9 giovani artisti da tenere d'occhio all'edizione digitale miart

Abbiamo selezionato i giovani talenti che si stanno facendo strada all'interno del mondo dell'arte, e che devi assolutamente conoscere.

di Carolina Davalli
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11 settembre 2020, 8:56am

Da in alto a sinistra in senso orario: Mimosa Echard, I Still Dream of Orgonon, 2016; Troy Makaza, Visceral, Part 1, 2019; Amber Andrews, Hot Lemon For A Good Digestion, 2020; Thomas Liu Le Lann, Alfredo, 2020; Oren Pinhassi, Towel Snake (turquoise III), 2018; Romina Bassu, Naufraga, 2019; Cristian Avram, Movie time, 2020; Andrés Pereira Paz, Fortify your columns, 2020

In questi ultimi mesi, per le ragioni che ormai conosciamo fin troppo bene, abbiamo visto una vera e propria colonizzazione dello spazio digitale da parte di istituzioni museali, luoghi della moda e percorsi culturali, in un tentativo—ancora in fase di sperimentazione—di trasportare i templi del design e delle pratiche artistiche e allestitive in un contesto diverso dalla realtà fisica. Per la prima volta, vediamo anche una fiera d’arte, un evento di per sé intrinsecamente materico, prendere parte a questo fenomeno e inserirsi nel mondo virtuale.

Inizia oggi—fino al 13 settembre—la prima edizione digitale della fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea miart, con più di 130 gallerie partecipanti—un solido network che si è andato a consolidare negli anni—e un’ampia selezione di opere in vendita. La fiera, oltre a essere integralmente digitale, presenta quattro categorie, atte a instaurare un dialogo tra arte moderna, contemporanea, emergente e design da collezione, incentivando l’ibridazione e innescando cortocircuiti all’interno di un sistema sempre dinamico e in espansione.

Troviamo dunque i dipinti di Balla e le serigrafie di Joseph Beuys, le statue di Klein e le installazioni di Kosuth; ma anche le fotografie di Mimmo Jodice e alcuni numeri di FlashArt; in un percorso narrativo che trascende epoche e timeline, descrivendo un pantheon eterogeneo di figure, tecniche, sperimentazioni e innovazioni, presentate secondo l’attenta curatela delle gallerie presenti.

Di fronte agli ormai indiscussi mostri mitologici che conosciamo ormai molto bene e gli artisti già affermati che dominano il mondo dell’arte contemporanea, abbiamo deciso che la nostra selezione avrebbe dovuto seguire un solo criterio: dare spazio ai giovani talenti che stanno cercando di guadagnarsi un posto all’interno del mondo dell'arte. Di età tra i 26 e i 38 anni, questi giovani artisti si inseriscono all’interno del panorama globale con una visione fresca e critica sulla società contemporanea, traducono in forma i propri heritage, le proprie visioni e le loro ossessioni più intime, riuscendo nel gioco in cui l’arte dovrebbe sempre vincere: farti venire voglia di vedere tutto da più vicino, con occhi sempre diversi.

Oren Pinhassi, RIBOT Gallery

Le sculture dell’artista Oren Pinhassi, originario di Tel Aviv e ora basato a Harlem, sono state definite “non binarie” dalla critica. Ma cosa si intende quando si parla di un’opera artistica “non binaria”? Per Pinhassi, è quando gli oggetti tradizionalmente associati all’universo maschile vengono declinati in forme e posture propri dell’immaginario femminile, e viceversa. È quando una scultura stravolge i nostri schemi estetici, quando oggetti familiari vengono presentati sotto altre spoglie, confondendoci e rendendoci incapaci di utilizzare sistemi duali.

Le sculture di Pinhassi sono così: delicate, eppure cariche di una portata emotiva travolgente, oggetti che rendono omaggio alla bizzarria della quotidianità e a noi esseri umani come animali istintivi ed erotici. Un intenso deja-vù, durante una mattinata qualsiasi. Le sue installazioni sono un percorso guidato, dove le opere diventano personaggi ambigui, che verrebbe voglia di aspettare il calare della notte per sbirciare il momento in cui, lasciati in una stanza da soli, sicuramente prendono vita.

Amber Andrews, Antoine Levi Paris

Laureata alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa nel 2016, la pittrice belga Amber Andrews è un’artista emergente la cui pratica sta a cavallo tra arte figurativa e astratta. Il suo sguardo indaga le situazioni più semplici, quelle di tutti i giorni, per presentarle in una maniera che, oltre a essere formalmente stratificata, sembra sull’orlo della metafisica.

I colori vivaci ma mai esuberanti rendono la sua pittura facilmente fruibile a prima vista, ma quello che Andrews traccia attraverso i suoi dipinti sono una serie di mondi intricati, personali e intimi, tutt’altro che quotidiani. Un velo di inquietudine aleggia su ogni sua opera, da quelle più statiche a quelle più dinamiche, ponendoci il dubbio che ogni cosa che ci circonda, in realtà, non è affatto come sembra.

Thomas Liu Le Lann, VIN VIN Vienna

Classe ‘94, l’artista francese Thomas Liu Le Lann, è conosciuto per le sue sculture e installazioni, che indagano la complessità della sfera emotiva, della salute mentale, della sessualità e della vulnerabilità. Riflettendo sulla società performante, Liu Le Lann non si è mai arreso nel ricordarci che è normale non stare bene, attraverso gigantografie delle sue sensazioni.

Per miart l’artista presenta una serie di collage prodotti in quarantena, ritratti di amici di cui sentiva la mancanza. La serie, considerata “naive” dall’artista stesso, è più un richiamo alla performatività delle sue azioni, al rituale di estrapolare un ricordo dei suoi amici, impulsivo e spontaneo, per riattivarlo, come se fossero venuti a fargli visita durante una festa in casa.

