Arca si apre sulla sua transizione e sul concetto di "gayness"

Arca è esattamente la dea di cui abbiamo bisogno nel 2020.

di Frankie Dunn
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25 giugno 2020, 1:12pm

La Nascita di Venere di Botticelli rappresenta la dea dell'amore che emerge dalle acque, nuda, all’interno di un’enorme conchiglia. Più meno 600 anni dopo, un nuovo mito riprende questa immagine, un’altra celebrazione di rinascita: è l'introduzione alla nuova era di Arca. Nel video di Nonbinary, il singolo attorno a cui ruota KiCk i, il suo quinto album, uscito a distanza di tre anni dall'ultimo, l’artista si trova all’interno di una conchiglia sacra, situata in un cimitero allagato di un mondo post-apocalittico. Arca è nuda, indossa solo un paio di vaporosi stiletto, bende e fiori, ed è esattamente la dea di cui abbiamo bisogno nel 2020.

KiCk i è l'ultima fatica della trentenne Alejandra Ghersi, conosciuta anche con il nome di Arca. È il sequel del suo progetto del 2017, già acclamato a livello internazionale, e del suo singolo di 62 minuti intitolato @@@@@, uscito lo scorso febbraio. A cavallo tra pop e reggaeton, l'album ha un mood inaspettatamente giocoso, e presenta dei featuring con le amiche e colleghe Björk, Shygirl, Rosalía e SOPHIE. KiCk i porta Arca verso una direzione più accessibile, che permette ad Alejandra di esporsi personalmente per la prima volta.

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Quando la chiamo su zoom, si trova nel suo studio nel suo appartamento a Barcellona, intravedo la sua strumentazione e le sue tastiere attraverso lo sfondo digitale arcobaleno che ha scelto per la video call. In sottofondo, sento degli uccellini che cinguettano nel giardino alle sue spalle...

Ciao Alejandra. Come sta andando il tuo lockdown?
Mi sono completamente rinchiusa, come un'eremita. Tutto quello che posso fare online l'ho sempre fatto online, anche quando il mondo funzionava. Certe volte, mi devo sforzare per uscire dalla porta di casa anche in situazioni normali, quindi questo momento ha aggiunto un ostacolo in più da affrontare. Mi trovo incollata agli schermi tutto il giorno, sentendomi con gli amici attraverso ogni possibile via digitale

L’ultima volta che sei stata scattata per i-D era nel 2017, con Wolfgang Tillmans. Ti ricordi che tipo di persona eri allora?
Assolutamente. La cosa strana è che alcune persone a cui tengo molto mi chiedono: "Allora è morto, giusto?" Credo che sia giusto scherzarci sopra, è una cosa complessa e bellissima di cui parlare. Come percepiamo noi stessi? Come ci percepiscono le altre persone? Ora posso guardare indietro e decostruirmi. È ironico, perché nelle mie performance parlo molto spesso della morte. Mi chiedo: "Ti ricordi la prima volta che sei morta?" e parlo della morte come metafora, sono convinta che esistano diversi tipi di morte.

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Come gestisci questo tipo situazioni con le persone a te care?
Dopo la transizione--come dopo diversi cambiamenti nel mio corpo e comportamento, o nelle mie preferenze ed espressioni, oppure nei valori e nelle credenze--è capitato che qualcuno dei miei amici si sentisse molto confuso, e si chiedesse: "È diventata una persona nuova? Cosa succede se sbaglio il genere riferendomi a lei?" E credo che siano delle domande bellissime da porsi. Sono convinta che siamo tutti immersi in un flusso di cambiamenti, no? Siamo tutti in transizione, dalla nascita alla morte, è inevitabile. E poi c’è questo tipo di transizione che è opzionale, che socialmente--per quanto imperfetta e fragile--ti permette di esprimere qualcosa di astratto, fisico e primordiale. È la differenza che sussiste tra l'avere un’energia dentro di te e non poterla esprimere, e poi riuscire finalmente a sfogarla nel tuo ambiente esterno. Le persone a quel punto reagiscono, e possono scaturire infiniti tipi di conversazioni. Ma è lì che sta la magia, nella comunicazione.

