Queste illustrazioni raccontano il lato più vulnerabile della Gen Z

Emozioni disagianti, traumi, tristezza, dolore: Sadzylla mette tutto questo nelle sue illustrazioni, e anche di più.

di Benedetta Pini e Sumaia Saiboub
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15 maggio 2020, 10:45am

Tutte le illustrazioni di Sadzylla

Parlare di vulnerabilità e di tristezza è sempre difficile, a volte letteralmente impossibile. Un po' perché non si trova mai la modalità adatta, altre volte perché ci si chiede se, in fondo, interessi davvero a qualcuno. Il contesto sociale in cui viviamo ci porta a considerare le nostre emozioni come scomode e inappropriate—meglio mostrare una vita perfetta su Instagram, non le proprie debolezze. In un mondo in cui bisogna sempre essere (o almeno, fingere di essere) produttivi e felici, si tende a non mostrare quella parte di sé che, in fondo, forse non sta così tanto bene. Ma qualunque sia la ragione, abbiamo il diritto di essere tristi, e pure di parlarne.

A ricordarci questa grande lezione di vita ci pensa Sadzylla, una sorta mostro digitale che prende le nostre emozioni e le spiattella senza giri di parole in illustrazioni crude e sincere, raccontando su Instagram racconta il lato più vulnerabile della Gen Z. Perché essere giovani nel 21esimo secolo è già di per sé una sfida, nel disperato tentativo di stare a galla tra un mondo in costante cambiamento e le macerie ingombranti di ciò che è già stato.

Al di fuori del mondo virtuale, Giulia (AKA Sadzylla appunto) ha 22 anni e fa l'illustratrice. Per capire perché abbia deciso di mostrare la parte più vulnerabile di sé (e di riflesso, quella di tutta la sua generazione) sui social media, abbiamo deciso di intervistarla.

Ilustrazioni sulle vulnerabilità della Gen Z disegnate da Sadzylla

Ciao Giulia, raccontaci chi sei, cosa fai nella vita e da dove vieni!
Ciao! Ho 22 anni e sono nata a Cagliari. Dopo una breve (ma intensa) parentesi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano, sono tornata nella mia città natale per iscrivermi a Storia. Sono sempre stata una grande appassionata di giornalismo politico e mi sembrava la scelta più incline ai miei interessi. Con Sadzylla, però, ho leggermente rivisitato i miei progetti per il futuro. Ora sogno una carriera artistico-letteraria.

In che modo il disegno è entrato a fare parte della tua vita?
Quando ero una bambina amavo disegnare, ed ero anche piuttosto brava. Probabilmente più di ora. Con l’adolescenza ho smesso di colpo, ma ancora oggi non so perché. Probabilmente volevo sentirmi più adulta e legavo quell’hobby all’infanzia. Un giorno di 3 anni fa ho iniziato a dipingere a olio. Era un periodo tremendo per la mia salute mentale, soffrivo di attacchi di panico e di ansia. Non c’era valeriana, camomilla o medicina che potesse aiutarmi. L’unico vero momento in cui riuscivo a liberare la mente era quando dipingevo, ma sporcavo mezza casa. Quando ho scoperto che disegnando in digitale riuscivo straordinariamente a ottenere la stessa pace dei sensi senza però poi dover ripulire tutto, è stato come un'illuminazione.

Ilustrazioni sulle vulnerabilità della Gen Z disegnate da Sadzylla

E poi come, quando e perché è nato Sadzylla?
È nato nell’estate del 2018, inizialmente come una sorta di finsta in cui pubblicavo brevi scritti che avevo tenuto per anni nelle note del telefono. Mi seguivano solo i miei amici (e mi sembravano già troppi). Finché un giorno mio fratello mi ha chiesto di fargli un ritratto in digitale per il suo profilo Instagram. Non avevo mai fatto niente del genere, e il risultato era orribile. Tuttavia, mi divertii così tanto che iniziai a disegnare me stessa e ad aggiungervi i testi con le mie note. Speravo che le parole distraessero dalla scarsa qualità dei disegni e che al contempo i disegni rendessero più fluidi e godibili gli scritti. Alla fine, contro ogni mio pronostico, ha funzionato.

Il nome sembra la fusione di “sad” e "Godzilla", è così? Ci vuoi spiegare meglio il suo significato e in che modo è rappresentativo dei tuoi lavori?
È proprio così, ma è stato casuale. I miei amici mi chiamano da sempre Zuly, quindi al momento di creare la pagina, proprio perché doveva essere un finsta, volevo che il nome fosse Sadzuly, ma era già stato preso. Così ho provato Sadzylla, ed era libero. Mi piaceva il paradosso, perché io sono piuttosto minuta fisicamente, ma (soprattutto in quel periodo) avevo un animo piuttosto pesante. Se dovessi dire brevemente che cosa significa il nome direi: Sadzylla è un gigante intriso di tristezza.

