Tutte le immagini di Francesco Frizzera

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Vi presentiamo Francesco Frizzera.

di Benedetta Pini
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07 aprile 2020, 4:00am

Tutte le immagini di Francesco Frizzera

Classe 1992, Francesco Frizzera è nato a Rovereto, in Trentino, e ha sempre vissuto lì, trascorrendo le giornate a fare passeggiate nelle foreste dietro casa, immerso nella natura pura e incontaminata delle sue montagne. La fotografia è il suo amore più grande, perché: "È l'unica che sa farmi ricordare un momento per come deve essere vissuto e ricordato, cioè senza filtri."

Ma è anche la sua sfida più grande, quella che "Mette alla prova come nulla al mondo e richiede tanto sacrificio, ma in cambio ti permette di approfondire il mondo e te stesso." Un animo sensibile e riflessivo che dona alle sue fotografie un tocco intimo e romantico, che ha catturato subito la nostra attenzione.

Ogni fotografo ha la sua storia da raccontare, e un modo unico di narrarla, e per questo abbiamo chiesto a Francesco di parlarci della sua e di come la comunichi attraverso le immagini.

Francesco Frizzera fotografia documentaristica viaggi

Come, quando e perché hai iniziato a scattare?
Circa a 17 anni, quando lasciai il liceo per frequentare un istituto artistico e scoprii un lato di me che non conosceva limiti, dedicandomi al disegno e alla pittura su qualsiasi superficie. Vivendo in una cittadina un po' fuori dal mondo e non molto vivace a livello di diversità artistica e di possibilità per i giovani, decisi di postare questi lavori su Facebook e vedere cosa sarebbe successo. Li fotografavo dall’alto utilizzando la macchina di mio padre, così un giorno decisi di alzare l'obiettivo e scattare una foto di ciò che avevo di fronte in quel momento. Feci una foto a mia sorella che era sul balcone e scoprii la fotografia.

Come definiresti il tuo stile?
Ho sempre voluto che fosse caratterizzato dalla presenza di un’emozione esistenziale romantica e malinconica, come se i momenti fotografati fossero brandelli di un’avventura infinita che è la vita stessa. Sto cercando di affinare il mio stile e di realizzare progetti fotografici personali, mentre lavoro come fotografo e direttore creativo per alcune realtà aziendali e private. Rimanere in Trentino mi ha costretto ad adattarmi alle regole del mercato e a imparare molto, ma ora sento che ho bisogno di qualcosa di diverso.

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Sul tuo Tumblr campeggia questa frase: "I do photos because I don't wanna miss you so bad". Ti va di contestualizzarla?
La frase è presa da una canzone di Frank Ocean, Miss you so. Amo il romantico e la nostalgia, in un certo senso amo anche il dolore, perché è quell'emozione che ci spinge a cambiare le cose. Ho iniziato a fotografare per ricordare certi momenti della mia vita, ma non nell’ottica un po' scontata del fotoricordo. Ogni volta che scatto in totale libertà, senza seguire una determinata ricerca o un progetto specifico, cerco di individuare l'immagine che riesca a rappresentare al meglio il senso del momento e del suo viverlo, le emozioni che trasmette, in me e in chi si trova con me in quel contesto. Sono sinceramente innamorato di questa vita e penso che il bisogno di scattare foto liberamente, solo per il gusto di ricordare, sia semi-estinto. Sogno di arrivare a 60 anni e avere un album dove ho incollato ogni mia singola fotografia, per guardarla e sorridere.

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Non credi che l'eccesso di fotografie di cui ci contorniamo oggi abbia in qualche modo impigrito la nostra memoria visiva e che, inoltre, tolga qualcosa alla magia del "vivere il momento" ed essere presenti?
Sì, e questo fa sì che non ci si sente più liberi di accettare un invito a fare qualcosa senza pensarci troppo e che vediamo la vita con gli occhi di Instagram. Sembra spesso che la decisione di creare un'immagine sia accompagnata dalla paranoia di comunicare qualcosa che corrisponda alle aspettative del pubblico e delle categorie dei social network. Questo pensiero, secondo me, oltre a svuotare un creativo della propria sensibilità, lo allontana dalla fotografia intesa come medium espressivo incontrollabile, perché la sua magia emerge quando viene mostrato all'autore un aspetto dell'immagine che non era neanche stato calcolato o era sfuggito alla sua progettazione.

Cosa pensi dell'attuale mercificazione della fotografia?
La prioritizzazione della vendibilità di un prodotto da parte del mondo capitalista in cui viviamo ha innescato un’espansione del mondo della comunicazione, che ha invaso il campo dell'arte dell'immagine. Ciò ha portato tanti pregi quanti difetti. Da una parte credo che sia giusto che le cose cambino, fornendo sempre nuovi stimoli; inoltre l'immagine come mezzo di vendita e l'immagine come chiave di lettura della realtà coesistono da tempo. Le immagini sono simboli che rimandano a un significato, sono facilmente riproducibili e distribuibili, sono strumenti di propaganda e controllo delle masse, che possono determinarne gli stili, gli interessi, i rapporti economici. Per io, come di molti altri, ci battiamo per la difesa della fotografia in quanto disciplina artistica che ti permette di studiare la realtà, e quindi anche te stesso, fregandosene delle regole che governano il sistema.

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"Depression drives me to answers" è la frase che hai inserito nella selezione di foto che ci hai mandato, intitolata Postcards from my everything. Ti va di parlarcene?
È una frase che si rifà a un lungo periodo della mia vita piuttosto oscuro, e vuole ricordare soprattutto a me stesso che nell’oscurità del dolore si può trovare la luce pura. C’è una frase di mio padre che a volte mi torna in mente: “Se vuoi diventare coltello è facile, ma se vuoi diventare spada devi passare dal forno più caldo.” Non dico che più si sta male più si diventa forti, ma più si conosce la vita per com'è veramente, accettandola, meglio la si può riprodurre in immagini. Penso che l’essenza della bellezza risieda nella consapevolezza del reale che ci circonda e di cui siamo parte.

