designer da tenere d'occhio: vi presentiamo elena magagna

Riccardo Conti

Segretarie raver, uniformi per il clubbing e caos che esplora l'equilibrio tra straordinario e quotidiano. La prima capsule collection della studentessa IED farà innamorare anche voi.

Si muove tra estremi e contrasti stilistici non indifferenti la capsule collection realizzata da Elena Magagna (Verona 1995), neodiplomata del corso triennale di fashion design allo IED Moda di Milano. Abiti femminili che raccontano in filigrana il background di segni della sottocultura rave, ma strutturati in forme senza tempo, amalgamate grazie all’elemento entropico e spontaneo che Elena Magagna ha analizzato e impiegato attivamente come catalizzatore delle sue creazioni. DIS-ORDER è il titolo del suo progetto nato dal desiderio di esplorale e sperimentare con rigore e libertà, alternando spunti lisergici con una vena insolita di romanticismo. Abbiamo chiesto alla giovane stilista di raccontarcela in questa intervista.

Ci racconti da dove nasce l’ispirazione per la tua capsule DIS-ORDER?
L’ispirazione per la mia collezione nasce innanzitutto dalla mia camera. Essendo una persona disordinata, ho deciso di fotografarla ogni giorno, sempre alla stessa ora (22:00) e sempre dalla stessa prospettiva. Questa costante osservazione mi ha permesso di analizzare il pattern che sta alla base dell’equilibrio che si crea tra ordine e disordine, intrinsecamente collegati tra di loro in un ciclo ininterrotto.

Nella collezione sembrano convivere due idee femminili assai diverse, come hai lavorato per mettere insieme queste due polarità?
Le ho unite senza farmi intrappolare dalle varie consuetudini che queste due femminilità comportano. Essendo così diverse tra loro, ho cercato di mescolare i colori che utilizzano solitamente le ragazze gabber e trasportarli su capi che ricordano invece le vecchie uniformi, sia scolastiche che militari.

Tecnicamente, come hai ottenuto questi risultati?
È stato possibile sfruttare la collisione di cui parlavo soprattutto nella maglieria, perché ho decostruito vecchi jacquard, inserendo poi nuovi colori ed errori volutamente programmati, smacchinando i capi e mantenendo intatta la silhouette molto rigida delle uniformi, ma con un tessuto (in questo caso la maglia) che non ricorda per niente la tradizione, nonostante sia un jacquard.

Che emozioni vuoi suscitare in chi guarda i tuoi capi e in chi li indossa?
Vorrei provocare stupore, ma anche potenza. La donna che indossa i miei capi deve sentirsi sicura di sé quando lo porta, nonostante sia molto appariscente.

Nella tua parte di ricerca hai citato l’immaginario raver, e in particolare il WorldWide Raver’s Manifesto; che significato ha per te quella cultura? Come ti ci sei avvicinata?
Alla sottocultura dei raver mi sono molto avvicinata quando avevo all’incirca 15 anni. L'anno dopo sono stata al mio primo rave e poi ho iniziato a frequentare assiduamente Berlino, entrando così a far parte di quell’ambiente. Da lì ho iniziato ad apprezzare sempre di più questo mondo, perché oltre al ballo e al divertimento è una condivisione profonda di un’esperienza. Ascoltare musica per un lasso di tempo così dilatato unisce i presenti; non ci sono barriere, si ha voglia solo di stare bene e questo a parer mio è molto raro in un mondo in cui ormai le relazioni e le emozioni sono tutte filtrate dai social media.

Qual è stata l’ultima canzone che hai ascoltato?
Monument dei Tale of Us & Vaal

Come viene influenzato il tuo lavoro creativo dalle persone che ti circondano?
Cerco di captare più informazioni possibili, sono sempre molto attenta a cosa mi circonda e soprattutto alle persone che vedo passeggiare tutti i giorni in giro per la città, perché da ognuno di loro possono arrivare nuove informazioni, nuovi stili e nuove tendenze. Se non si è curiosi la creatività muore.

Crescendo, cosa sognavi (e cosa sogni) di fare da grande?
Fin da piccola ho sempre desiderato diventare una fashion designer, anche se ero molto attratta dalla scienza. Forse è per questo che sono molto orientata alla sperimentazione, infatti ho messo a punto tre tecniche diverse per creare tessuti sempre con lo stesso filato. Unn po’ come da bambina giocavo con il piccolo chimico, ora invece mi diverto a sperimentare con gli abiti. Tra una decina d’anni, magari, mi piacerebbe creare un mio brand, improntato soprattutto sulla maglieria.

DIS-ORDER è l’espressione finale del tuo percorso di studio in IED, il tuo relatore è stato Fabrizio Taliani. Come hai lavorato con lui, cosa hai imparato?
Taliani è una persona stupenda, mi ha aiutato moltissimo in questo percorso, accettando la mia identità e la mia collezione senza mai stravolgerla e riuscendo anzi a tirare fuori il meglio da questo progetto. La sua disponibilità mi ha dato la forza di continuare e mi ha insegnato che se hai un obbiettivo devi andare conquistarlo, perché l’unico limite che esiste è la persona che ogni giorno guardi allo specchio. Quindi, ecco, anche se suona scontato gli sono molto grata e spero in futuro di poter lavorare nuovamente con lui.

Qual è stato il tuo approccio per la parte styling dello shooting che hai scattato con Mattia Bonizzato?
La riflessione sullo styling è nata mentre disegnavo i figurini, perché volevo creare l’immagine di una nuova donna a metà tra la segretaria e la clubber, due opposti che si uniscono per creare qualcosa di nuovo. In questo mi ha aiutato moltissimo Mattia Bonizzato, che grazie alle sue foto e al suo video è riuscito a esprimere quello che avevo in mente e tradurlo in realtà in brevissimo tempo.

Come avete scelto la location in cui scattare e girare?
Abbiamo deciso di realizzare lo shooting alle Cascate del Varone, a Tenno perché la prima volta in cui ci andai (sei anni fa) rimasi molto colpita da queste grotte, che creano con l’acqua dei giochi di luce affascinanti, quasi magici. Inoltre, sono luoghi di montagna che per me hanno un forte valore affettivo.

Negli ultimi anni la moda cerca un linguaggio sempre più forte per poter esprimere messaggi. Qual è il tuo?
Mi interessano le dinamiche legate al caos, alla sua capacità di ribaltare il consueto nell’inconsueto e di renderlo inaspettatamente ordinario, ma anche di creare una nuova visione di regolarità e un nuovo ordine, un nuovo stadio generativo. Con la mia moda voglio insidiare un dubbio ben preciso in chi la osserva e indossa: e se il tuo caos fosse il mio ordine?

Tra tutte le persone che ti possono venire in mente, chi vorresti vedere con addosso i tuoi capi?
Credo che se vedessi Vivienne Westwood con addosso i miei vestiti potrei avere un infarto.

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Crediti


Testo di Riccardo Conti
Immagini su gentile concessione di Elena Magagna