Il coronavirus potrebbe segnare la fine dell'ossessione per l'hype nella moda

L'hyper-consumismo ci spinge a comprare vestiti di cui non abbiamo bisogno, che non indossiamo e non amiamo. Ma la pandemia da COVID-19 potrebbe cambiare tutto questo.

di Alec Leach
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27 aprile 2020, 11:16am

Still da Arthur

La storia ci insegna che le grandi crisi sono spesso terreno fertile per rinnovamenti epocali. In Italia, l'avvento della peste bubbonica ha gettato le fondamenta su cui è nato il Rinascimento. In Gran Bretagna, il Sistema Sanitario Nazionale e il Welfare State sono stati istituiti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Mentre parliamo, il coronavirus sta rivoltando la società su se stessa come un calzino, instillando paure e insieme la possibilità di un nuovo inizio. Nel settore della moda, in molti sperano oggi che uno stop al consumismo possa diventare realtà, non solo un'opzione irrealizzabile a cui da tempo inneggiano attivisti e scienziati.

Ad oggi, i pochi sforzi da parte della moda verso la sostenibilità sono stati tutti incentrati sulla questione di ridurre gli impatti produttivi sull'ambiente. Ma il poliestere riciclato e il cotone organico non sono abbastanza, se le nostre abitudini di consumo sono totalmente fuori controllo. La moda ci dice che lo shopping è una parte essenziale della vita moderna, la risposta per qualsiasi problema. In un industria che dovrebbe essere basata sull'artigianato, i vestiti sono diventati oggetti usa e getta, venduti con una data di scadenza nascosta—e non importa quale sia il prezzo sul cartellino. Se vogliamo cambiare in meglio quest'industria distruttiva e di spreco, dobbiamo far fronte al consumismo stesso, invece che produrre ancora più collezioni “conscious”.

Per far ciò dobbiamo distruggere l'ossessione che la moda ha per l'hype. È facile indicare come problema Instagram, o le orde di ragazzini in fila da Supreme, ma la verità è che questo è un problema che ha infettato l'intera industria. L'hype è il ciclo senza fine di drop, collaborazioni, pop-up, collezioni cruise e appuntamenti con designer. È l'idea che tutto dev'essere virale, condivisibile, epocale. È la novità in nome della novità, del comprare per il solo gusto di comprare. Non cambia mai: anche ora, nel bel mezzo di una pandemia, ci viene detto che è il momento giusto per cambiare la nostra collezione di loungewear, e di trovarne una perfetta per fare esercizio fisico a casa.

Il problema della giostra dell'hype è che più persone ci salgono, più gira velocemente. E ora la moda si trova a girare così velocemente che nemmeno i professionisti del settore riescono a starci dietro. Ci sono quattro, otto, 52 stagioni l'anno. Compriamo più vestiti che mai, solo per liberarcene poco dopo. E mentre percepiamo i prodotti come transitori, la produzione lascia un impatto permanente sul pianeta. Una collaborazione di sneaker arriva in prima pagina molto in fretta, ma parti di questo processo finiscono nelle discariche per 1000 anni. Il cotone nutre il nostro appetito per la nuova merce, ma intanto consuma l'acqua di quelle nazioni che soffrono già di siccità, e i pesticidi con cui viene fatto crescere modificano la biodiversità dei territori. E questo senza parlare dello sfruttamento e degli abusi dei diritti dell'uomo di cui siamo a conoscenza da anni.

Prima che il coronavirus fermasse tutto di botto, l'industria globale della moda stava producendo qualcosa tra gli 80 miliardi e i 150 miliardi di vestiti all'anno, per un pianeta di 7.8 miliardi di abitanti. In che modo sarebbe possibile anche solo indossare tutti quei capi? E infatti non li indossiamo. I negozi di vestiti usati, i magazzini tessili e i mercati dei paesi del terzo mondo straripano di abiti scartati, di poverissima qualità e durevolezza ridicola. L'ironia è che non stiamo distruggendo il pianeta in nome di pezzi di vestiario stupendi e bellissimi, o di design che potrebbero davvero cambiare il modo in cui viviamo, lo stiamo distruggendo per oggetti-rifiuti che non sarebbero dovuti essere messi in produzione fin dall'inizio.

La pandemia ha messo in pausa tutto questo, almeno per ora. Si spera che nelle prossime settimane e mesi potremmo prendere atto delle nuove idee che si stanno sprigionando dall'underground, prospettive che potrebbero aiutarci a prendere in considerazione la sostenibilità della moda in maniera efficace. Negozi vintage che possano far rivivere vecchi pezzi; tinture naturali che possano creare vestiti davvero organici; upcyclers che rendano oggetti scartati delle creazioni nuove ed uniche; app di vendita tra privati che possano mettere unire vecchi e nuovi compratori; i servizi di affitto e noleggio che scardinano il concetto di proprietà e di possesso. Queste nuove prospettive mettono in discussione l'idea che nuovo significhi migliore, incentrandosi invece sulla concezione di fare di più con quello che abbiamo, o con meno. E questo è un messaggio che sia i designer, ormai in burn-out, che gli acquirenti esausti hanno davvero bisogno di sentire.

La quarantena sta avendo forti e immediate ripercussioni sulla nostra capacità di spesa, mettendoci finalmente nella condizione di esaminare le nostre priorità con attenzione. Speriamo che questo inneschi cambiamenti sostanziali nel modo in cui pensiamo da consumatori. Dobbiamo imparare, che ci piaccia o meno, che tutto ciò che compriamo ha un impatto sulle nostre vite. Dal ritirare i panni dalla lavanderia al caricare delle immagini sulle app, i vestiti non ci costano solo denaro, ma anche tempo ed energia.

Quando la si vede i questi termini, l'importanza che ha comprare cose che ami di più diventa d'un tratto molto più chiara. Dobbiamo riconnetterci con il motivo originario per cui ci siamo innamorati della moda, per ricoprire le gioie tangibili che crea il possedere e l'indossare vestiti. Dobbiamo ricordarci che i vestiti hanno il potere di farci sentire la migliore versione di noi stessi, per aiutarci a enfatizzare o a conoscere le parti nascoste di noi stessi.

Dodici mesi fa sono entrato a far parte di Extinction Rebellion, impegnandomi a comprare vestiti di seconda mano per un anno intero. Non avevo idea che la moda potesse essere così lenta, così intima. I trend e le sfilate mi passavano accanto e io non ci facevo nemmeno caso. Invece, chattavo con i 50enni su internet per comprare i loro vecchi completi, e mi incontravo con biker che stavano vendendo le loro giacche di pelle. Allontanarmi dal rumore mi ha liberato così tanto spazio che ho avuto modo di capire di cosa ho veramente bisogno quando si parla di moda. E non stupisce che questo non abbia nulla a che vedere con collaborazioni, drop o qualsiasi edizione limitata.

Stiamo solamente iniziando a fare i conti con il caos alzato dalla pandemia da coronavirus. Nel bene e nel male, la crisi ha portato il consumismo a un punto di arrivo. E mentre siamo circondati da sofferenza e stanchezza, abbiamo l'opportunità di allontanarci dalla cultura satura dell'hyper-consumismo. Non sprechiamola.

Alec Leach è uno scrittore e consulente, e il fondatore di @future__dust, una piattaforma Instagram incentrata sulla moda sostenibile.

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