Fotografia di Hanna Moon. Moda di Max Clark. Da sinistra a destra: Yasmin Le Bon indossa Maison Martin Margiela su gentile concessione di Jane How, Comme des Garcons su gentile concessione di Mandi Lennard.

10 collezionisti di moda ci aprono le porte dei loro archivi esclusivi

Comme des Garçons, Galliano, Margiela: la storia della moda è in questi archivi.

di Clementine de Pressigny; traduzione di Gaia Caccianiga
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18 marzo 2019, 3:56pm

Fotografia di Hanna Moon. Moda di Max Clark. Da sinistra a destra: Yasmin Le Bon indossa Maison Martin Margiela su gentile concessione di Jane How, Comme des Garcons su gentile concessione di Mandi Lennard.

Questo articolo è originariamente apparso in versione cartacea sul numero 355 di i-D The Homegrown Issue, primavera 2019

Quello che collezioniamo è un’estensione di noi stessi, fa capire che valori abbiamo, in cosa vediamo del bell e ciò che vogliamo proteggere dallo scorrere incessante del tempo. Per chi colleziona abiti, costruirsi un archivio è un modo di definire ed esprimere la propria identità. Tutti i collezionisti di cui parliamo in questo articolo sono custodi di importanti storie di moda, che oggi ci sono di grande insegnamento.

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Jean Paul Gaultier dall’archivio di Goncalo Velosa, House of Liza
Se vuoi qualcosa di raro, stravagante e veramente meraviglioso devi andare nell’archivio di Goncalo Velosa, House of Liza. Goncalo colleziona capi Dior, Junya Watanabe, Alaïa e Yohji Yamamoto, ma la sua vera fissazione è Jean Paul Gaultier. “Ho comprato il mio primo Gaultier nel 1989, era una giacca a gabbia Junior Gaultier, e dà lì è iniziata la mia passione,” rivela. Se quello che decidiamo di collezionare è un’estensione della nostra identità, una rappresentazione di come ci vediamo, allora JPG è un must per le persone che negli anni ‘80 volevano vedere audaci espressioni di sessualità che andavano oltre le regole.

“Ho scoperto Gaultier nella tarda adolescenza, quando stava realizzando le sue prime collezioni, e il suo lavoro ha avuto un forte impatto su di me. Mi ha colpito vedere il grande potere della moda nell’affrontare la sessualità e il gender. Gaultier era un trasgressore, rompeva tutte le regole del buon gusto. Giocava molto sul concetto di genere, ma con un tocco ironico, quasi facendo dichiarazioni politiche attraverso gli abiti. Inoltre, la qualità e la raffinatezza degli abiti erano eccezionali.”

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Judy Blame dall’archivio di Stephanie Nash
È quasi impossibile descrivere il lavoro di Judy Blame con un solo sostantivo – designer, stylist, artista, club kid, visionario ribelle? Allo stesso modo, trovare un solo oggetto che lo descriva è una speranza vana. Ogni cosa che ha realizzato è caratterizzata dalla sua particolare genialità. Poteva trasformare spazzatura in tesori preziosi, trovava del potenziale in cose che le altre persone non vedevano neanche. La sua bravura nell’inventare non aveva limiti. “Siccome i capi di Judy sono fatti a mano, sono tutti un’opera d’arte,” dice Stephanie Nash, una cara amica e collaboratrice di Blame. “Chiunque sia in possesso di un suo gioiello o capo customizzato lo sa. Ma quello che rende le sue creazioni davvero speciali è il modo in cui è riuscito a trasformare banali oggetti quotidiani in bellissimi oggetti.”

Il cappello e la giacca usati in questo servizio erano nel guardaroba di Judy fino all’anno scorso, quando Londra ha perso uno dei suoi migliori cittadini. Non sono pezzi collezionati da sconosciuti, ma abiti che lui stesso ha indossato, oggetti con cui ha vissuto. Il cappello è stato fatto per Judy dal modista Philip Treacy – "amava l’idea di una bombetta in juta" – e la giacca è stata cucita circa dieci anni fa, decorata con varie toppe, pizzi e decori, tra cui spiccano i bottoni, firma distintiva di Judy. “Judy era il collezionista di oggetti random, ninnoli e attrezzi del mestiere,” spiega Stephanie, “che poi univa per creare fantastiche sculture bricolage indossabili.” Quando Judy è scomparso era ancora in possesso di molte delle sue creazioni. L’archivio è ora nella mani di Trust Judy Blame, un’organizzazione gestita dai suoi cari. In futuro la collezione di Judy continuerà a essere la prova di quanto si possa creare con poco quando si è dei geni.

