Still dal film Brunch On Bikes

"Inside Porn" è il collettivo che porta il porno in giro per l'Italia

"Ogni proiezione, se seguita da un dibattito, fa emergere bias e pregiudizi inconsci insiti in tutti noi, migliorando il modo in cui pensiamo e usiamo la pornografia."

di Benedetta Pini
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22 gennaio 2020, 1:16pm

Still dal film Brunch On Bikes

Inside Porn è un collettivo nato nel giugno 2016 per volontà di tre giovani ricercatrici dell’Università di Bologna. Il loro scopo? Approfondire la tematica pornografica in chiave etnosemiotica. In parole più semplici, applicano un’analisi di tipo semiotico a una raccolta etnografica di dati. Partito nelle aule universitarie, il progetto ha sentito l’esigenza di coinvolgere un pubblico più ampio e si è espanso tramite altre realtà culturali, come circoli, conferenze, rassegne e festival di cinema.

È stato proprio in occasione della prima edizione di Ce l’ho corto Film Festival, svoltasi a fine 2019 a Bologna, che abbiamo incontrato Arianna Quagliotto, Maria Giulia Giulianelli e Giulia Moscatelli. Sono loro l'anima di Inside Porn, ma anche le persone che hanno curato una sezione di cinema pornografico all'interno del festival Ce l'ho porno. Insieme a loro abbiamo cercato di rispondere a una domanda tanto coincisa quanto complessa: è possibile fare del porno un discorso politico?

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Partiamo dalle basi, cos’è Inside Porn?
Il porno è un argomento che ci è capitato tra le mani un po’ per caso e un po' no: da studentesse di arti visive e cinema siamo sempre state interessate al tema, ma per noi l’aspetto su cui riflettere non è tanto il porno - che è una messa in scena, una performance -, quanto la sessualità stessa. Dopo una prima intervista a un attore porno, a Bologna abbiamo girato il trailer del Porn Film Festival di Berlino.

Addentrarsi in questo mondo non dev’essere stato facile. Essere delle ricercatrici in che modo vi ha permesso di posizionarvi all’interno dell'industria pornografica?
Avere alla base un metodo scientifico ha dato più spessore alla ricerca. La nostra non era un’analisi della fruizione del prodotto, ma di chi lo produce e ne fa parte, quindi abbiamo avuto a che fare con attori, produttori e curatori di festival. Il fatto di avere alle spalle l’università ci ha permesso di addentrarci nella produzione pornografica con gli strumenti giusti e in un certo senso ci ha tutelate.

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Come mai vi siete poi slegate dal mondo accademico?
Il primo shock è stato il Festival di Berlino: lì abbiamo scoperto un lato di pornografia di cui eravamo all'oscuro, ovvero il mondo del porno alternativo, opposto a quello mainstream. Quando siamo tornate a Bologna abbiamo tenuto una lezione all'interno del laboratorio Fare ricerca, ma ci siamo rese conto che l'università ci imponeva delle restrizioni, non solo nei metodi ma anche nei contenuti che volevamo mostrare. Il rischio era di far diventare scientifico qualcosa che volevamo invece trattare in modo politico, innescando un dibattito pubblico. Col nostro lavoro, inoltre, avevamo ormai sforato i limiti del lavoro di ricerca accademico, che impone di mantenere un distacco totale e un'assenza di giudizio nei confronti della materia: noi eravamo talmente conquistate dall’oggetto che non saremmo più riuscite a dare una visione totalmente imparziale, e abbiamo capito che non ci interessava neanche farlo. Semplicemente, l'università non era più compatibile col nostro percorso.

Dato che il vostro obiettivo era stimolare un dibattito, cosa è saltato fuori? Qual è stata la risposta del pubblico?
Non ce lo aspettavamo, ma fin da subito il pubblico ha risposto positivamente. Abbiamo iniziato in modo soft, organizzando serate, rassegne, presentazioni e panel. Bologna è una città piccola e non ci sono molti progetti che affrontano la sessualità, quindi piano piano si è concentrata su di noi l’attenzione di diverse realtà, come Gender Bender. In seguito abbiamo cercato di spostarci da Bologna per fare rete con altre realtà che sul territorio italiano si interessano a questi argomenti, così da ampliare i punti di vista sulla sessualità. Ogni proiezione con un dibattito fa emergere bias e pregiudizi inconsci insiti in tutti noi, siamo contente di riceverle e ci fanno capire quanto serva fare un lavoro come il nostro.

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E poi la vostra prima sezione in un festival cinematografico! Com’è andata la call? Che tipo di discorso volevate costruire attraverso i film selezionati?
Ci sono arrivati oltre 40 film da tutto il mondo, che per essere la prima volta all’interno di un festival, oltrepiù alla sua prima edizione, è stato un grande risultato. Abbiamo scelto i titoli che ci sembravano più rappresentativi dell’eterogeneità del mondo del porno, valorizzando le differenze di linguaggio e immaginari. Abbiamo scartato prodotti anche di qualità, ma che uscivano dal nostro intento: il punto era costruire un discorso e farlo arrivare, non tanto scegliere i film più forti, ma che dialogassero tra loro.

