Fotografia di Shawn Mortensen per il numero di i-D The Saturday Night Issue, Dicembre 1994

in ricordo di keith flint, la nostra intervista ai prodigy del 1994

Esattamente quando i Prodigy ancora non erano i Prodigy, ma stavano per diventarlo.

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08 marzo 2019, 11:56am

Fotografia di Shawn Mortensen per il numero di i-D The Saturday Night Issue, Dicembre 1994

I Prodigy hanno invaso le classifiche musicali con il banale inno dei rave Charly. Poi sono arrivate le hit, un album best-seller e una nomination ai Mercury Music Prize. Ma credeteci o no, quello che questi ragazzoni dell’Essex vogliono davvero è unire l’adrenalina dell’hardcore all’arena rock.

Keith Flint sta facendo riscaldamento. Ha degli occhi dalle palpebre pesanti e una testa enorme che ricordano Brian Jones, se si fosse reincarnato in un raver. Si mette una camicia scozzese, strappata, rattoppata e ricucita fino allo sfinimento. Cerca una giacca in tartan, larga di spalle e stretta in vita. Con i suoi short sdruciti sembra un matto Dickensiano che si è ritrovato a Westwood nel ‘84. Si gira tre volte attorno al collo una pesante cintura nera. Si tocca il piercing al setto che si è fatto tre giorni fa. Spintona scherzosamente Maxim Reality aka Keety aka Keith Palmervia dallo specchio. Si mette l'eyeliner nero. Il cappotto da pirata di Keety fa rumore mentre si gira. Indossa lenti a contatto da tigre, quelle che si illuminano nella notte facendolo sentire cattivo, capace di tutto. Evitando Leeroy Thornhill inizia a fare stretching. Leeroy saltella un po' sul posto. I suoi larghi pantaloni neri sono appesantiti da orrendi paraginocchia. Sbattono sulle le sue gambe magre mentre fa delle flessioni.

Dom, DJ Physics, è seduto, imperturbabile, non lascia trasparire alcuna emozione. Richard, il chitarrista appena arrivato, cammina avanti e indietro. È la prima data del The Prodigy's Jilted Generation Tour a Blackpool, e non sa ancora che effetto farà suonare con la sua chitarra le canzoni di Liam. Lontano dal casino del camerino siede proprio lui, Liam. É taciturno, controllato.

Per essere uno che ha realizzato una sfilza di hit, un eccellente album d'esordio, Experience del 1991, uno arrivato al primo posto della classifica, Music For The Jilted Generation, e che ha ricevuto una nomination al Mercury Prize, è davvero uno con i piedi per terra. I suoi tatuaggi, due per ogni avambraccio, alcuni di ispirazione celtica, un altro ispirato dal logo di Pomme Fritz dei The Orb, sono scomparsi sotto un largo top marrone. Corruccia il volto e prende una scatola di dischi. Li conta con attenzione. Li riconta. Li conta per la terza volta. Chiude la scatola. Si alza. Tocca il braccio di Keety, gli sorride, fa alzare tutti i ballerini della band mentre studia il pesante silenzio della stanza affollata, degli strumenti, delle scatole, delle lattine di birra, delle pigne di abiti. La Security raddrizza le spalle. Qualcuno apre la porta e entra il rumore della folla nel locale, che sembra un animale in gabbia. Inonda i The Prodigy con la sua carica, gli dà la scossa. Sono pronti.