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Katharine Hamnett dall’archivio di Katharine Hamnett
"Molti musei vogliono questa T-shirt," dice Katharine Hamnett. "La vuole il MoMa, la vuole il Metropolitan Museum, la vuole l’Imperial War Museum. Odierei separarmene. È una maglietta all’apparenza orrenda, ma è stata valutata un milione di sterline!” Katharine ha unito moda e politica sin dalla nascita del suo brand nel 1979, grazie a T-shirt con forti slogan che attirano l’attenzione su importanti cause. Ha condiviso questo particolare messaggio a Downing Street nel 1984, creando il suo personale pezzo di storia.

“Si trattava di democrazia. Sotto la Thatcher non avevamo voce. Missili Cruise e Pershing dovevano essere posizionati in Europa e Gran Bretagna senza aver interpellato l’elettorato.” È stato un momento di svolta per la sua carriera, che stava quasi per non verificarsi. Katharine, infatti, ha deciso solo all’ultimo di partecipare a un evento della Fashion Week a Downing Street. Sapeva che aveva il potenziale di essere un’ottima occasione per creare scompiglio e usare la stampa per dire qualcosa che andava detto. Così, "ho partorito la maglietta quel pomeriggio in studio," per abbinarla poi ad abiti da lavoro, ma nascondendola sotto una giacca. “Ho stretto la mano alla Thatcher e poi ho aperto la mia giacca davanti alle macchine fotografiche. Hai solo un’occasione, devi avere la posa giusta, devi fare in modo che la gente possa leggere cosa c’è scritto, devi avere l’espressione giusta per sembrare una vincente - sorridi! E i fotografi sono impazziti.”

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Comme des Garçons dall’archivio di Mandi Lennard
Rei Kawakubo ha usato lo spazio negativo nelle sue creazioni sin dagli inizi della sua carriera. Per la sua collezione autunno/inverno 08 ha giocato con i confini del buon gusto e realizzato un cappotto a doppiopetto di velluto rosa con intagli a forma di labbra, da cui si intravede la biancheria sotto. “Il vuoto è importante,” ha detto Rei una volta a Interview. La Fashion PR e consulente Mandi Lennard è l’orgogliosa proprietaria di questo cappotto, e quasi un’anti-collezionista. Compra i capi per indossarli fino a che si consumano. Non è neanche una persona particolarmente sentimentale. Questa giacca di Comme, però, è rimasta nel suo guardaroba per un decennio.

“Appena ho visto la sfilata mi sono innamorata di questo pezzo e l’ho desiderato moltissimo," racconta. "Possiedo alcuni pezzi da molto tempo, e il cappotto è uno di questi.” Mandi lo tira fuori un paio di volte all’anno, cosa che va contro il suo principio di indossare qualsiasi cosa a rotazione – ma questo è il capo su cui sa di poter contare quando vuole fare colpo. “È realizzato benissimo, quanto lo indossi te ne accorgi. Ed è adorabile. La sfumatura di rosa, non troppo sdolcinata. I bottoni non arrivano fino al collo perché ci sono gli intagli a forma di labbra, è geniale, anche nel modo in cui si chiude. È davvero favoloso.”

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Christopher Nemeth dall’archivio di Mark Lebon
La Londra degli anni ‘80 era un centro nevralgico per il mondo della moda. Un concentrato di pura genialità, in cui respirare uno spirito di assoluta libertà, senso d'aggregazione e novità imminenti. Parlare di quei tempi senza citare Mark Lebon e l’ormai scomparso designer Christopher Nemeth è impossibile. I due si sono incontrati attorno al "1983, a Covent Garden. L’ho incontrato attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica,” ricorda Mark. “Indossava dei vestiti fantastici. Gli ho chiesto dove li potevo comprare anche io, e lui mi ha detto che aveva una bancarella al Kensington Market. L’ho trovata e ho preso tutto… Così mi ha dovuto contattare. Condividevamo la passione per la decostruzione nell’arte e nella moda.” Lebon è più un custode che collezionista, qualcuno a cui sono stati affidati dei preziosi capi appartenenti al passato.

Nemeth, che realizzava abiti da sacchi buttati, pezzi di tela, corda e abiti di seconda mano, continua a insegnare un’importante lezione d’arte, invenzione e felicità tattile nel creare. “Il suo processo di decostruzione e ricostruzione è ancora attuale. Oltre a essere belle, queste creazioni raccontano delle storie, ti stimolano. L’upcycling esisteva anche allora, prima che il consumo di massa diventasse il problema che è oggi. Questi abiti erano divertenti, audaci, provocatori. Pieni di emozioni.” In questi reperti della vita e del lavoro di Christopher Nemeth ci sono elementi della comunità di cui faceva parte, storie personali di altri, come quella del suo stretto collaboratore Judy Blame. Ci hanno lasciato molto. Ma la lezione più importante che il lavoro di Nemeth può insegnare a un giovane designer? Secondo Mark: “Puoi farlo semplicemente facendolo.”

