i-Q: jamian juliano-villani

L'artista americana ci spiega come decifrare i suoi dipinti in mostra a Milano, che mescolano elementi dissonanti dal New Jersey al Bar Basso, un certo Tony e Massimo De Carlo.

di Fabrizio Meris
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12 aprile 2017, 10:35am

Mentre trascorriamo sempre più tempo con il naso dentro i nostri smartphone guardando fissi la nostra app preferita c'è chi sembra voler mandare un messaggio controcorrente, ricordandoci che internet è uno strumento e che la realtà - almeno per ora - rimane infinitamente più complessa e affascinante, anche quando si addentra nei meandri delle nostre ossessioni e psicosi. In questo senso una delle mostre più interessanti in calendario a Milano è Sincerely, Tony la prima personale della pittrice americana Jamian Juliano-Villani. Le sue grandi tele figurative sono popolate da elementi ambigui e inquietanti: immagini rubate e frammenti del suo vissuto personale compongono una narrazione armonica, seppur angosciante, in cui colori brillanti contrastano con momenti cupi e introversi. Classe 1987, Jamian è come le sue tele: estroversa, diretta, ha una travolgente energia e ama lo slang. Ma più ci si immerge in questi lisergici dipinti più ci si rende conto che nulla è come appare e che la complessità del reale incontra quella dell'ancora più ampia gamma del mondo psicologico ed interiore. C'è un qualcosa di teatrale nella mise en scene di questa mostra di pittura che al contempo ha l'aspetto di un'installazione, in cui il visitatore stesso sembra salire su un palcoscenico alla ricerca del padrone di casa, nelle vesti dell'alter ego dell'artista.

Quali sono le tue fonti d'ispirazione?
Ci sono diversi riferimenti nel mio lavoro che provengono dalla cultura pop, dal mondo dei fumetti e dei cartoon. All'inizio ero molto attratta dal loro essere democratici ma ora i riferimenti sono molto più personali, attinti da qualunque cosa in quel preciso momento colpisca la mia attenzione. Faccio moltissima ricerca sulla composizione e sulla narrativa prima d'iniziare a dipingere, proprio per riuscire a bilanciare tutti questi elementi. Cosa compare in un mio lavoro deve risultare perfetto anche se fosse solo - che so - un pacchetto di patatine. Ci sono anche riferimenti alla storia dell'arte ma penso che calcare troppo la mano su questo aspetto risulti una sterile sega mentale.

Uno degli argomenti più discussi in arte, al momento, è l'estetica post-internet.
Oh si certo…

Jamian Juliano-Villani, Songs of Innocence, Songs of Experience, 2017

È possibile descrivere il tuo lavoro utilizzando l'hashtag post-internet?
Assolutamente no… Ora tutti - artisti e non - sono molto concentrati nel riflettere su come l'immagine risulti accattivante nello spazio di un click e nella cornice di uno smartphone ma questo non ha nulla a che fare con il mio modo di pensare e di lavorare. Non sono così affascinata dalla tecnologia di per sé. Mi hanno chiesto di fare un progetto in Virtual Reality ma mi è sembrato quasi "troppo contemporaneo" se cosi si può dire. Tutti sono innamorati di ciò che è nuovo ma a me sembra una strada troppo facile e ovvia: è come usare uno specchio in cui farsi un selfie. Internet, indubbiamente, è utile ma io lo uso solo come uno strumento.

Hai però recentemente parteciperanno a DLD la conferenza sulla tecnologia ed innovazione che si tiene ogni anno a Monaco: come è andata?
È stato un po' surreale. Sono stata invitata dal curatore Hans Ulrich Obrist, amando il suo lavoro ho pensato che fosse una gran figata, ma devo ammettere che non è stato facile mescolarsi con la cultura geek. Sul palco assieme ad Hans c'eravamo io e i miei due amici, gli artisti Brian Bellot e Billy Grant. All'inizio ero un po' spaesata e mi sono chiesta cosa ci facessi lì, in fondo non sono poi neppure cosi brava ad usare Photoshop e Brian - ride - sa a malapena come si accende un computer. 

Chi sono gli artisti della tua generazione a cui ti senti più legata?
Ce ne sono diversi: Henry Gunderson, Brian Bellot - che ho già menzionato - poi i pittori Walter Price, Alex Da Corte e la scultrice Elaine Cameron-Weir.

Hai avuto la possibilità di visitare la Biennale del Whitney di New York, la prima nella sua nuova sede a Chelsea?
Non ho ho ancora avuto modo di visitarla nei dettagli ma essendo amica di molti degli artisti che vi hanno partecipato conosco già la maggior parte dei lavori. In uno dei miei dipinti in mostra Corridor of Affection si può intravedere il lavoro di Torey Thornton in mostra alla Biennale. Il set di questo dipinto è uno spogliatoio, un richiamo al confronto serrato fra generazioni di artisti. L'altro protagonista nel dipinto è infatti un lavoro di Joe Bradley, un artista più affermato ma che in questo caso incarna la squadra perdente. Torey è il giovane vincitore che incede spavaldo nello spogliatoio. C'è molto machismo in questa iconografia ma è anche uno scherzo, uno scherzo di cattivo gusto preso molto sul serio.

