Fotografia di Ludovica De Santis

15 domande ai 72-HOUR POST FIGHT (e un mix in esclusiva)

Non riusciamo a dare un nome alla musica che fanno, ma una cosa è certa: la sanno fare bene. Anzi, benissimo.

di Amanda Margiaria; foto di Ludovica De Santis
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24 gennaio 2020, 2:17pm

Fotografia di Ludovica De Santis

È difficile descrivere i 72-HOUR POST FIGHT, perché la loro è una storia piuttosto tortuosa, fatta di strade che si incrociano, collaborazioni, sperimentazioni a più mani, concerti che non sono proprio concerti ma anche qualcos'altro, EP che escono con un nome e poi scopri che dietro c'è quel chitarrista che già suonava in quell'altro gruppo.

Cercando di essere il più sintetici possibile, potremmo dire che 72-HOUR POST FIGHT è un gruppo formato da quattro ragazzi lombardi: Luca aka Palazzi D'Oriente (basi), e Carlo aka Fight Pausa (chitarra), a cui si sono aggiunti Adalberto (sassofono) e Andrea (batteria). Sono molto amici tra loro, fanno molte cose insieme e fanno molte cose con altri musicisti italiani. Vorrei potervi dire anche che tipo di musica fanno, ma sinceramente non riesco a dare un nome e definire il loro genere musicale d'appartenenza. Potete provarci voi, comunque, ascoltando qui sotto il loro album di debutto, uscito lo scorso marzo per La Tempesta. Da novembre è anche disponibile una versione di remix, che hanno presentato in anteprima al Club to Club ed è un bel riassunto di ciò che la musica rappresenta per loro, e cioè un unione di forze, gusti e voci diverse.

Insomma, se ascoltate un certo tipo di musica (leggi: quella che chiamiamo "indipendente" e "fuori dai circuiti mainstream", prodotta in Italia e specialmente vicino a Milano negli ultimi due anni), allora è probabile, molto probabile, che anche inconsapevolmente abbiate già ascoltato qualcosa riconducibile ai 72-HOUR POST FIGHT. Magari eravate alla presentazione del libro di MYSS KETA e li avete sentiti improvvisare, oppure vi siete presi male con Sabbie d'Oro in cuffia e non sapevate che le basi sono proprio di Palazzi D'Oriente.

Ecco, per cercare di fare un po' d'ordine in questo marasma di informazioni, collaborazioni e, semplicemente, musica suonata un po' ovunque, di continuo, abbiamo fatto 15 domande ai 72-HOUR POST FIGHT. Ogni domanda ha (quasi sempre) 4 risposte, una per ogni membro, per un totale di 1.852 parole per capire chi c'è dietro questo progetto che suona come nient'altro in Italia.

L'ascolto consigliato durante la lettura dell'intervista è, ovviamente, il mix in esclusiva che hanno creato per noi di i-D Italy, che ci hanno raccontato così: "È una selezione di audiocassette registrata lo scorso Dicembre come accompagnamento alla presentazione di Una Donna Che Conta, il primo libro della nostra carissima M¥SS KETA. Nei primi mesi di attività come band non avevamo etichetta, booking o social, tutto avveniva per interazione diretta. M¥SS è stata tra i primi artisti nella scena a supportarci apertamente (insieme ad Any Other e Fine Before You Came) e ci chiese di accompagnarla come backing band durante la presentazione del libro e il firma-copie. Quella fu la prima sessione di improvvisazione in pubblico e suonammo per circa un ora e mezza. L’unica pausa in quei deliri fu il suo intervento per presentare il libro. La band in quel frangente sarebbe stata troppo invasiva, quindi portai una coppia di walkman e un pò di cassette raccolte qua e là. Il risultato fu un tappeto di crepitii e frammenti distorti di vecchie tracce jazz/prog che riascoltiamo sempre molto volentieri."

Ciao Fight Pausa, Palazzi D’Oriente, Andrea e Adalberto, AKA 72-HOUR POST FIGHT, che state facendo oggi?
FP: Always & forever in studio, oggi sto chiudendo una traccia nuova.

AD: Sto studiando ottica quantistica in biblioteca ad Amsterdam, ma ho appena preso un volo per l'Italia!

AN: Oggi sono in saletta, come tutti i giorni, a suonare.

