Collina Strada e Thebe Magugu

8 brand sostenibili che dovresti conoscere e supportare

Consapevoli di poter (davvero) fare la differenza, questi sono alcuni dei nomi di riferimento di una generazione di brand 3.0 che sta pon le basi per un ecosistema fashion 100% eco e umanamente sostenibile.

di Anna Maria Giano
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22 aprile 2021, 12:27pm

Collina Strada e Thebe Magugu

I mostri sacri del mondo della moda hanno abbracciato la sostenibilità da ormai qualche anno, quasi fosse un morbido salvagente che ne impedisce l’annegamento nel sistema del fast fashion, restando a filo d’acqua tra l’abisso della produzione di massa e la bolla d’ossigeno del politicamente corretto. Per i brand nascenti, questo discorso va accantonato: non si tratta di adattarsi, ma di piantare radici direttamente nel terreno green—senza OGM o pesticidi—dell’abbigliamento etico, costruendo non un impero multipiano ma una pittoresca casa sull’albero in cui impastare estetiche e idee. 

Vediamo nuovi talenti attivamente coinvolti nella creazione di una moda consapevole, di un ecosistema più che di un’industria, dove ogni abito trasuda una volontà di innovazione, miglioramento e presa di coscienza. Non basta ridurre l’emissione di CO2 o propinare l’ennesima formula a base di scaglie di funghi, bucce di banana e farina di riso per definirsi pionieri del settore: la rivoluzione sta nel non creare spreco, nel conservare la manualità, nel semplificare la complessa macchina produttiva spogliandola dei suoi ritmi supersonici e riportandola a una dimensione umana. 

Il punk multiculturale di Chopova Lowena

È quello che fa Chopova Lowena, brand nato tra i banchi della Central Saint Martins e debuttato nel 2017. Incrocio dei cognomi delle fondatrici, alias Emma Chopova e Laura Lowena, il marchio si configura come una confluenza di etnie e culture, attingendo a piene mani dal bagaglio visivo del punk inglese anni ‘80 e dall’artigianalità tessile della Bulgaria rurale. L’incontro delle origini bulgare di Emma Chopova e il background impregnato di Carnaby Street di Laura Lowena si concretizza in capi dal sapore folkloristico, dove tessuti tradizionali, vintage e filati riciclati vengono fusi in design a basso contenuto di agenti chimici e rigorosamente cuciti a mano. 

Collina Strada è il brand antropologico gender-fluid e 100% sostenibile

Collina Strada fa un passo oltre, creando un microcosmo parallelo ed eco-friendly di cui gli abiti non sono che gadget di sponsorizzazione. Quando Hillary Taymour crea il marchio nel 2008 sa già di voler fare la differenza, ma è nel 2012 che avviene la svolta, nel momento in cui la pelle viene sostituita con un’alternativa vegana e inizia a prendere forma la sua anima sostenibile. Il materiale è di scarto o riciclato, la produzione è manuale, adottando una filosofia a chilometro 0 dove il tessuto è scovato e assemblato nei meandri di New York. Lo stesso sito di e-commerce è una piattaforma di informazione e formazione sulla crisi ambientale, accompagnando l’utente alla scoperta del proprio armadio e del relativo costo in termini di salute del pianeta. Chiosa finale: la presenza di una forte componente antropologica, con tagli e design gender-fluid che si fanno inibitori del pregiudizio verso la diversità. 

L'ecologia è messa sotto i riflettori di un teatro da Dilara Findikoglu

L’ecologia diventa teatralità se filtrata da un estro sfacciato e senza paura. Dilara Findikoglu ne è l’esempio lampante, grazie a collezioni che hanno il gusto ibrido e nippo-bizantino dei costumi di Eiko Ishioka uniti a quelli di Alejandro Jodorowsky de La Montagna Sacra. Nata a Istanbul e basata a Londra, Dilara ha un approccio slow-fashion dove chi va piano va davvero sano e lontano, soprattutto in termini di sostenibilità climatica. Emissioni ridotte all’osso per i suoi abiti da Vampire Lolita, plasmati su tessuti turchi ed handcrafted misti a patch vintage e scampoli riciclati—al posto dell’anidride carbonica, ci stordisce con gli effluvi storico-politici delle sue reference, colonna portante della sua estetica.