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Maison Martin Margiela dall’archivio di Jane How
La Stylist Jane How ha un enorme archivio fatto di 6000 pezzi di storia della moda. Immaginate di passare la giornata in questo scrigno di tesori. Tra tutti, probabilmente questo capo di Maison Martin Margiela sarebbe uno dei primi che vi salterebbe agli occhi. “L’ho avuto direttamente da Martin come favore per aver lavorato a una sfilata nel 1997,” racconta Jane. “Era la base per la maggior parte dei look di quella collezione, era fatto per aderire al corpo con una chiusura aggiustabile sulla schiena.” I pezzi d’archivio più importanti tendono a richiamare alla memoria forti momenti, sono simbolo di una collezione importante, un look in una foto che è stampata nella coscienza collettiva della moda. “Se un designer riesce a catturare l’attenzione del pubblico con la sua originalità o con la sua maestria, alcuni capi allora acquistano valore col tempo.

A volte questa sontuosità deriva dall'idea che abbiamo di un abito, non dai materiali con cui è prodotto. È qualcosa di senza tempo, realizzato in modo impeccabile. Per me, non si tratta dell'anno in cui è stato realizzato, ma più che altro del modo in cui è invecchiato nel corso degli anni." Nel caso specifico di Margiela, non si tratta di un momento specifico, e neanche il modo in cui il capo è stato costruito, a renderlo iconico. Nè il significato che rivestiva allora. È una rappresentazione onde che da Martin si propagavano nell'intera industria della moda grazie alla sua visione, del modo in cui ha riscritto qualunque regola di questo business. "Se sei uno stilista, vedi manichini tutti i giorni, e personalmente credo che l'abilità di Martin nel lasciarsi ispirare anche dalle cose che aveva sotto gli occhi quotidianamente sia stato uno dei suoi maggior punti di forza."

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John Galliano dall’archivio di Mr Steven Philip
“Come sai questo è uno dei primi look di Galliano. Colleziono Galliano da sempre. Ho questo negozio da 20 anni, prima ho avuto una bancarella al Portobello Market per 10, nessuno viene e ti lascia un outfit completo, quindi mi sono divertito nel cercare di ricostruirli.” Steven, co-fondatore dello storico negozio vintage di West London, il Rellik, è un vero collezionista. “Sono un cacciatore, un raccoglitore, come dice il mio biglietto da visita. È questo quello che faccio.” Sembra abbastanza semplice. Ma trovare i design che hanno fatto la storia della moda che sono nell’archivio di Steven richiede un lungo processo, come con questo look di Galliano.

“Questi sono pezzi che ho collezionato in vent’anni. Poi li ho messi insieme, che è la parte più divertente per me. E’ come un puzzle.” John Galliano era ancora un promettente esordiente quando ha presentato la collezione Afghanistan Repudiates Western Ideals alla prima London Fashion Week della storia, ma la forza delle sue idee era già ben definita. “Adoro la spallina voluminosa della giacca, il taglio, la forma. Quando unisci il tutto, ottieni una storia completa.” E non è un racconto che parla solo del talento di Galliano, ma anche di quando i designer avevano una maestria concreta e sperimentale. “Tutti i capi sono stati tinti nella sua vasca da bagno. Doveva cercarsi da solo i tessuti, per poi tagliarli e giocare con le forme. La gente ha bisogno di quel periodo in cui c’era vera creatività."

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Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, Sex, dall’archivio di Roger K. Burton, The Contemporary Wardrobe
Roger Burton, che gestisce l’archivio The Contemporary Wardrobe, colleziona abiti vintage da più di 50 anni. Ha lasciato gli studi a 15 anni, ma la sua passione per la moda l’ha portato a diventare costumista, stylist e art director. Cosa lo colpisce di un capo? “Deve comunicare qualcosa. Non importa con quanta forza. Potrebbe essere immondizia scadente, ma se ha qualcosa da dire e se ha carattere allora mi interessa. Non sono mai stato appassionato di abiti firmati. Preferisco lo streetwear, quello che indossano i ragazzi che vedi per strada.”