Assolutamente, per quanto difficile possa essere.
Mi ci è voluto molto tempo per iniziare la mia transizione. Ci ho pensato per anni e non riuscivo a togliermi l’idea dalla testa. Speravo in parte che il pensiero se ne andasse o che riuscissi ad ammettere questa sensazione… pensavo che mi ci sarebbe voluto molto tempo per riconoscermi allo specchio. È stato un momento abbastanza spaventoso. E poi sono finalmente riuscita ad accettarmi.

Sai, sempre nell’intervista con Wolfgang, hai affermato che Arca significa “un contenitore cerimoniale che può restare incinta di musica o significato.” Ora sembra alquanto profetica la scelta del nome, che risale a così tanto tempo fa...
Assolutamente. È così assurdo. E grazie di avermelo fatto notare, perché non ci avevo mai pensato.

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Qual è stato il pensiero iniziale dietro al nome Arca?
Non so quanto sappiate di quella parte della mia vita, ma prima ero una specie di bambino prodigio dell’indie pop in Venezuela. Ero una teen pop-star indipendente che però non ha funzionato. Ero sui giornali e le band mi invitavano a collaborare con loro… anche la più famosa del Venezuela! C'era molta attenzione su di me per via della mia musica, mi faceva piacere essere vista in quell’ottica e non come un nerd. Ho realizzato che in questo modo mi sarei potuto fare conoscere da molte persone. Così ho continuato a seguire quella rotta fino a un punto di non ritorno, in cui creavo i suoni a partire da ciò che pensavo sarebbe piaciuto alle persone, e ho perso completamente la mia visione personale. A quel punto ho fermato tutto. Ho iniziato un altro progetto, scegliendo un nome che mi avrebbe resa libera da ogni catalogazione.

Mi chiedo quanto ti interessi ora fare musica che piaccia alle persone. KiCk i è molto più pop e accessibile rispetto ad altre tue produzioni.
È una bellissima sfumatura su cui soffermarsi, questa, e non esiste una sola risposta. Sento sicuramente la voglia di farmi ascoltare e di aprirmi all’altro. Nonostante faccia musica da tanto tempo, non ho mai rilasciato molte interviste. C’è una parte di me che è come se mi chiedesse come mai io abbia così paura di aprirmi. Ma lo faccio già attraverso la musica. Vorrei cogliere questo album come un'opportunità per farmi ascoltare dalle persone. Qualcosa di più invitante, come fosse una celebrazione, una festa a cui le persone vogliono partecipare.

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E sembra davvero che tu ti stia aprendo molto di più con le persone rispetto a prima. Ho visto che hai iniziato a parlare con sconosciuti su Instagram, il che è molto coraggioso.
Ho sempre amato il palco digitale. Facevo live streaming anche prima del lockdown, ma ora ha preso sicuramente una connotazione diversa, da quando non è più stato possibile andare in tour. Mi mancava sentirmi parte di quel mondo; quel senso di comunità e di stare insieme. Il live streaming è come l’oceano… non voglio immergermici completamente, ma non voglio nemmeno allontanarmi troppo. C’è qualcosa di magico.

E così continui a pagaiare. C’è stato un live stream in particolare, verso la fine dell’anno scorso, in cui hai parlato della tua transizione e del fatto che ti identifichi ancora come gay. Così facendo hai messo in luce delle problematiche intrinseche alla nostra lingua.
Quando si parla di sessualità, che è così ineffabile di per sé, è difficile trovare le parole per descriverla, perché è in costante cambiamento. È come se, ogni volta che si cerca di definirla, emergesse qualcosa che contrasta od ostacola quella definizione. Vedo la mia identità di genere come non-binaria, e mi identifico in una donna trans latina, eppure non voglio che nessuno mi privi di sentirmi gay. Quando parlo di “gayness" è strano, perché non parlo di chi mi attrae. Parlo di una forma di produzione culturale, individuale e collettiva, a cui non voglio rinunciare. Voglio avere la mia torta e ogni tanto mangiarne un boccone.