"La mia vita potrebbe andare a pezzi, ma quando sono sul palco non m’importa”. Keith è svaccato su una panca piena di borse e bottiglie. Ha la parlata strascicata di Jools Holland. "se finito lo spettacolo non mi sento come dopo una bella scopata, allora non è stato un bel concerto” If I came off stage and felt like a good hard shag then it wouldn't have been a good show." Sorride. "Di solito vomitavo sempre prima dei concerti, per l’euforia. ” Nell’ultima ora e mezza, Liam sonic-heavy weather l’ha colpito allo stomaco, mettendolo in ginocchio. Leeroy e Keety l’hanno rinchiuso in una scatola di vetro grande abbastanza da contenere una scimmia. Hanno riso mentre contorceva il viso. Non c’è da meravigliarsi se l’ultima traccia di Experience si intitola Death Of The Prodigy Dancers. "E’ come un permesso per fare qualsiasi cosa,” riflette. "Se in un club continui a cadere alla gente non piace, ma su un palco per qualche motivo va bene. Sai quando sei giovane, vive delle esperienze per la prima volta. Hai comprato dischi dei The Jam o Gary Numan. Ascolti Going Underground. La alzi a palla e ti viene voglia di colpire qualsiasi cosa." Picchietta sulla panca con enfasi. "Il pavimento trema e il tuo vecchio ti sta chiamando. Sei in fermento. Parte una canzone e vuoi far sapere a tutti che ti piace. Vuoi coinvolgere tutti nel tuo fermento."

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I ballerini dei The Prodigy non ballano, ma barcollano, distrutti dalle feroci casse, dai crudeli bassi Belga che escono dal synth di Liam. Continuano a bloccarsi e a fissarsi come in trance, come se la musica li rendesse inermi. A volte il suono è industrial, proto-gabber, rumore stroboscopico che scuote il mixer. Poi Keith fa headbanging mentre Maxim si muove furtivo sul palco. Poison è la sua ninna nanna. Il refrain, " I've got the poison, I've got the remedy" (ho il veleno, ho il rimedio NdT) è la sfida che lancia al pubblico, la scelta che li seduce.

Sul palco, Liam frusta i suoi amici. Giù dal palco loro lo proteggono. Sono più grandi -- Keith e Leeroy hanno 25 anno, Maxim, 27, mentre Liam ne ha solo 22. Si rimette i suoi vestiti, una maglia di Jilted Generation, pantaloni da skate, occhiali da sole Oakley sui suoi capelli corti. Un bracciale e degli anelli d’argento squarciano l’aria. I The Prodigy scaricano i suoi pensieri, intenzionati, ansiosi quasi nel indovinarli. "Siamo una band hard dance che ora fa musica hard dance. In qualche modo sono un solista perchè la musica è roba mia, ma senza gli altri che mi aiutano i The Prodigy non esisterebbero." Cerca di fare un paragone. "Se vai a vedere i Pearl Jam, loro stanno lì fermi, invece i The Beastie Boys, loro fanno spettacolo. Hanno energia, come noi. Non direi più che siamo un gruppo rave perchè non esiste più la scena rave, vero? E’ tutta spezzettata, divisa in diverse scene.” Non è uno scenario che lo preoccupa. "Mi sento più a mio agio nell’ambiente indie sai? Band come Senser, Rage Against The Machine, questo è quello che ci piace."

"I Senser spaccano," rimarca Keith, che indossa una T-shirt degli Helmet. Gli altri concordano. "Musica di strada, questa è roba nostra." Insiste Liam e la sua determinazione mi riporta in un magazzino a South London nell’estate del 1991. I The Prodigy stanno ridendo e scherzando sul buio set di un video. Stanno facendo le prove per il loro primo video, e sono piegati in due dall’emozione. Da un balcone possiamo vedere Liam, una piccola figura con un caschetto da paggetto. Sulla sua faccia sono proiettati dei baffi arancioni di un gatto a cartone animati, Charly. "Playback!" urla qualcuno, e poi sbadigli, ululati, miagolii vanno avanti ancora. Sul set i The Prodigy si muovono come se fossero tornati a scuola. Circondati da un gruppo di amici di Braintree in Essex, indossano tutti tutine come se fossero al circo.

Quel sample, "always tell your kids before they go outside", cattura tutti e tutti si tengono come se fossero in cima a un ottovolante. Lo avremmo sentito 2,027 volte quel giorno, e quando siamo usciti fuori, storditi, elettrizzati, il mondo della dance era cambiato per sempre. Charly ha creato un gap generazionale come nessun’altra canzone è riuscita a fare prima. Per la generazione del '88, intenta a costruire una scena house inglese “matura”, Charly era un oltraggioso passo indietro. Gli americani rideranno di noi! Charly era l’inno dei giovani raver del '91.

