Fotografia di András Bánkuti

a budapest negli anni '80 c'era una scena punk da paura

Repressione, censura e ribellione politica: anche l'Ungheria era punk, eccome.

di Sarah Moroz; traduzione di Giacomo Stefanini
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06 settembre 2019, 1:55pm

Fotografia di András Bánkuti

Nel corso della sua carriera ultraquarantennale, Andras Bánkuti ha fotografato un numero sconvolgente di soggetti: ballerini in sala prove, minatori coperti di polvere, turisti dell’ex Unione Sovietica, manifestazioni politiche e paesaggi. Negli anni Ottanta e Novanta, mentre il regime comunista crollava e l’Ungheria avviava la trasformazione verso il capitalismo, Bánkuti ha raccontato la vita quotidiana del suo paese per varie pubblicazioni internazionali, tra cui il The Guardian e il New York Times. Nel frattempo, era anche a capo del dipartimento fotografico di un settimanale economico ungherese e a concludere il suo curriculum spicca essere uno dei fondatori della galleria fotografia Mai Manó di Budapest.

Mentre si specializzava nel catturare i grandi cambiamenti economici e politici su scala nazionale, Andras ha anche usato la sua macchina fotografica per raccontare le storie personali di chi viveva ai margini di quella società in subbuglio. Durante gli anni Ottanta, ha saputo farsi accettare dalla scena punk clandestina di Budapest, aiutato da un mix di onesta curiosità e corruzione a base di stampe fotografiche e birre. In questa intervista, Bánkuti ha raccontato ad i-D l’evoluzione della scena punk ungherese da subcultura sotterranea a corrente internazionale, e come ha fatto a distinguere i veri duri dai poser.

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Fotografia di András Bánkuti

Ciao Andras, iniziamo parlando dei tuoi primi passi nel mondo della fotografia: provenivi da un ambiente creativo?
Sono nato in una famiglia bilingue—mia madre era russa, mio padre ungherese—quindi sono cresciuto con due culture. Mio padre era un rinomato reporter radiofonico, che io spesso accompagnavo al lavoro. Mia madre, che ama le arti visive, mi portava invece spesso in giro per musei.

E come sei passato da arte e cultura alla fotografia nello specifico?
Volevo diventare uno storico o un economista, ma durante il mio ultimo anno di superiori sono stato ricoverato all’ospedale per mesi a causa di una grave malattia e non ho avuto modo di prepararmi per gli esami di ammissione all’università. Avevo frequentato un corso extracurricolare di fotografia, così ho deciso di iscrivermi a una scuola di fotografia. Mi era sempre piaciuto fare foto; all’inizio volevo fare il fotoreporter archeologico.

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Fotografia di András Bánkuti

Quali fotografi hanno influenzato la tua estetica e il tuo approccio?
L’influenza più grande veniva dai colleghi, specialmente all’inizio della mia carriera. Durante gli anni Ottanta e Novanta, lavoravamo tutti in pellicola e ci facevamo critiche sincere a vicenda. Era una comunità creativa, che è una cosa difficile da trovare oggi, visto che i fotografi mandano i propri lavori online e a malapena si conoscono tra loro. L’Ungheria aveva già allora una forte tradizione di fotografia documentaria. Volevamo tutti essere all’altezza della grande generazione di fotografi ungheresi che erano diventati famosi al di fuori dei confini nazionali: Robert Capa, Brassaï, Martin Munkácsi, László Moholy-Nagy, André Kertész.

Fuori dall’Ungheria, i lavori di Dmitri Baltermants, W. Eugene Smith, Donald McCullin, Salgado, Mary Ellen Mark e Annie Leibovitz hanno avuto un impatto enorme su di me.

Come mai hai scelto di scattare con un’analogica, sempre in bianco e nero?
Quando ho iniziato a fare foto, la pellicola a colori era merce rara in Ungheria, quindi il motivo era pratico. Ma oltre a questo, “vedevo” le foto in bianco e nero. I punk in particolare sono più a loro agio con il bianco e nero.

