Ode ai chaps, i pantaloni più tamarri della storia della moda

Sfrontati, iper sexy e zero eleganti, i chaps esercitano un inspiegabile fascino su tutti noi, anche se non vogliamo ammetterlo.

di Tom George
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02 settembre 2020, 9:07am

I chaps—il pratico accessorio da cowboy composto da un pantalone senza cavallo, ossia da due gambe solitamente in pelle, unite solamente da una cintura in vita—sono sempre stati soggetti a innumerevoli tabù, che hanno impedito che si diffondessero nella cultura mainstream. Anzi, la sola loro presenza all’interno di un look è spesso diventata un elemento ridicolo e ridicolizzante.

Ma, di recente, Kim Kardashian durante il lockdown trascorso in Wyoming ha postato una serie di immagini su Instagram indossando questo capo controverso, in diverse versioni: da una variante in lucida pelle nera sopra a un paio di pantaloni, al classico colore guscio d’uovo o nelle sfumature di beige, spesso abbinato a bikini monocromo. E anche se tutti i post sono stati chiaramente osannati nei commenti con emoji di fiamme e cuoricini, c’erano anche molte persone che esprimevano confusione, e persino disgusto. È un pattern narrativo che scaturisce immancabilmente in reazione all’entrata in gioco dei chaps, producendo spesso molta più polemica rispetto a capi dichiaratamente più succinti. Ma, perché?

Le chaperreras erano originariamente indossate dai mandriani del Messico, e il nome nasce proprio dalla pianta locale, chiamata chaparral—un cespuglio spinoso che danneggiava le gambe dei pantaloni degli stessi mandriani. Per proteggere i vestiti mentre lavoravano, legavano dei pezzi di pelle alle selle dei loro cavalli, in modo tale da salvaguardare il tessuto dei pantaloni. Con il tempo, questo accessorio diventò un vero e proprio capo da indossare, legato in vita da una cintura che lasciava la zona dell’inguine esposta, e dunque rendeva più facili i movimenti a cavallo. Quando i cowboy messicani si sono spostati verso il nord, dove ora ci sono gli Stati Uniti e il Canada, sono subentrati altri cambiamenti di stile: l’aggiunta di frange, per esempio, ispirate dal vestiario tipico dei Nativi Americani; oppure la nascita di diverse varianti di silhouette, a seconda del clima locale.

Con il passare dei secoli, quando gli uomini hanno smesso di cavalcare, preferendo la comodità delle motociclette, i chaps sono stati subito associati a un nuovo tipo di mascolinità: non più il buon vecchio eroe Western, ma i membri fuorilegge delle gang di motociclisti, che secondo il Dipartimento di Giustizia degli USA usavano questi gruppi come “mezzo per compiere azioni criminali”. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la polizia di stato ha iniziato a inasprire i controlli sui comportamenti omosessuali all’interno dei bar, e nei club di motociclisti gay, come il Satyrs, un locale dove uomini queer potevano incontrarsi con discrezione, stare insieme e fare sesso. I chaps e gli altri capi in pelle indossati in quelle circostanze vennero associati a una nuova immagine ispirata a Marlon Brando, che intendeva rendere più mascolina l’errata percezione di un’eccessiva femminilità associata agli uomini gay.

Non stupisce dunque il fatto che, di lì a poco, i chaps siano entrati a far parte delle comunità leather e BDSM. Dr Shaun Cole, professore associato di moda alla Winchester School of Arts, fa notare come i chaps fossero destinati a diventare parte della cultura fetish. “Se indossati sopra i jeans, stringevano e fasciavano il corpo. Se indossati senza altri vestiti, enfatizzavano le zone erogene del corpo, permettendo gli atti sessuali, senza alcun bisogno di svestirsi,” afferma. Artisti come Tom of Finland e Jim French spesso ritraevano uomini gay muscolosi con indosso chaps, divise da marinai, jeans e altri capi storicamente associati alla cultura maschile della classe operaia, e spesso senza non molto altro indosso.

“Tom of Finland notava quello che gli uomini gay indossavano, lo enfatizzava, e così facendo influenzava la moda,” afferma Dr Cole, includendo non solo la moda gay, ma la moda in generale. “Designer come Jean Paul Gaultier o le persone parte della scena punk rave degli anni ‘90, come i Cyberdog, iniziarono a creare chaps utilizzando materiali diversi dalla pelle, così che perdessero i riferimenti alla comunità BDSM, ma non interamente.” E comunque, i toni queer e marcatamente erotici di questo capo lo avevano già escluso dal regno della più sobria eteronormatività: i chaps diventarono un caposaldo di chiunque intendesse esprimere un segno di liberazione sessuale senza vergogna alcuna.

