie. “I partiti organizzavano feste per intercettare il voto degli elettori ventenni. Jerry Scotti, che all’epoca lavorava per Radio Deejay, si candidò con il Partito Socialista, ma la Milano da Bere non si accorse che nel giro di pochi anni sarebbe arrivata al termine. Tangentopoli era alle porte.”

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Avventore di un club milanese nel 1996. Fotografia di Mirko Albini.
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Polizia stradale, 1993. Fotografia di Mirko Albini.

“In quegli anni la gente sperava davvero in un cambiamento. Casalinghe, pensionati, studenti: tutta gente che non era mai scesa in strada, ora andava a protestare. Mi resi conto che era scomparso un mondo. Durante Mani Pulite gli arresti erano all’ordine del giorno, tanto che un giorno ci fu un Ansa che recitava ‘Oggi non è stato eseguito nessun arresto,’” ricorda Albini quasi.

“Sono stati anni folli. A Milano succedeva qualcosa in continuazione, come fotografo eri sempre sulla graticola, pronto a documentare. Mi sono preso dei sassi in testa alle manifestazioni, c’erano le proteste del Leoncavallo e le bombe in Via Palestro. Una volta gli agenti del KGB che facevano da scorta a Gorbachev mi rifilarono un calcione sugli stinchi per tenermi a distanza dalla sua macchina. Non potevano farsi vedere a toccarti con le mani, quindi calciavano in basso. Un’altra volta, mentre lasciavo l’area dell’attentato in Via Palestro venni accidentalmente investito da una volante dei Carabinieri. Mi feci un mese di ospedale e due operazioni. Mi sento un miracolato a poterlo raccontare.”

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Rockabilly a inizio anni '90. Fotografia di Mirko Albini.
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Forze dell'ordine in corso 22 marzo, Milano. Fotografia di Mirko Albini.

Nel mentre c’erano i concerti, le cui fotografie raccontano di tempi in cui la musica non era un mero hobby, ma un potentissimo fattore di aggregazione sociale e di scoperta culturale. Ne sono esempi i pioneristici parrucchieri Hair For Heroes (dove lavorava un giovane DJ Ringo) e Orea Malià che proponevano tagli Goth e New Romantic ispirati alle sottoculture straniere, o ancora l’arrivo dello Ska revival marchiato Two Tone. “Quando vidi gli Specials ed i Selecter per me fu incredibile vedere per la prima volta, sullo stesso palco, musicisti bianchi e di colore suonare insieme. C’era una piccola scena di ragazzi in divisa Two Tone: capelli corti, cravatte sottili, calzini a scacchi bianco neri ed occhiali da sole anche nei locali.”

Le dinamiche con cui i giovani italiani fanno proprie le sottoculture straniere raccontano anche una Milano non ancora multietnica, ma straordinariamente ricettiva nel suo desiderio di emulare, e di conseguenza re-interpretare, le scene musicali anglosassoni. Le prime crew hip-hop, sebbene composte prevalentemente da ragazzi bianchi, arrivano dalla periferia. “Il rap era considerato il megafono urbano di certe tematiche sociali, era molto legato agli skaters” racconta Albini, “Le crew si riunivano in centro, in Vittorio Emanuele, con i ghetto blaster per ballare la break dance.”

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Una partecipante di Miss Mondo Transessuale. Fotografia di Mirko Albini.
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Un bodybuilder posa nel backstage prima della gara. Fotografia di Mirko Albini.

Sebbene Mirko si sia da tempo stabilito in Costa Azzurra--da dove opera come curatore di acclamate mostre tra le quali Polaroid Easy Art?, Vespa Mon Amour e due personali--le sue fotografie sono preziose testimonianze di un’Italia sospesa tra un’attitudine ancora campanilisticamente lombarda ed un visionario slancio internazionale.

Una Milano che “ambiva a fenomeni stranieri che in città non c’erano” e dove “di conseguenza si creavano tante scene piuttosto compatte ed esclusive.” Una città che, per quanto ancora grigia, veniva illuminata dai colori della moltitudine di giovani estrosi e non timorosi di essere diversi dalla massa. Come ricorda Mirko, nonostante il mito della Milano da Bere, il fascino della vita notturna risiedeva nel fatto che entrando in un club, indipendentemente dalla posizione sociale, “ognuno lasciava fuori i suoi problemi, il lavoro, la famiglia, perché in quei tempi ci voleva leggerezza.”

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L'ingresso del privé del Plastic a inizio anni '90, Milano. Fotografia di Mirko Albini.
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Nicola Guiducci al Rolling Stone, 1992, Milano. Fotografia di Mirko Albini.
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Un senzatetto per le strade di Milano, 1987. Fotografia di Mirko Albini.
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La consolle del Le Cinéma, Milano, nel 1996. Fotografia di Mirko Albini.
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Clubbing nel 1996. Fotografia di Mirko Albini.

Crediti


Testo di Lorenzo Ottone
Tutte le immagini su gentile concessione di Mirko Albini

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