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Il che è assolutamente un tuo diritto.
So che ci sono molti rischi quando ci si percepisce come persone fluide, perché è spaventoso; vuoi essere una persona tutta d’un pezzo e coerente, e vuoi sapere dove finisci tu e dove iniziano le altre persone. Ma siamo parte di una collettività, ed è bellissimo quando si innescano delle conversazioni tra noi. Non devi combattere contro te stesso o gli altri, perché è come gettare benzina sul fuoco. Accetto la responsabilità delle mie sensazioni, ma non accetto la responsabilità di quelle degli altri. Cerco di non cadere nella trappola di litigare su quello che spesso è solo una definizione di una parola.

Sembra che tu sia molto brava a restare calma.
Sì, quando non scoppio a piangere a caso.

Prima di continuare, qual è la storia dietro a KiCk i?
La prima immagine che mi viene in mente quando penso alla parola "kick" sono i calci prenatali, quel momento imparagonabile di quando i genitori realizzano che loro figlio non è sotto il loro controllo e che ha una sua volontà; i suoi impulsi sono veloci e imprevedibili, a prescindere dai loro. Penso che più in là nel tempo faremo molta fatica a distanziarci dalle autorità e mettere in discussione il sistema che continuiamo a perpetuare, quello che parte dall’alto e poi va verso il basso. Questo che stiamo vivendo è il momento del contrasto, che è un segnale del fatto che ci sentiamo vivi. Il neonato non sta pensando a calciare, calcia perché è un impulso vitale; non c’è malizia in quello che fa.

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E l'album è il primo di una serie di KiCks, giusto?
Lo vedo come un ciclo in tre atti di un'opera elettronica sperimentale, seguita da un epilogo, ovvero una mia composizione al pianoforte--senza voci, effetti, né pirotecnica, solo composizione. Penso che ognuna delle parti rappresenti un lato diverso di me. Non posso dire che contenga tutte le mie moltitudini, ma posso sprigionarle così che fluiscano al di là del mio controllo. In un album velocizzo il tempo, e in quello successivo lo rallento: il ciclo è come un mappamondo, e io lo sto costruendo disco dopo disco. Si regge su una mitologia, con dei personaggi e delle ambientazioni. E c’è anche Electra Rex.

Chi è Electra Rex?
Electa Rex è una dei miei alter. Come esiste il complesso di Edipo, c’è anche il complesso di Elettra, ma non ho mai visto una commistione dei due prima d’ora. Il mito di Elettra Re, che io propongo, racconta che lei ha ucciso sua madre e suo padre e poi ha fatto sesso con se stessa. Ed è così che prende vita Electra Rex.

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Ed è un personaggio che perdura in tutto KiCk?
Io li chiamo anche “self-state", che è un termine che uso in Nonbinary. La definisco una mia alter perché tramite lei emerge un elemento della mia persona molto diverso dagli altri. Lei è maliziosa, ma ha buone intenzioni. Nel cast dell'album ci sono altri personaggi. Xen è un altro di loro--Xen come il nome del mio album del 2015.

E da dove è nato Xen?
Da un nome che usavo… mi imbarazzo a parlarne ma sto cercando di aprirmi il più possibile… conta come truffa se dichiari dopo di essere un trans?

Penso che non ci siano problemi.
Ero molto giovane e mi sono innamorata di una persona online, e per anni gli ho fatto credere che fossi una ragazza. A quel punto conducevo una doppia vita. Andavo a scuola come “lui”, ma per lui ero una “lei”. Questa esperienza mi ha lasciata con una grossa ferita, specialmente quando si parla di sentirsi al sicuro. Xen era il nome che davo a me stessa allora. Ho smesso, e ho sepolto quella parte di me, perché mi sentivo in colpa e soffrivo di forti mal di stomaco. Così Xen è scomparsa, ma poi ho deciso di renderle onore e riportarla in vita per ricordarla con amore. Sai, questa parte di me aveva lo spazio per sognare, per connettersi e per esplorare le parti di me che non potevo mostrare nella vita vera. Sono molto grata per Xen.