Cristian Avram, Boccanera Gallery

Le opere dell’artista rumeno basato a Cluj-Napoca, Cristian Avram, fanno un chiaro e diretto riferimento alla pittura classica, utilizzando colori tenui e tratti delicati. Quello che sconvolge è appunto quanto la delicatezza della forma sia slegata delle narrazioni contenute all’interno delle sue opere, spesso parte di forti commenti sulla società contemporanea, dei suoi peccati e, a volte, dei suoi squallori.

Gli invisibili, le storie mai scritte, ma anche i momenti della giornata considerati inutili (come potrebbe essere guardare Netflix sul cellulare prima di addormentarsi) diventano i soggetti a cui l’artista dedica tutta la sua pratica, offrendo veri e propri omaggi a quei momenti, persone e racconti che verrebbero altrimenti persi o dimenticati.

Anastasia Pavlou, Hot Wheels Athens

Classe 1993, l’artista greca Anastasia Pavlou utilizza spesso la tecnica del mixed media per creare le proprie opere. Nel caso della serie proposta al miart, l’artista si è incentrata sulla produzione di collage digitali, una successione di immagini che descrivono la percezione dell’artista rispetto al mondo circostante. Come fosse un flusso di coscienza, il collage districa le fotografie, creando forme complesse e disarmoniche che, paradossalmente, sembrano più autentiche di quelle originali.

La natura frammentaria delle immagini riporta ciò che scorre nella mente di chi è costantemente sovrastimolato da immagini e da una continua e sempre più pressante accelerazione della vita, in una corsa obbligatoria, ma persa già in partenza. Questo carica i collage di una forte connotazione personale, una riflessione sull’identità che diventa anch’essa frammentaria, in un gioco in cui non è chiaro se è il mondo a essere la causa delle nostre identità incomplete, o viceversa.

Romina Bassu, Studio SALES di Norberto Ruggeri

La pittura dell’artista romana Romina Bassu è evocativa quanto poetica, struggente quanto frivola, personale quanto universale. Il suo female gaze racconta gli archetipi femminili attraverso una rete di simbologie che spaziano dalla mitologia, alle icone più contemporanee, come le sigarette. Gli still life sono il dispositivo per raccontare le sfumature più sottili delle emozioni, quelle a cui nessuno ha mai avuto il modo, o il coraggio, di dare un nome.

Immerse nei toni pastello, le sue opere incarnano quelle smorfie che involontariamente facciamo quando determinati pensieri ci sfiorano la mente, raccontano la relazione tossica con oggetti sacrali (come lo straccio, il rossetto, i tacchi) ed evocano costante perdita di sé, espressa attraverso volti in cui mancano i tratti somatici. Bassu fa del racconto della donna la sua ossessione, e porta le veci di una discussione che riguarda anche noi.

Mimosa Echard, Galleria Martina Simeti

La pratica dell’artista francese, classe 1986, si incentra sull’utilizzo dei media più disparati e vari, sempre riportati in forma organica, quasi embrionale. La natura, l’evoluzione e i processi biologici che ne sono parte costituente diventano l’ossessione dell’artista, alla ricerca costante di distruggere questo stessi meccanismi, per crearne di nuovi e alternativi.

Un’archeologia non lineare, che slitta dagli elementi naturali agli oggetti più triviali, dal cotone alle perline di plastica, dai semi alle catene di metallo, il tutto imbevuto in gelatine fluide o cera; incastonando questi reperti di archeologia contemporanea nei contenitori più paradossali, come cartoni del latte o taniche di benzina. Il feticismo per gli oggetti e l’accumulo ossessivo rendono le opere di Mimosa Echard rappresentazioni visive della quantità di materiale di scarto presente nelle nostre vite, e di come questi resti possano in qualche modo diventare i fossili della contemporaneità.

Troy Makaza, Primo Marella Gallery

Classe 1994, l’artista africano Troy Makaza, basato ad Harare, fa della sua pratica artistica il mezzo per lanciare una critica verso la cultura, la società e le politiche dominanti in Zimbabwe, e nel mondo intero. Le sue opere tridimensionali, tra la pittura, la scultura e l’allestimento, sono infatti metafore dei flussi che legano gli spazi intimi a quelli pubblici e i cortocircuiti che si innescano nel momento in cui questa relazione dialogica viene a mancare o subisce qualche cambiamento.

La commistione di tinte forti, colori vibranti e silicone industriale per produrre rende le sculture di Mazaka tanto armoniose quanto intricate, favorendo la giustapposizione di tecniche, texture e materiali. Il risultato sono degli oggetti quasi alieni, muschi di ecosistemi inesisteti, pavimentazioni sensoriali alternative; un documento, insomma, dell’intimità più viscerale o, come l’artista le chiama, delle “politiche dello stomaco.”

Andrés Pereira Paz, Galleria CRISIS

L’artista boliviano Andrés Pereira Paz, ora basato a Lima, non crede in una gerarchia dei mezzi espressivi, per riportare una propria visione. Che sia una GIF o un’istallazione, un quadro o una scultura, l’artista decide quale tecnica adottare a seconda della necessità, alimentando la natura interdisciplinare ed eclettica della sua pratica.

Il suo campo di indagine è molto ampio, ma persiste una critica continua all’influenza dell’Occidente sulla cultura andina, alle strutture di potere che hanno invaso le società dell’America del Sud fino al giorno d’oggi e al trauma del colonialismo. La sua è una riflessione sull’identità post-coloniale e sulle percezioni che l’occhio Occidentale sulle culture colonizzate, in una continua oscillazione tra tradizione e decontestualizzazione, tra gli oggetti sacri di prima e quello di oggi.

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Crediti

Testo di Carolina Davalli

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