PDO: Sono andato a visitare una casa in affitto per me ed alcuni amici. Maccagno è stato un luogo di ritrovo incredibile, ma abbiamo nuove esigenze ed il mio appartamento non può offrire altro.

Dove siete cresciuti, e com’è stato crescere dove siete cresciuti?
FP: Io, Luca e Andrea siamo della provincia di Varese, sul lago Maggiore. È un posto strano, è bellissimo ma non succede mai niente, si creano realtà minuscole, piccoli fuocherelli che per un motivo o per l’altro muoiono subito. La sensazione che ho avuto per tutta l’adolescenza era che per fare ciò che volevo sarei dovuto andare via. Quegli anni sono stati il fulcro di tante cose, perché ho trovato negli amici un posto dove rifugiarmi a parlare di musica, film e stranezze che piacevano solo a noi. Eravamo degli alieni in quella scuola piccolissima, ci siamo fatti forza a vicenda. Andavamo ai concerti a Milano con i nostri genitori che ci accompagnavano. Portavamo casse e generatori in riva al lago di notte per fare feste, dj set, jam. Ecco, in questi ultimi mesi ci hanno detto mille volte che grazie all’esempio del nostro gruppo i ragazzini di provincia stanno iniziando a muoversi, a crederci, a creare cose. Spero sia vero, voglio aprire lì uno studio e fare la musica al lago per sempre.

AD: sono cresciuto a Sondrio, tra le montagne. Un posto molto tranquillo da cui tutti fuggono, per poi tornarci tutti i weekend a respirare.

AN: Io sono nato e cresciuto a Gallarate. La mia infanzia non è stata molto bella o semplice, ho avuto molte difficoltà. Diciamo che la musica mi ha salvato.

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Fotografia di Ludovica De Santis

Come, da quattro perfetti sconosciuti, siete diventati una band?
FP: Io e Luca ci siamo conosciuti il primo giorno di liceo. Abbiamo fatto una cover band in cui lui suonava il basso e io cantavo e suonavo la chitarra. Negli anni abbiamo tentato in vari modi di fare un progetto insieme, senza trovare mai la quadra giusta. Io sono andato avanti a studiare e a suonare nelle band emo / hardcore, e ho conosciuto Andrea cercando un batterista per la mia band Leute. Quando con quel progetto ci siamo fermati, ho chiesto a Luca se voleva scrivere un disco con me. Abbiamo poi deciso di coinvolgere per dei concerti Adalberto, che ho conosciuto sempre tra i banchi di scuola, questa volta all’università di fisica, e il master drummer Andrea. La prima prova è stata devastante, e abbiamo deciso che il disco sarebbe stato fatto in 4.

PDO: La fine dei Leute aveva lasciato Carlo (Fight Pausa) a pezzi - quell’estate in realtà per un motivo o per l’altro lo eravamo tutti - quindi partimmo tutti quanti in Sardegna per tirarci assieme, è più o meno da quel momento che abbiamo iniziato a ragionare su 2004, sul gruppo, sulla nostra musica come un insieme di persone unito. Tra le varie cose era successo anche che La Tempesta decise di ripubblicare la mia self-release e stavo quindi finendo i preparativi per rilasciare per loro l’album come Palazzi D’Oriente. Parlando con Carlo però scelsi di ritardare l’uscita per far spazio ad una peformance “one-off” in cui avremmo potuto, almeno per un concerto, mantenere la promessa fatta da piccoli di formare una band. Quello è stato il primo colpo al domino che a cascata ha attirato a sé tante persone fino a costruire una chimera con una volontà propria che, idea dopo idea, ci ha obbligato a ridimensionare tutte le nostre uscite in programma. Alla fine al posto di un disco solista portammo ad Enrico il disco di una band, non me ne sono mai pentito. Penso davvero che questo volersi stare vicini deponendo l’ego e sostenendo il benessere del gruppo abbia creato la bolla ideale per far succedere la musica che avevamo bisogno di fare assieme: in sostanza siamo diventati una band sgrangando.

Qual è stato il successo più grande della vostra carriera finora?
FP: Suonare sullo stesso palco dei Battles a Club To Club.

AD: suonare a Club To Club vince a mani basse, ma mi è piaciuto anche laurearmi.