Questi capi di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren gli sono stati regalati quando ha realizzato i loro negozi. Hanno molto da dire per quanto riguarda il potenziale che hanno gli abiti stessi di essere sovversivi, di portare nuove idee in un ambiente conservatore, di come il sesso e la moda possano unirsi e allargare gli orizzonti. “È un semplice impermeabile nero con due cinture che gli girano attorno. Malcolm e Vivienne, quando hanno realizzato quella collezione per il loro negozio Sex, hanno sempre parlato del loro desiderio di vendere capi sexy, ma che potessero essere indossati in ufficio. Se stringi le cinghie dell’impermeabile non puoi muoverti liberamente. Sei in intrappolato. Cambia il tuo modo di muoverti, come con tutti i loro capi bondage. Un’idea molto innovativa e coraggiosa che racconta molto del punk, più degli strappi e delle spille da balia. Sei imprigionato… e andrai a lavoro così! È una contraddizione. Come con il top rosa. Non è un capo con cui puoi andare a lavorare. È troppo sensuale, molto aderente. Mi è piaciuto! Questi sono i pezzi che hanno fatto storia.”

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Helmut Lang dall’archivio di Michael Kardamakis, Endyma
Nel 2011, quando ha iniziato a collezionare capi vintage di Helmut Lang, Michael Kardamakis era uno studente d’arte all’University of East Anglia. Quello che prima era solo un hobby è diventato ora la vita di Michael. Nello scegliere il look per questo servizio, Michael non ha avuto esitazioni. “Ho cercato di pensare alla storia e all’impatto che Helmut Lang ha avuto come designer, non solo per i fanatici della moda, ma per tutti. La sua collezione autunno/inverno 98 è stata molto importante, perché fu la prima ad essere presentata online e su CD-ROM.”

Nel corso degli anni, Lang ha dimostrato di essere in grado di prevedere il futuro. Dall’essere il primo designer che ha preso sul serio internet, in un periodo in cui sembrava essere l’antitesi del lusso, ai suoi visionari abiti gender-fluid. “La peculiarità di Helmut è che molte sue creazioni hanno acquisito valore nel corso del tempo. Nonostante i trend del momento, ci sono sempre abiti azzeccati nei suoi archivi. Non sono vistosi, quasi sembrano non esistere. Stiamo parlando di capi con un design quasi inesistente, la maggior parte sono indumenti militari. Abbiamo questo parka dell’esercito americano, dei jeans che hanno la forma dei 501 ma che sono stati colpiti con un lanciafiamme che ha lasciato un effetto ruggine. È piuttosto divertente come idea, e l’effetto è molto cool.”

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Vivienne Westwood dall’archivio di Alex Fury, Covert Archives
Il critico e giornalista di moda Alex Fury è un’enciclopedia di moda vivente. Il suo archivio, che è anche la sua stanza da letto, è stato prestato a vari musei in giro per il mondo. Alex ha acquistato questo capo di Vivienne Westwood l’anno scorso in Giappone da una donna che ha trovato su e-Bay. Non ne aveva mai visto uno in vendita prima. “È realizzato in materiale da saldatura, i modelli originali sono stati fatti dal padre di Andreas Kronthaler, che era un fabbro. È ispirato alle semisfere che vengono messe sulle tombe - dove vengono infilati i fiori - ma anche ai sellini di fine ‘800."

Collezionare è un po’ come dedicarsi totalmente al desiderio, più che a un’effimera necessità, e spesso ci riporta indietro nel tempo. “Sono cresciuto negli anni ‘90, è lì che ho iniziato ad appassionarmi alla moda e mi ricordo di quando a 12 o 13 anni vedevo queste cose e pensavo che non avrei mai potute averle. Così adesso per me questa è una grande soddisfazione.” L’archivio di Alex racconta lunghe storie che parlano di processo di design, materiali e creatività, tutti quegli aspetti della moda che lo attraggono. Questo capo parla di diversi periodi storici, del 1995 e di cento anni fa - Viv stessa è un’appassionata di storia - e dell’importante retaggio della stilista. “Vivienne è stato spesso la prima a lanciare mode. È sempre avanti coi tempi.”

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Crediti


Fotografia Hanna Moon
Styling Max Clark
Capelli Soichi Inagaki at Art Partner
Make-up Mathias Van Hooff at Management Artists USING SEVEN HAIRCARE
Nail Technician Jenny Longworth at CLM using Sally Hansen
Set Design Suzanne Beirne at D&V
Assistente alla fotografia Chris Bromley and Mark Simpson
Assistente allo styling Louis Prier Tisdall and Joe Palmer
Assistente ai capelli Taeko Suda. Production Kirsty Wilson at MAP
Casting Adam Hindle at Streeters
Modelli Yasmin Le Bon at Models 1