Quello che vediamo è solo il prodotto audiovisivo finale, ma spesso non pensiamo che costituisce l’esito di un sistema complesso, cosa mi raccontate dal dietro le quinte del sistema della produzione cinematografica pornografica?
Raul Costa – il primo attore che abbiamo intervistato – ci ha spiegato, ad esempio, come funziona il Legal Porno: sono ambienti molto protetti, all'interno dei quali gli attori sono iper controllati e, per tutta la durata del lavoro, possono avere rapporti sessuali solo con i colleghi; vivono insieme ad altri porno attori e tra loro si crea un rapporto di convivenza e complicità che per molti è fondamentale poi per l'aspetto lavorativo. Inoltre, c’è una grande disparità di guadagno: le donne vengono pagate molto di più degli uomini, ma non è un segnale del tutto positivo, perché dimostra che il settore del Legal Porno è maschiocentrico, pensato per un pubblico maschile.

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Quindi la dicotomia porno = sfruttamento non è del tutto corretta?
Quando abbiamo proiettato a Bologna Queen Kong e Io sono Valentina Nappi, entrambi di Monica Stambrini (ex Le ragazze del porno), abbiamo avuto modo di parlare con Valentina Nappi che ci ha spiegato di aver scoperto grossa parte di se stessa e della sua sessualità proprio lavorando nel porno. Dalla sua esperienza è emerso che si è sempre trovata molto meglio sul lavoro che durante incontri occasionali, tanto che spesso le persone che frequenta fuori dal set, sessualmente e non, sono porno attori. Nel mondo del porno, visto superficialmente come deplorevole e poco moralistico, vige in realtà un estremo rispetto, è tutto basato su codici di consenso e sicurezza molto forti. Rispetto alle interazioni sociali di tutti i giorni, ti ritrovi in un contesto in cui devi imparare queste dinamiche, che ti costringe a metterti in un certo ordine di idee e capire l’altro. Chiaramente stiamo parlando del mondo del “buon porno”, perché ci sono anche esempi negativi – come in qualsiasi tipo di azienda.

In che modo il porno determina il modo in cui viviamo la sessualità e viceversa?
Spesso l’accusa bigotta che viene fatta al porno è quella di influire negativamente sulla sessualità delle persone, usandolo come capro espiatorio del male della società. Il discorso politico non interessa al porno che chiamiamo mainstream, o meglio al porno industriale: in quanto industria, vuole solo arrivare al suo target, che è maschile. Se domani i prodotti politici iniziassero a portare guadagno, si butterebbero su quelli. Di fatto, il porno industriale reitera tutti gli stereotipi già presenti nella nostra società. È un cane che si morde la coda: è il porno che influenza la società o viceversa? Probabilmente non c’è una vera risposta, loro strutturano dei prodotti per piacere a un pubblico esistente, che poi può decidere di costruire la propria sessualità guardando quei prodotti o di farlo diversamente. Tutto sta negli strumenti critici che una persona possiede, i quali dipendono da una serie di elementi: generazione, amici, genitori, scuola, contesto culturale e sociale; siamo il risultato di tutto questo.

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E credete che il porno alternativo possa invece svolgere un ruolo educativo e politico?
Nel porno alternativo, come quello di Erika Lust, c’è una concezione molto diversa della sessualità, la produzione è molto vicina a quella cinematografica indipendente – troupe ristrette, tutti amici, difficile da scoprire; sono meno professionalizzate (senza che ciò implichi una qualità peggiore del prodotto). Non risponde alle domande di mercato, circola principalmente ai festival, sono lavori che fai più per te stesso che per qualcun altro. Fatta questa premessa, va sottolineato come si parli molto di porno ed educazione, porno e valore educativo. Il porno può essere uno strumento dell’educazione sessuale, ma non ci si può aspettare che educhi tutti, perché diventa educativo, politico e culturale solo nel momento in cui viene inserito all’interno di un discorso più globale sulla sessualità, per distruggere meccanismi di difesa e bias inconsci. In Italia mancano spazi sicuri dove poter parlare di sessualità e per questo ci rivolgiamo al porno.

Si parla molto anche di asessualità e, in generale, di un rapporto sempre più disinteressato verso il sesso... Cosa pensate a riguardo?
Prima di tutto, va fatta una distinzione: ci sono persone non interessate al sesso e persone che semplicemente non fanno sesso ma nel loro privato hanno attività auto erotiche. Il sesso, di fatto, ti costringe ad aprirti all'altro, e la disponibilità a esporti crea la differenza tra chi si applica quotidianamente per farlo e chi no, il punto è fare in modo di identificarci nella nostra sessualità. Sicuramente sta cambiando il modo di in cui ci relazioniamo all'altro per via dell'influenza della tecnologia: si creano molto meno spesso contesti che agevolano il passaggio di una relazione da immateriale a materiale. Forse si tratta di sessualità fino a un certo punto, ed è piuttosto un fenomeno sociale: siamo sempre più soli, entriamo sempre più in contatto a livello virtuale e sempre meno di persona.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini per gentile concessione di Ce l'ho corto Film Festival

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