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Nelle tue illustrazioni mostri un lato intimo e fragile di te. Com’è stato aprirsi sui social all’inizio? E cos’è cambiato adesso che ormai lo fai da un po'?
Quando mi seguivano solo i miei amici, mi vergognavo al pensiero che le persone con cui passavo le giornate potessero spiare nei miei malumori fino a quel punto, scoprire quanto intricata fosse la mia mente. Al contrario, uno sconosciuto può farsi qualunque idea di me, ma non avrà ripercussioni sulla mia vita tangibile. Una persona che mi vede quotidianamente potrebbe anche spaventarsi e il nostro rapporto ne risentirebbe. È successo. Soprattutto quando si tratta di persone con cui c’è un coinvolgimento romantico. Dopo quasi due anni ci ho fatto l’abitudine, ma sicuramente ci sono post più disturbanti per me di altri.

Ad esempio, se trascorro una giornata con una persona a me molto cara, mi viene naturale riportare alcuni dettagli dell’incontro in un'illustrazione. Loro è probabile che si riconoscano e si sentano magari depredati di una parte della loro intimità. Ormai chi si relaziona a me è pronto a questa eventualità. È una cosa che mi angoscia, ma non rinuncerei mai a questo mio modo di trasporre il vero, perché andrebbe a perdersi tutta la forza di quello che ho da dire.

Nei tuoi disegni affronti temi importanti, nonostante tu abbia solo 22 anni. Ti ispiri alle vite degli altri o alle tue quando rifletti su questi argomenti?
Sadzylla è il mio diario. Lì dentro c’è la mia vita, ma è una versione di me molto più enfatica e tragica. Le mie fonti d’ispirazione sono la mia vita e le persone che mi ruotano intorno. C’è quello che ho vissuto, quello che non ho avuto il coraggio di dire e quello che ho sognato di avere senza ottenerlo mai. Non è solo un diario degli eventi, ma anche dei desideri e delle perdite. Non sono mai riuscita a scrivere di altro se non di me stessa.

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Hai una visione disillusa e ironica, ma anche dolce e romantica. Come unisci questi due aspetti?
Sono due lati di me da sempre in conflitto, ma che mi permettono di avere un certo equilibri. Sole in Capricorno con quasi tutti i restanti pianeti in Acquario. Un ossimoro vivente, in pratica. Sono un’idealista e per questo tendo spesso a costruirmi mondi immaginari in cui stare più comoda quando la realtà mi affanna. Allo stesso modo, sono anche una persona molto razionale che sviscera ogni cosa e cerca sempre di trovare la soluzione più consona ai problemi. Non è facile, però vorrei poter sempre avere la capacità di guardare il mondo con incanto e senza eccessiva ingenuità.

Fai illustrazioni, ma anche i testi occupano una parte importante nei tuoi lavori. È sempre stato così? In che modo riesci a farli convivere senza che risultino ridondanti?
Scrivo da quando ero una bambina. Ho ancora vecchi diari in cui esprimo una pesantezza decisamente eccessiva per l’età che avevo. Forse è l’unica passione che ho coltivato da sempre senza discontinuità. Anche perché è stato più di tutto un bisogno. Non sono mai stata troppo brava a esporre i miei sentimenti agli altri. Ero molto riservata e gelosa di ciò che provavo. In un certo senso lo sono ancora. Tutto ciò che non ho saputo dire, ho sempre saputo scriverlo. Se poi quelle parole non arrivavano alla persona interessata, non era importante. Ciò che contava era poter fare uscire da dentro di me quei sentimenti e dare loro una forma eterna.

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Uno degli aspetti secondo me centrali dei tuoi lavori è il fatto che tendi a parlare anche di emozioni disagianti, di quelle che non si vorrebbero provare o di cui ci si vergogna, e per questo si tende a non parlarne. Invece tu lo fai. Perché?
Più un sentimento mi provoca disagio, più so che è vero. Più so che è vero, più suscita un’emozione forte la resa finale dell’opera e la sua pubblicazione. Inizialmente mi vergognavo e cercavo di essere molto più neutrale. Poi ho capito che questo disagio non è solo mio, ma di tantissime altre persone. E se non è solo mio, perché dovrei vergognarmene? Posso invece essere d’aiuto, combattendone lo stigma, come un manifesto che grida: “Se provi questa sensazione e ti senti un completo idiota, smettila. La provo anche io. Siamo normali”.