Jamian Juliano-Villani, Corridor of Affection, 2017

Nell'era di internet è ancora così importante per un artista essere a New York?
Assolutamente sì. Sono stata a Londra e non mi sembra che ci sia una vera e propria comunità artistica, tutto è cosi distante che è molto difficile sentire quel tessuto di relazioni che invece si respira a New York.

In quali quartieri è più probabile incontrarti?
Ho uno studio a Brooklyn ma il Lower East Side è il vero centro della scena. Quando sono venuta a vivere a New York dal New Jersey non avevo nessun vero amico e nel Lower East Side ho trovato una famiglia di artisti che cerca di aiutarsi gli uni con gli altri.

Sincerely, Tony è un viaggio che incomincia passando attraverso la ricostruzione di una palestra abbandonata in uno scantinato, per poi proseguire in una sala in cui è possibile vedere le tue tele. La prima cosa che mi sono chiesto è: chi è Tony?
Come ti dicevo sono nata in New Jersey. Moltissime persone hanno una percezione veramente stereotipata, da cartone animato, di cosa sia il New Jersey, uno posto "trashy", "loud", emblema di tutto ciò che è cultura italoamericana. Venendo qui in Italia, per la mia prima mostra, non ho potuto tralasciare questo aspetto cercando, in un certo senso, di ricostruire un ponte fra l'Italia, in questo caso incarnata dalla galleria Massimo De Carlo aka Massimo e la cultura italoamericana del Jersey che si incarna nel personaggio fittizio di Tony, che io ho immaginato come a metà strada fra il il big boss televisivo Tony Soprano e uno dei muscolosi "lampadati" di Jersey Shore. Il poster della mostra, che si può vedere all'ingresso, è come un mio alter ego con il corpo da bodybuilder e la mia faccia. Mi piaceva l'idea di entrare in una palestra, che ci fosse un'estetica cruda, come il set di un B movie davvero brutto, con macchie dappertutto sulla moquette e giocattoli per cani, mangiucchiati, sparsi dovunque.

Che cosa rappresenta quindi questo spazio, ci sono connessioni con la realtà sociale americana?
Sembra difficile, oggi, non partire da riferimenti politici ma in questa mostra per me è l'aspetto psicologico e personale ad essere preponderante. Con questa discesa metaforica in un seminterrato cerco di imprimere una memoria, suscitare un'emozione al visitatore, è la prima e l'ultima cosa che si incontra nella mostra. Il seminterrato è uno spazio, allo stesso tempo, generico ma anche molto specifico, capace di evocare memorie familiari ma vaghe e questo crea un link con i miei lavori pittorici che sono ricchi di riferimenti alla vita americana di tutti i giorni ma che allo stesso tempo non è cosi facile definire.

Jamian Juliano-Villani, TBT, 2017

In TBT possiamo vedere un porta ricevuta con il logo del Bar Basso, il famoso ritrovo radical chic milanese? Cosa ne pensi di Milano?
Adoro Milano, è una città fantastica. Questo lavoro è un buon esempio del mix di cui ti parlavo tra modi di intendere l'italianità, c'è un riferimento alla vera Milano ma poi anche tutte quelle mani che fanno a gara per pagare il conto con carte di credito, che è cosi Jersey style. Mentre ero da Lucien, l'equivalente newyorkese del Bar Basso, ho pensato che sarebbe stato divertente se tutti avessero cercato di pagare il conto la sera dell'opening! Lo so, è un'altra battuta di cattivo gusto, ma mi piace prendere ispirazione da queste situazioni.

Se dovessi ordinare qualcosa da bere?
Assolutamente whisky…di quelli economici…e niente ghiaccio.

Cosa è per te il buon gusto?
Sto ancora cercando di farmi un'opinione personale su cosa sia il buon o il cattivo gusto. Se si pensa al buon gusto non è facile non pensare subito allo stile, alla classe e al bello insomma… Ma io vorrei arrivare al punto in cui il gusto viene interamente rimosso e rimane un qualcosa di più oggettivo. Quando dipingo una tela non cerco di essere decorativa - che noia - di raggiungere una ovvia bellezza formale. I miei sono lavori difficili, che non cercano di compiacere l'occhio ma di coinvolgere profondamente chi guarda.

Cosa rende quindi i tuoi dipinti cosi speciali?
Il fatto che sono su più livelli e che hanno una narrativa complessa. Dietro ad ogni tela c'è un'idea, una storia che spesso necessita di ore di discussione con i miei amici più intimi per emergere; è come scrivere una storia, questo rende ogni tela originale e unica. In superficie c'è un'immagine ma poi ci sono tutti i sottotesti che si snodano al suo interno.

Il lato peggiore e migliore del tuo carattere?Sono egoista e narcisista. Questi sono i lati migliori - ride. No, scherzo, sono i lati peggiori. Credo di essere generosa e posso essere, a volte, veramente divertente.

Il tuo prossimo progetto?
Il Grecia a luglio a Hydra con la Fondazione Deste…Non vedo l'ora!

massimodecarlo.com

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Foto Tassili Calatroni
Immagini delle opere di Alessandro Zambianchi, courtesy dell'Artista e Galleria Massimo De Carlo Milan/London/Hong Kong