La cultura pop Americana stava per fare quella stessa mossa che Liam aveva appena fatto, tornare indietro alla La Famiglia Brady e alla La Famiglia Partridge, entrando in un momento di cultura televisiva condivisa, proprio come Charly. Sfruttando qualcosa che tutti non potevano far altro che ricordare, Liam è tornato alla pre-adolescenza, agli anni in cui non abbiamo ancora un gusto vero e proprio, subiamo il condizionamento del gruppo, siamo tutti fissi davanti alla TV. Ballare a ritmo di Charly voleva dire dimenticarsi cosa vuol dire essere cool, cancellare quel flusso di informazioni che ci ha formati. Lo psicoanalista francese Lacan direbbe che Charly è il corrispettivo uditivo della teoria dello specchio, e la rabbia, la vergogna e l’imbarazzo che il pezzo scatenano ci fanno capire che non si sbaglierebbe.

"Anche io come tutti sono rimasto sconvolto dal successo di Charly" dice ora Liam. E’ una parte della sua adolescenza, e preferirebbe cambiare argomento. “Non doveva essere un pezzo da classifica. Mi ricordo quando è uscito quel pezzo di Roobarb And Custard," si ricorda, disgustato. “Uno dei ragazzi che l’ha fatto è venuto a dirmi “Anche noi ora facciamo soldi, proprio come avete fatto voi.” Ho pensato, “che cazzone!”. Non ho fatto Charly per far soldi. L’ho fatto perchè volevo. “Cose se far soldi o avere pezzi in classifica fosse così orribile. Siccome ha fatto molti brani di successo, Liam odia le classifiche. Sprezzante del pop Eurotrash, desidera “credibilità' e 'serietà'.

Si potrebbe dire che il virus di Charly ha contagiato con la voglia di “intelligenza” e “progressione” l’house, la techno, jungle e l’ambient, nonostante le loro differenze. Nessuno è immune alla paura che scatena l’adolescenza. No one has escaped this fear of adolescence. Non i Shaft, che hanno fatto Roobarb And Custard e ora la seria Reload. E neanche Liam, che è passato subito da Charly a un remix trance di Instruments Of Darkness degli Art Of Noise . E mentre l’hardcore si è reiventata come jungle d’avanguardia, Liam ha continuato a fare hit dopo geniali hit. L’estemporanea pop art di Everybody In The Place. La violenta furtività di Fire. La propulsione spaziale classica di Out Of Space. Il groove maniacale di Wind It Up.

I singoli non si sono fermati ma Liam ha usato i remix per sperimentare qualche mossa da hipster, chiamando Jesus Jones, CJ Bolland e The Dust Brothers, ognuno dei quali ha portato music paper props. Direi che i The Prodigy non hanno bisogno né del ronzio di CJ Bolland né della musica per studenti dei The Dust Brothers. Per quanto riguarda Jesus Jones? Liam sorride ma non è d’accordo. E’ incredibilmente umile. Si immerge nella scena indie dove l’arroganza è la regola. "Non sono timido, direi più riservato." Fa un sorso dalla lattina di Coca che Keety gli passa. "Quando incontro persone nuove, le stupisco. Credo che la gente si fida troppo. Quelli che mi conoscevano a scuola, pensano che io sia una star, è veramente una cazzata.” Appoggia la schiena su una sedia scomoda. "Mi ci sono volute un paio di settimane per realizzare che eravamo alla numero uno. Non sono molto fiero dei singoli. Basta dare un occhio alle classifiche e vedere chi c’è. Ma gli album..." Si interrompe, sopraffatto dalle implicazioni. "Pink Floyd, Led Zeppelin, grandi band del genere, loro hanno degli album. C’è un significato."