Uno degli emblemi di tutto ciò, è la performance di Prince di Gett Off ai VMAs del 1991, in cui indossa un completo giallo disegnato in modo tale da avere una finestra sul suo didietro, ed esporre così totalmente le sue natiche. “Prince ha chiesto specificamente che il completo fosse giallo, in simil pizzo e il suo sedere fosse scoperto,” afferma Casci Ritchie, una storica della moda e ‘Princeologa’. Dopo che il suo album precedente, Graffiti Bridge (1990), aveva ricevuto una risposta tiepida e l’omonimo film era stato un vero flop, l’artista aveva bisogno di un outfit che, come afferma Casci, “avrebbe riempito le prima pagine.” E se da un lato hanno celebrato in molti la teatralità di quel completo giallo, la maggior parte dell’America degli anni ‘90 non era pronta per vedere un uomo su un palco così cosciente del proprio corpo e del proprio sex appeal, specialmente in una maniera così camp, e soprattutto all’apice dell’epidemia da AIDS. Casci commenta: “Amava flirtare con la folla, trattava la moda e le sue performance come un’enorme burlesque.”

Mentre la popolarità dei chaps non dava segno di cedere all’interno delle scene underground, la sua presenza nella cultura pop era limitata a qualche apparizione occasionale, come nelle performance di Mary J. Blige e della Lisa ‘Left-Eye’ Lopes dei TLC. È stato solamente nel 2002, quando una ex-star della Disney ha appaiato un paio di chaps di pelle da biker con l’ora rinomato reggiseno e gli iconici dreadlock nel video di Dirrty di David LaChapelle, che i chaps sono tornati ad essere al centro della cultura mainstream.

Era un immaginario sconvolgente. Sembrava quasi che Christina Aguilera—la cocca d’America—fosse stata messa sulla cattiva strada dalle culture sessualmente deviate dell’America underground: ballava provocatoriamente indossando un accessorio che di solito veniva associato al vestiario maschile, e dimostrava quanto fosse cosciente del proprio corpo e della propria sessualità. I critici musicali (e, sorprendentemente, anche Shakira) al tempo affermarono che quel look e quel video fossero assolutamente inappropriati. Oggi, però, il video viene percepito con occhi decisamente diversi, e Billboard l’ha recentemente definito come un “precursore dei tempi”. Casci afferma che, collettivamente, non si è dato abbastanza credito a Christina e al suo impatto sulla cultura pop di oggi, e che in effetti è stata lei a definire la traiettoria della star Disney che diventa poi una ragazza ribelle e infine una vera e propria sex symbol—un pattern che ormai conosciamo fin troppo bene. “Ricordo che Christina aveva ricevuto critiche feroci per quel video,” afferma, “e la reazione era così misogina, specialmente rispetto al giorno d’oggi, dove le donne posso esprimere la propria sensualità liberamente.”

Ad oggi, i chaps continuano ancora a sollevare controversie, ovunque si trovino. Quando spuntano al Coachella, certi tabloid li giudicano “l’ennesimo trend senza senso”. Nel dicembre 2019, quando Lizzo ha indossato un abito con simil-chaps che rivelava una parte del suo sedere, le reazioni erano stracolme di giudizi e denunce. E mentre forti icone femminili come Rihanna e Megan Thee Stallion e incredibili drag queen come Aja e Shea Coulee continuano a indossarli senza remore, i chaps hanno perso definitivamente il loro posto all’interno della moda maschile. Alcuni riferimenti a loro sono comparsi giusto su qualche passerella, come quelle di Loewe e Versace, o nelle campagne Pride di Levi’s e Gaultier—creati in denim. Nonostante questo, i chaps sono ancora lontani dal loro ingresso nella moda di tutti i giorni, e vengono indossati esclusivamente per le sfilate, nei contesti delle comunità queer BDSM e nelle scene leather, oppure da uomini etero come scherzo.

È un male? Forse no. Che siano indossati da uomini ‘eroici’, impavidi membri delle gang di moto, da dom queer o da icone pop coscienti di sé, il senso di potere e di energia sessuale che emanano non è, infatti, necessariamente qualcosa che tutti possono indossare con leggerezza.

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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E quando si parla di abiti criticati ferocemente, per poi essere adorati collettivamente, non si può non accennare il “naked dress”:

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