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Quindi pensi che questi alter, questi “self-state”, siano una sorta di continuazione di questo? Nel senso che sono modi per esplorare continuamente diverse parti di te?
Credo che ci sia un desiderio comune di essere se stessi. Ma certe volte ci sono degli umori che sono avidi, e ti prendono molto tempo per auto-distruggersi, mentre altre parti di te vogliono superare le paure e connettersi tra loro. Credo che sia un modo giocoso per mettersi in contatto con queste parti. È come se fosse uno specchio per le diverse parti di noi.

E tutti questi ”self-state” si alimentano nel mondo di Arca...
Io vedo Arca come uno spazio, e in quello spazio provo diverse simulazioni e decostruisco costantemente le cose, cercando di mantenerlo sempre in movimento. Lo fermo quando si muove troppo velocemente, e viceversa. Tento di mantenere un equilibrio tra calore e vulnerabilità e immaginazione, e non cerco di controllarlo troppo, ma non voglio neanche che sia confuso. Ci sono anche delle vere e proprie narrazioni, molte di più di una.

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Quindi che ruolo ha KiCk i in questo progetto più ampio? Se tutte e quattro le installazioni sono parte di un ciclo di opera elettronica sperimentale, qual è il focus di questa?
Non è proprio così, bianco e nero. Vedo KiCk i come un’intersezione tra il pop e il reggaeton, poi decostruita. Il secondo penso che sia più una decontrazione dell’hip-hop. Il terzo è quello meno definito, e il quarto sono solo tastiere.

Non mentirò, sembra epico.
È passato tanto tempo dal mio ultimo album, ma non ho mai smesso di fare musica con la stessa intensità. Non volevo lanciare un solo album e poi aspettare altri tre anni. C’è della musica che voglio condividere prima di morire. Amo il formato dell’album. Ho comprato album che mi hanno cambiato la vita, quindi prendo la cosa molto seriamente. Ma voglio anche giocarci e smuovere le cose. Cosa significa un album oggi? Magari il singolo dura un’ora? Magari l’album quindici ore?

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Per quanto tempo hai lavorato a KiCk i?
Era già finito l’anno scorso, più o meno, quindi ho avuto molto tempo per ripensare certi aspetti. In questo tempo si è sedimentato, e mi sono chiesta: vivo ancora per questo album? Quando è iniziata la pandemia da coronavirus ero tipo: ora è il momento di essere generosi, di essere esagerati, di proporre una fantasia sci-fi totalizzante. Questa è la nuova era di cui abbiamo bisogno; nuovi umori, nuovo divertimento, nuovi look, nuovi suoni. Ne abbiamo bisogno ora. Non aspettiamo che le cose migliorino da sole. L’arte può migliorare le cose! Nei momenti di crisi, la fantasia e la gioia sono spazi stupendi in cui poter creare.

Prima hai fatto notare che impari sempre qualcosa di te stessa attraverso il tuo lavoro, e mi chiedo che cosa ti ha insegnato questo album.
Puoi vivere delle esperienze bellissime e positive quando ti apri. Credo, nel contesto di come suona l’album, che sia il più gioioso che abbia mai fatto. Questo nuovo capitolo della mia vita mi ha portato a realizzare delle canzoni che sono molto più felici di quanto mi sarei aspettata.

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Dovresti sentirti felice allora, dentro di te?
Insomma... diciamo che sono più felice di prima. Non direi di essere felice in assoluto, perché credo che la felicità sia uno stato a cui si tende costantemente senza raggiungerlo mai. Cerco la sensazione di sentirmi viva, l’esperienza del piacere. A volte non sai nemmeno perché vuoi qualcosa, eppure la desideri fortemente; e poi, quando la ottieni, quasi subito inizi a desiderare qualcosa di diverso con la stessa intensità. Questi misteri di cosa voglia dire essere felice sono troppo spaventosi per me, quindi non oserei mai dire di essere felice, ma non sono sicuramente triste.

Ed è abbastanza.
È bellissimo, “è abbastanza”. Sono grata di ciò che faccio. E non lo do per scontato. Lo adoro.

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Crediti


Fotografie di Juergen Teller
Creative partner di Juergen Teller Dovile Drizyte

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