Negli ultimi anni anche altri artisti hanno scelto una strada simile a questa, credi che questo sia indice di una qualche tendenza della tua generazione?
Il digitale ha aiutato molto il mondo del fumetto, perché è il medium ideale per rappresentare in modo semplice, coinciso e accattivante un concetto. Molto più di un lungo testo privo di immagini. Poi penso che l’emulazione abbia permesso al fenomeno di espandersi a macchia di leopardo. Io per prima ho passato l’adolescenza a leggere Zerocalcare, Gipi e Paz, che sono maturati artisticamente in periodi storici diversi dal mio, ma di cui mi colpiva la capacità di catturare la mia attenzione come un semplice romanzo o un’opera pittorica non sanno fare.

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Spesso con le tue illustrazioni prendi posizione contro gli stereotipi di genere; in che modo il tuo lavoro interviene nel dibattito femminista in Italia e contribuisce a consolidarlo?
In camera mia ho appeso alla parete il manifesto The advantages of being a woman artist delle Guerrilla Girls. Io sono femminista, perché per me è semplicemente non contemplabile il non esserlo. A volte vengo accusata di esserlo troppo, altre di non esserlo abbastanza. Non mi piace quella corrente pop-femminista che propone il modello della donna annebbiata dal successo lavorativo e finanziario, che schernisce il desiderio di genitorialità, che promuove il consumismo emotivo. Questo non è femminismo, è solo prendere gli elementi del maschilismo tossico e affidarli alle donne per costruire un mondo più paritario ma ugualmente sbagliato.

Quando ero più giovane ero convinta che l’unico modo per farmi accettare come vera femminista fosse rifiutare qualunque tipo di comportamento additato come stereotipo del femminile. Oggi capisco che anche quello era un atteggiamento sessista. Quello che cerco di fare io è promuovere un tipo di femminismo onesto, fatto di persone di ogni genere, orientamento, provenienza, che sia attento ai problemi sociali e trans-inclusive. Il femminismo nel 2020 dev’essere intersezionale, o non può neanche dirsi femminismo.

Quando si prende una posizione precisa, gli hater sono sempre in agguato. Come reagisci ai commenti negativi?
Finora sono stati pochi, devo ammettere. C’è chi a volte non coglie l’ironia dei post e commenta con toni aggressivi, e io devo star lì a spiegare l’ovvio con parole gentili. C’è chi mi scrive che dovrei usare più punteggiatura. Chi che non so disegnare. Chi mi accusa di essere—cito testualmente—“una dispensatrice di negatività e depressione.” All’inizio ci soffrivo parecchio, poi mi sono resa conto che se una persona estrapola dall’insieme dei miei lavori solamente questa conclusione, dev’essere di una pochezza d’animo disarmante. Ora mi fanno sorridere. Continuo a ripetermi che continuo a creare in primis per me, e che non si può mai piacere a tutti.

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A quali artisti ti ispiri?
L’idea di unire poesia e disegni mi è venuta leggendo Milk & Honey di Rupi Kaur. I miei autori preferiti sono Calvino e Pavese. La loro scrittura, seppur diversa, mi strega. Da Pavese penso di avere assimilato la visione a tratti tragica, a tratti sognante nei confronti della vita. Di Calvino tento sempre di imitare la sua straordinaria capacità di esprimere concetti difficilissimi con le parole più semplici che un vocabolario possa contenere. Il mio pittore preferito è Matisse. Il suo tratto quasi infantile ha una potenza comunicativa che nessun manierismo saprebbe eguagliare.

Chi ci consigli di seguire su Instagram?
@filthyratbag e @pollynor sono le mie insta-artist preferite, @habitual_body_monitoring2, @wildflowersex e @virginandmartyr per una sana informazione in ambito sessuale, e infine @nouvellevaguefr e @teorema68 per chi come me vorrebbe risvegliarsi domani in un film di Godard.

Cosa vedi nel futuro di Sadzylla?
Spero un libro. Con gli infiniti contenuti che il mondo social può offrire, l’unico vero modo di dare un valore più stabile alle parole è dare loro una casa fisica e tangibile. Voglio che le persone possano toccare con mano i miei lavori in una copia che sia soltanto loro, strappata, pasticciata, rovinata. Non importa. Sognando in grande, spero che un eventuale libro possa essere tradotto anche in altre lingue per essere fruibile anche a chi non conosce l’italiano. A quel punto, probabilmente, morirei per la gioia.

Ilustrazioni sulle vulnerabilità della Gen Z disegnate da Sadzylla

Crediti


Testo di Benedetta Pini e Sumaia Saiboub
Illustrazioni di Sadzylla

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