Come sei entrato nella scena punk? La raccontavi da outsider o eri parte della comunità?
La comunità punk a Budapest, come in gran parte delle grandi città europee, era molto isolata. I suoi membri si facevano notare per i loro look provocatori e io—da persona che voleva immortalare la vita quotidiana di questo gruppo—desideravo imparare quanto più possibile su di loro. Non facevo parte del loro movimento, ma ho preso parte a molti dei loro eventi, concerti e feste. Ho passato tantissimi weekend con loro, facendo amicizia, finché non ho smesso di seguirne le vite a metà anni Ottanta.

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Fotografia di András Bánkuti

Che tipo di conversazioni facevate mentre scattavate queste foto?
Ho preso contatto con alcuni di loro in una delle più grandi fermate della metropolitana di Budapest, uno dei luoghi di ritrovo preferiti dai punk ungheresi. Sono andato da loro, mi sono presentato e ho spiegato loro la mia idea di costruire un saggio fotografico sulle loro vite. Alcuni hanno accettato di farsi fotografare; alcuni non si fidavano del tutto, dicevano che non avevano problemi ad avermi attorno, ma che non avrei potuto fotografarli. Tornavo ogni settimana e portavo sempre le foto della settimana precedente da regalare, le foto digitali allora non esistevano. Alla fine, quasi tutti mi hanno permesso di fotografarli. Ho avuto pochi problemi; la gente non era aggressiva come oggi. Una volta, un membro di un gruppo punk è saltato giù dal palco, insultandomi e minacciando di picchiarmi se lo avessi fotografato. Così mi sono comprato il diritto di fare foto pagando da bere.

Che influenza ha avuto il mondo del punk sulla tua visione fotografica?
Ovviamente ho incontrato alcuni “fashion punk” che venivano alle feste con i vestiti di tutti i giorni e si cambiavano in bagno e, dopo tre o quattro ore, alla fine della festa, indossavano di nuovo i loro vestiti normali per tornare a casa. Avevano paura che altrimenti i loro genitori gli avrebbero vietato di andare a feste e concerti, quindi non volevano essere fotografati. Ma non era un problema; loro non mi interessavano. Non mi piaceva il lato superficiale, volevo conoscere la gente punk, chi erano e che cosa facevano.

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Fotografia di András Bánkuti

Come si è evoluta la scena punk nel corso dei decenni in cui l’hai seguita? Che ruolo aveva la censura?
Nel corso degli anni Ottanta c’erano molti tabù, molti problemi di cui ai media non era concesso parlare. Il movimento punk era uno di questi; le droghe un altro. I punk ungheresi si facevano di colla, a quei tempi. C’erano un po’ di gruppi punk, tra cui i CPg [conosciuti per i testi controversi e anti-establishment che condannavano apertamente l’autorità dello stato] che più tardi furono messi in carcere. La prima pubblicazione delle mie foto fu proprio su una rivista della polizia, come prove trovate nelle case della band! Sulle foto non c’era il mio nome, quindi la polizia non mi trovò, ma per precauzione ho nascosto i negativi. Non era soltanto la mia libertà a preoccuparmi, ma anche quella dei soggetti delle foto. Non volevo mettere in pericolo nessuno.

Che differenza c’era tra la scena degli anni Ottanta e quella dei Novanta?
Negli anni Ottanta le band punk avevano al massimo un giorno in cui suonare nei centri culturali, mentre nei Novanta avevano club decorati dai loro artisti. Il movimento era ormai stabile e accettato come stile di vita e genere musicale. Quelli che dovevano indossare vestiti punk di nascosto sono scomparsi, non era più un tabù. Gli unici limiti alla pubblicazione erano il gusto dei fotografi o delle riviste, non più la censura.

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Fotografia di András Bánkuti

Come si rapporta il tuo lavoro sulla scena punk con il resto del tuo lavoro, che ritrae la società ungherese in transizione socioeconomica?
La mia serie punk ha più ritratti, ma in generale il mio lavoro è più o meno lo stesso come stile e composizione nella maggior parte dei miei saggi fotografici. Il modo in cui faccio ricerca, prendo contatto con le persone e arrivo a conoscerle è simile — anche le mie serie sul balletto.

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Budapest come San Francisco? A vedere questi scatti pare di sì:

Questo articolo è apparso originariamente su i-D US nel 2017