Il nesso tra fotografia e depressione è molto stretto, è un'arte che ha aiutato molte persone a uscire da situazioni difficili e a trovare il proprio posto nel mondo. Cosa pensi a riguardo?
La fotografia ti dà l’opportunità di studiare la realtà e te stesso. Anche se sembra il contrario, è lei a guidarti. Accorgersi o non accorgersi di questo meccanismo, non serve: se amata veramente e condivisa, prima o poi la fotografia ti darà delle grandi risposte, su tutto.

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La tua selezione di foto è una sorta di diario della tua vita in immagini, molto vario per colori, stili, situazioni, mood; è come un flusso di coscienza. Sembrano foto molto spontanee, non pensate precedentemente. È così?
Esattamente. Almeno fino ad ora, non avendo ancora realizzato alcun progetto fotografico che si possa chiamare tale. Ho sempre scattato foto per affinare e ricercare il mio stile, ricordare momenti e comunicare i miei valori. Da quando ho iniziato mi sono reso conto di essere affascinato da diversi stili fotografici e di volerli sapere maneggiare tutti. Per questo non riesco a definirmi in modo definito. Ora mi piacerebbe realizzare un progetto a cui lavoro da anni, concentrandomi su un argomento preciso.

Cosa ti fa scattare la scintilla del "prendo la macchina e scatto questa situazione"?
Non ne ho idea. A volte le mani vanno da sole in base a ciò che vedono gli occhi, e ciò che essi vedono è il risultato di ore e ore passate davanti a schermi e libri a cercare immagini sulla base dei miei interessi del periodo, dei miei gusti personali e dei modi in cui si relazionano con l'osservatore. Oppure immagino situazioni che vorrei vivere, le creo dal nulla e le fotografo. Quando invece mi trovo in una situazione che non posso controllare, cerco i momenti “più saporiti” del momento. Non riesco esattamente a individuare cosa mi faccia prendere in mano la macchina fotografica, però so quello che cerco: l’esistenzialismo del momento e del soggetto - o dei soggetti - che lo stanno vivendo.

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Eppure tra tutte le tue foto c'è una sorta di filo conduttore, di sensibilità che le unisce, sia estetica che emotiva…
Sono molto contento che te lo dica, significa che riesco a comunicare qualcosa, che sia un’emozione, un aspetto, un valore. Anche se gli aspetti visivi che caratterizzano le mie immagini sono coerenti, a livello concettuale devo ancora realizzare qualcosa di strutturato, e devono presentarsi le opportunità giuste. Mi considero un appassionato di fotografia, o meglio, del “fotografare” e del creare immagini, e penso che la passione sia l'emozione più importante. Perché lei è te, tu l’hai creata e quando ti perderai in lei ti ritroverai.

Quindi, se c'è, dov'è per te il confine tra pubblico e privato? Tra un momento intimo che vuoi solo vivere e un momento altrettanto intimo ma che senti di dover immortalare con una fotografia che potenzialmente può raggiungere migliaia di persone?
L’unico confine sta dentro noi stessi. La scelta di esplicitare o meno ai fruitori il significato di un'immagine dipende da chi la crea. Per quanto riguarda la fotografia d'arte, a rischiare di soffrirne maggiormente è chi decide di cercare così la propria identità, scattando contenuti personali e sacrificando la propria intimità al pubblico. Ogni condivisione consapevole e diretta di un contenuto implica una responsabilità, bisogna sempre chiedersi se vogliamo davvero metterci in gioco, relazionandoci col mondo e la realtà tramite determinate fotografie. Nel campo dell'immagine come mezzo di vendita, invece, ci dovrebbe essere un confine più netto, e quando viene valicato è frustrante: constatare l’assenza di scrupoli dell’uso che si fa oggi dell’immagine per fini economici ti toglie ogni entusiasmo, e subentrano la paura, la vergogna, la pigrizia.

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Hai invece sviluppato progetti strutturati a partire da un'idea a cui poi è seguita la parte di scatti? Se sì, ce ne vuoi parlare?
Ora sto lavorando con neon rossi e contrasti cromatici per riflettere sul concetto di Zona Rossa legato al Covid-19. Sono cresciuto nella natura, imparando determinati valori che ora cerco di divulgare per sensibilizzare le altre persone. Sono convinto che da questa situazione si debba trarre una nuova consapevolezza sulla realtà che ci circonda e sulle cure di cui il nostro pianeta ha bisogno. Per me la vera Zona Rossa è la natura. Nel frattempo sto sviluppando un altro progetto intitolato Studio del personaggio: ritratti a uno o più soggetti catturando l’essenza evanescente del momento o della loro persona. In passato ho lavorato ad altri piccoli progetti: una serie di ritratti di ragazze col volto ricoperto di fiori e lo sguardo principesco ma privo di emozione, riprendendo lo stile Neoclassico ispirandosi al gruppo scultoreo Amore e Psiche del Canova. E poi un libro di volti che non ho mai finito, qualche esperimento, qualche nudo.

In questi casi, chi o cosa ti ha ispirato?
Per questi ultimi progetti che sto sviluppando, mi ispiro a Frank Ocean e al lavoro che ha fatto su di sé per portare alla luce Blonde. Ma anche a Bon Iver per lo stesso motivo. A livello fotografico, invece, i miei modelli sono Larry Clark e Ryan McGinley.

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Come stanno affrontando questo momento i fotografi?

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografia di Francesco Frizzera

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