Richard Malone, un mix di folklore irlandese e fair trade

Dall’esoterismo pagano alle leggende druidiche, Richard Malone è il cantastorie irlandese che eredita le qualità narrative della sua terra e le concretizza in silhouette che sembrano quasi strutture architetture. Dal 2014, il designer spinge la moda europea fuori dal limbo outré delle maison parigine, reclamando i riflettori e puntandoli sulla massima trasparenza della sua catena produttiva. Vincitore nel 2020 del Woolmark Prize, Malone investe sulla responsabilità condivisa di marchi e consumatori, entrambi colpevoli di quel surplus di panni buttati e invenduti, offrendoci la possibilità di ragionare su cosa compriamo e cosa indossiamo. Con lavorazioni certificate Fair Trade e massima limpidezza sulla qualità delle condizioni lavorative dei suoi dipendenti, Richard Malone è uno stampo in cui versare il gesso della moda del futuro. 

Thebe Magugu fa dell’identità sociale il proprio marchio di fabbrica

Stessa lunghezza d’onda per Thebe Magugu, creativo sudafricano che finalmente risveglia le coscienze assopite di un sistema white-oriented e le riporta verso il panorama del talento Black. Con collezioni di ready-to-wear e progetti capsule, il marchio ha costruito un’identità spiccatamente sociale collaborando con donne artigiane e piccole comunità autoctone, una strategia che va ben oltre l’intelligenza per sfociare nella lucidità di un’ecologia umana. Dare lavoro alle minoranze e favorire l’emancipazione attraverso l’indipendenza economica è la trascendenza del banale stereotipo del “sostenibile”: è progresso allo stato puro. L’artigianato diminuisce lo spreco, lo scarico di gas inquinanti, la sovraproduzione, e al contempo supporta lo sviluppo di alcune delle aree del mondo più in difficoltà.

Rastah si riappropria della maestria tessile mediorientale e rinnova l’estetica “grunge”

L’artigianalità è perno creativo di un nome sempre più presente nel panorama fashion: Rastah, marchio pakistano che riabilita la maestria tessile mediorientale e fa luce su come l’abbigliamento non sia (sorpresa!) una prerogativa occidentale. Decontestualizzando le tecniche artigianali asiatiche per applicarle a silhouette di matrice americana, il marchio collabora attivamente con famiglie sparse sul territorio nazionale per tramandare le tecniche di lavorazione, realizzando i capi a mano e impiegando solo tessuti filati artigianalmente. Il colore è vibrate, il taglio è sportivo: il risultato finale è un grunge di nuova concezione.

Il cambiamento arriva anche dalla produzione di sneaker, e F_WD ce lo dimostra

Anche l’Italia rimane una fornace attiva di talenti, e tra le innumerevoli realtà che spuntano sul mercato, FWD è quella che cattura maggiormente l’attenzione. Nato nel 2019, il brand di sneaker si presenta come lo slogan “be part of the solution”, concretizzando l’abusata (ma sempre valida) teoria gandhiana che ci invita a essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo. FWD (pronunciato forward) è l’epitome di un marchio ibrido, con design che uniscono il nostalgico al futuristico, lo sportivo con il luxurywear, il maschile al femminile, il tutto tenuto insieme dal collante misto di materiali riciclati, produzione locale, riduzione delle emissioni inquinanti e impiego di energie rinnovabili. 

Ōshadi mette l’accento sulla collaborazione con le comunità locali

Chiude il cerchio Ōshadi, un collettivo fondato da Nishanth Chopra e nato da un progetto di agricoltura rigenerativa. Niente termini aulici fini a sé stessi. Basandosi sui sistemi di coltivazione indiani, Chopra erige un brand che gestisce interamente le fasi di produzione, dal seme piantato al prodotto finale, offrendo una trasparenza adamantina in termini di origine dei materiali e condizioni dei lavoratori, e abolisce lo sfruttamento del territorio dalla sua filiera grazie all’attività di piantagione, mantenendolo vivo e fertile. Lavorando a stretto contatto con la comunità contadina dell’area di Tamil Nadu, da cui ha appreso le tinture naturali e antiche tecniche di filatura del cotone, Ōshadi sigilla il girotondo di menti e mani che connette i giovani talenti creativi locali al territorio.

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Crediti

Testo Anna Maria Giano

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