AN: suonare a Club To Club davanti a 3000 persone. Ho fatto altri live importanti, ma suonare in un occasione così assieme ai tuoi fratelli, e non come turnista, è tutto un altro vivere.

PDO: Guadagnarmi sul palco e in studio la fiducia e il rispetto di musicisti incredibili.

Descrivete i 72-HOUR POST FIGHT in 4 parole.
Tutti: Due mila quattro sgrang

Descrivete anche la musica dei 72-HOUR POST FIGHT in 4 parole!
FP: GLACIALE

PDO: Tra sling e slang

Cosa sbagliano sempre le persone su di voi?
FP: A parte a scrivere il nome? Direi che la cosa che succede di più è venire etichettati come nu jazz. Io non so suonare raga.

PDO: Solo il nome a volte, devo ammettere che le persone hanno empatizzato con il nostro percorso in una maniera che non mi sarei mai aspettato - grazie!

Tre musicisti da tenere d’occhio nei prossimi tempi? A parte i 72-HOUR POST FIGHT, ovvio.
FP: Pufuleti, DJ Ninoo, Franco Franco.

PDO: Franco Franco, Luca Collivasone, TheBossVevo

AD: Nicolaj Serjotti, @donniedarkoprinceofpersia

AN: Generic Animal e Pufuleti. Il terzo non saprei, ultimamente non sto apprezzando molto quello che esce in Italia.

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Qual è la cosa che vi rende più fieri del vostro album di remix?
FP: Io dico il fatto che siamo riusciti a coniugare molte cose che di solito non si parlano. C’è Yakamoto Kotzuga, e c’è Weightausend. C’è Cooly G, e c’è Wuf.

PDO: Le jam e le connection sono cardini della cultura underground, ma tra le band italiane credo che questo disco di remix rappresenti un caso unico di cui siamo fieri rappresentanti. Anche se in fondo la cosa che davvero ci rende più fieri è stato raggiungere da indipendenti una concentrazione di talenti (italiani e non) che farebbe inorgoglire qualunque feticista della musica. Per lo meno è stato così per noi, mano a mano che ricevevamo supporto dai remixer.

Dove vi vedete nel 2029? Sempre sul palco?
FP: Spero di no! Non lo so, sicuramente mi vedo a scrivere i dischi.

PDO: Certo, saremo in tour con tutti gli amici in occasione del ventennale dello sgrang.

Il paradiso esiste?
FP: No.

AN: No.

AD: Vedremo.

PDO: Una volta un amico mi ha raccontato che i monaci guerrieri di Shaolin durante il combattimento possono ritrarre i testicoli per non esporre al nemico alcuna debolezza.

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Perché fate la musica che fate, cioè, come leggo nella vostra bio, “un insieme di elettronica, sperimentale, downtempo e ambient con elementi jazz, math rock ed emo”?
FP: Più che a una scelta pregressa, la questione è legata alle singole personalità che hanno preso parte al disco e ai concerti. Andrea ha un certo modo di affrontare la batteria, che lo caratterizza. Quando l’abbiamo chiamato a suonare, sapevamo che lui avrebbe messo al centro del tavolo questo suo modo di approcciare la musica; lo volevamo, e lui l’ha espresso sul disco. Lo stesso con Adalberto, o con tutti i musicisti che ci hanno accompagnato dal vivo. Anche per questo ci piace provare poco prima dei concerti, ci piace quell’elemento di imprevedibilità causato dalla necessità di adattarsi al carattere di un nuovo arrivato. Anche per me e Luca vale lo stesso: scriviamo musica così perché quando ci mettiamo su Ableton ognuno a smontare i progetti dell’altro, viene fuori questo casino qui.

PDO: Dobbiamo tanto a tanta musica, ora che ne abbiamo la possibilità vogliamo rendere un tributo a quella che ci ha tenuto uniti e appassionati.

Quali sono i vostri sogni per il futuro?
FP: BERGHAIN 2020

PDO: Non dover più fare due lavori full-time, ma solo uno fatto bene. Per il resto ho tutto quello che mi serve.

Cosa farete domani?
FP: Lavorerò a delle nuove canzoni e spero saranno carine.

AD: I compiti e la valigia.

AN: Domani starò ancora in saletta a suonare.

PDO: Lavoro, poi bevo un tè dai nonni. La sera probabilmente si sgranga da me, venite?

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Ludovica De Santis

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