Fotografia di Jobe Karam

"Sono uscito dalla depressione fotografando": leggi la storia di Jobe Karam

La fotografia può aiutare chi soffre di problemi legati alla salute mentale? Secondo Jobe sì, assolutamente.

di Benedetta Pini
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13 febbraio 2020, 11:40am

Fotografia di Jobe Karam

Tra feed di Instagram sovraccarichi di immagini, continui stimoli mentali che volenti o nolenti dobbiamo elaborare, e un costante bombardamento di immagini, la mia più grande paura è quella di piombare in uno stato catatonico di trance, in cui lo sguardo diventa anestetizzato e subisce ciò che vede senza alcun tipo di coscienza o elaborazione critica.

Ci si può tutelare, adottando delle strategie per rimanere lucidi il più possibile, cercando di opporre resistenza agli stimoli esterni indesiderati o comunque non adatti alla nostra sensibilità, ma se - come me - siete persone curiosissime, che hanno la soglia di attenzione di un bambino di 8 anni, si distraggono al primo stimolo e lasciano tutto a metà, questa epoca ci mette davvero a dura prova.

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Capita a volte di fare incontri che segneranno indelebilmente la nostra visione delle cose, anche se nel momento in cui accadono non ce ne rendiamo conto. Un po’ per caso, un po’ per legge d’attrazione, ti arriva tra le mani un progetto che ti parla, puoi essere stressato, stanco, distratto quanto vuoi, ma ti fermerai, uscirai da quella bolla di caos indefinito in cui ti stavi fossilizzando e prenderai un bel respiro di aria fresca, che anche se ti dà un po’ fastidio alla gola ormai abituata all’aria inquinata, sai già che in fondo ti farà bene.

Incontrare il fotografo Jobe Karam e conoscere la sua storia mi ha trasmesso esattamente questa sensazione, piacevole e spiacevole allo stesso tempo. Perché quando qualcosa ti parla e arriva a toccare certe corde, solleva il coperchio di un vaso di Pandora da cui esce tutto quello che hai represso magari per anni, e succede al di là del tuo controllo.

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Ma forse è proprio questo il vero senso di una catarsi liberatoria: buttare fuori tutto, anche se significa ripescare stati d'animo che avevamo accuratamente piegato e riposto nei cassetti più irraggiungibili del sottoscala della nostra mente, tirarli fuori e farci i conti, forse per la prima volta. Una forzata ma necessaria riconnessione tra il proprio presente caotico che tende drammaticamente alla superficialità e la propria interiorità composita, che porta su di sé ogni stratificazione della storia personale di ogni individuo.

"Quando avevo tre anni sono stato dato in affidamento," esordisce Jobe. "Ho trascorso la mia infanzia passando da una casa famiglia all'altra fino ai sette anni, finché ho trovato quella che sarebbe stata la mia casa per sempre, e quelli che mi avrebbero accolto nella loro famiglia come fossi stato loro figlio, i miei genitori Angela e Matthew Harrison."

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"Amano raccontare di quando sono venuti a incontrarmi per la prima volta nella casa famiglia. Ricordano divertiti e inteneriti del mio modo buffo di mettermi in mostra per colpirli e attirare la loro attenzione: ho iniziato a mettermi in bocca quanti più chapati [pane tipico della cucina indiana, diffuso in gran parte dell'Asia meridionale, del Medio Oriente e dell'Africa orientale, fatto con farina, acqua e sale e senza lievito, NdA] riuscissi a mangiare e ho sfoggiato il mio migliore Moonwalk. Da quel momento sono diventato loro figlio."

Passiamo poi a parlare di quegli anni dal sapore quasi mitico per lui, e Jobe mi racconta: "Durante il mio percorso di crescita ho provato a fare un po' di tutto, dalla recitazione all'arte, dal girare film al suonare il sassofono, e i miei genitori mi hanno sempre supportato in ogni cosa volessi fare, anche la più improbabile."

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Ma è grazie al padre che scopre la sua vera vocazione, cioè la fotografia: "Quando ero piccolo lo vedevo continuamente fare foto per documentare le nostre giornate. Se ci ripenso provo un po' di nostalgia: c’era qualcosa in quel modo di ripercorrere i ricordi che mi ha catturato. A 17 anni ho ricevuto la mia prima macchina fotografica, ma nel periodo successivo sono sprofondato in un buco nero, incapace di reagire ai miei problemi di salute mentale."

Il potere curativo della fotografia, però, è qualcosa che scoprirà solo tempo dopo. "Nell'istante in cui ho lasciato la mia macchina fotografica, ho perso una parte di me stesso," mi confida. "Ma allora non ero abbastanza lucido per rendermene conto. Fare festa continuamente e assumere droghe era il mio modo per evadere da una realtà soffocante, ma a un caro prezzo: perdere il controllo sulla mia vita, che mi è sfuggita completamente di mano e mi sono ritrovato segregato in un ospedale psichiatrico. Vi sono rimasto per tre mesi, dove mi hanno diagnosticato psicosi, OCD (disturbo ossessivo-compulsivo) e depressione."

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"Avevo bisogno di uscire da ciò che c’era nella mia testa. Mio cugino, che viveva in Scozia, ha fatto un viaggio in macchina di 4 ore da solo per venirmi a trovare. Quando è arrivato mi ha portato fuori a scattare qualche foto insieme a lui, dicendomi che fa bene all’anima. Mi si è aperto un mondo: ecco qual era la parte di me che avevo perso. Ho ripreso in mano la camera non appena sono uscito dall’ospedale."

"Ho iniziato semplicemente scattando foto agli amici e agli eventi in cui mi imbattevo in giro per la città, cercando di costruire il mio immaginario e di capire in che modo la fotografia poteva diventare la mia modalità comunicativa. E così è stato: da circa un anno ho iniziato il mio percorso di rinascita, esprimendo i miei pensieri e la mia condizione mentale attraverso un immaginario statico, che è quello che trovate sul mio profilo Instagram. Nella speranza che la mia storia possa parlare a qualcun altro e dargli forza durante suo percorso di crescita."

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Jobe Karam

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