Per quanto riguarda i Mercury Awards? "Sono solo cazzate. Il premio vero e proprio dico. Cos’è? Non è niente. Non mi sono mai aspettato di vincere.” Con i Mercury Award non si trattava di battersi con l’indie per aggiudicarsi un premio, ma per affermare l’importanza degli album rispetto ai singoli. Nel mondo dei Mercury, i remixes e le compilations non esistono. Come libri piuttosto che riviste, si premia la stabilità e l’espressione artistica. I The Prodigy erano lì perchè il rave dovrebbe essere cresciuto e diventato musica “vera” che si può ascoltare a casa. Una mentalità condiscendente, ma Liam si trova in parte d’accordo. "Experience è un po’ datato ora. Music For The Jilted Generation ha militant edge to it." E’ un vero album, concettuale, con un libretto pieghevole e tracce lente con flauti (l’eccellente 3 Kilos) e chitarre.

"Quando ascolto un album dei Nirvana e sento un paio di canzoni lente, mi sento meglio. Ascolti con più attenzione e io volevo questo. Ma la gente sta esagerando con questa storia della politica. Non è un album che parla di diritto penale. Avevo un’idea per il libretto prima ancora che nascesse questo album. E’ essere d’accordo con il governo, dire che siamo stati tutti corrotti dalla dance.” E’ la risposta di LIam alla scena alternativa delle radio dei college che ha sentito quando era in tour negli Stati Uniti. "Là ascoltano i Cypress Hill, i The Prodigy e band con le chitarre. Hanno la mente più aperta, come con l’indie qua." Sicuramente Jilted Generation è un disco più pesante, quasi metal. Anche se i pezzi hanno titoli come Speedway e Break And Enter, sono meno veloci di quelli di Experience. Questa nuova ambizione è evidente in The Narcotic Suite, un’esplorazione in tre parti di stati alterati dal fumo con beat a raggi ultravioletti ( 3 Kilos) o della paranoia da acidi con Claustrophobic Skies.

Come i Depeche Mode, un’altra band famosa per l’uso di sintetizzatori dell’Essex, i The Prodigy sono destinati allo status di gruppo arena rock. Loro rifiutano però questo paragone. I Depeche Mode sono di Basildon, "dove tutti si comportano come se fossero di Londra". Braintree al contrario è "più un paesino di campagna tranquillo". Forse la 'Jilted Generation' è un riferimento al fatto di essere cresciuti con un frustrante senso di marginalità, dell’essere spinti a costruirsi una vita perchè nessuno lo farà per te. Oggi le città periferiche e i paesi satellite, le aree suburbane di Hertford e Romford da dove sembrano venire tutti dalla Moving Shadow agli Orbital, sono posti pieni di movimento. I quattro amici si sono incontrati al The Barn a Braintree, facendo rave a ritmo di Renegade Soundwave e Meat Beat Manifesto, Genaside II e Silver Bullet. Keith era appena tornato da Israele. Leeroy faceva l’elettricista. Liam registrava demo in casa, lavorando come grafico per il magazine Metropolitan, disegnando magliette di gruppi rock, cercando di fare hip hop con il nome Cut 2 Kill ma senza successo.

Al contrario del rap inglese, l’hardcore non ha regole, non ha un peso sulle spalle. "I miei genitori si sono separati quando avevo 11 anni e vivevo con entrambi,” racconta Liam. "Sono più legato a mia sorella al dire il vero. Quando ci siamo appassionati alla cultura rave vivevo con mio padre. Ho fatto Charly e tutto Experience nella mia stanza, ma mio padre si stava incazzando così ho dovuto trasferirmi. E’ molto orgoglioso di me, segue la mia musica e si fa prendere dai pezzi. A mia mamma piacciono ma non troppo…” Gli altri si stanno agitando. L’adrenalina sta finendo. Liam guarda il suo orologio con due quadranti. "E’ utile per quando faccio snowboard," sorride e si toglie gli occhiali da sola per guardarsi attorno. Dopo il rave c’è il rock, e con il rock arrivano gli sport estremi-- snowboard, motocross, lo skate board; tutto pur di mantenere viva quella scossa d’adrenalina. Ma alla fine la scossa più forte di tutte sono i The Prodigy stessi, la musica, l’energia, la devozione.

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Ovviamente, anche i nostri colleghi di Noisey hanno scritto di Keith Flint e di cosa ha rappresentato per il mondo della musica:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK