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tra morte e rinascita: la guerra in ucraina vista dal fotografo paolo ciregia

Abbiamo incontrato il fotografo in occasione dell'apertura della sua mostra fotografica a Milano per parlare del conflitto in Ucraina orientale e di come sia possibile fotografare la guerra senza spettacolarizzarne le violenze e le atrocità.

di Giorgia Baschirotto
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24 novembre 2015, 3:20pm

Incontro Paolo Ciregia pochi giorni dopo gli attacchi di Parigi. È un momento di grande tensione per tutto il mondo e parlare di guerra ora, che si tratti di quella invisibile o meno, fa più paura del solito. "Ho imparato che la guerra è reale, ce ne accorgiamo solo ora perché la sentiamo più vicina a noi," mi dice durante la nostra intervista in occasione dell'apertura della sua mostra Perestrojka, presso mc2gallery a Milano. Paolo la guerra l'ha vissuta in prima persona, documentando con la sua fotografia il conflitto in Ucraina orientale. Ha trascorso le sue giornate con i giovani dipendenti dalla Krokodil, la droga cannibale, con le famiglie che abitano lungo il fiume Dnipro e i giovani ucraini che la notte ballano nei club di Kiev. Ha visto un popolo cambiare all'ombra dei cannoni, perdere la sua identità e lottare per acquisirne una nuova. E questo viaggio nell'Europa orientale l'ha aiutato a ritrovare anche la sua di identità e le sue radici, che affondano proprio in questa terra spesso a noi poco conosciuta.

"Sembra che il nostro appetito nei confronti delle fotografie che mostrano corpi lacerati sia tanto forte quanto quello per le immagini che mostrano corpi nudi," osservava Susan Sontag nel 2002, nel suo articolo Looking At War pubblicato sul New Yorker. Privando le sue foto degli elementi che, da ignari voyeur, associamo inevitabilmente alla guerra, Ciregia ci invita a riflettere sulle ragioni che hanno scatenato questo conflitto, a porci delle domande, ad immedesimarci nella popolazione colpita da questa tragedia. A cessare di voler dare un nome, un'identità, a chi è morto perché quel morto, infondo, potremmo essere tutti noi.

Perché hai scelto di intitolare la tua mostra Perestrojka, che in russo è sinonimo di rinascita, un termine in contrasto con la guerra che racconti nelle tue fotografie?
La mia rinascita si riferisce al linguaggio fotografico, in particolare a quello utilizzato per rappresentare la guerra. Siamo tutti ormai abituati ad assistere ad una spettacolarizzazione della violenza, ma l'uso che si fa di queste immagini a parer mio non è pienamente etico, perciò ho deciso di creare un codice mio. L'Ucraina è uno di quei paesi in cui tutti i fotografi sono stati, erano lì per cercare la foto, la foto del morto, dell'esplosione, la foto che potesse impressionare, quando in realtà nessuno si è interessato a capire il motivo per cui lì c'era un conflitto, chi fossero queste persone che stavano combattendo. Alcuni, paradossalmente, pensavano addirittura l'Ucraina facesse ancora parte della Russia! 

Come mai tu hai deciso di andare in Ucraina?
Sono sempre stato affascinato dalla cultura sovietica, dai loro film e dai loro libri. Poi un ragazzo ucraino che ho conosciuto in Italia mi ha proposto di andare a visitare questo paese, ospitandomi a casa della sua famiglia. Ho finito per trascorrere lì 4 anni. Per i primi 2 anni ho seguito dei ragazzi tossicodipendenti che facevano uso di Krokodil, una droga che ora conosciamo tutti ma che a quel tempo nessuno sapeva esattamente cosa fosse, nemmeno io. Quando sono arrivato in Ucraina ho provato qualcosa che non avevo sentito in nessun altro posto al mondo, un legame fortissimo con questa nazione. Sembrava una cosa inspiegabile, se non fosse che poi una ragione l'ho trovata...Quando quest'anno ho deciso di concludere il progetto una persona che stava studiando l'albero genealogico della mia famiglia ha scoperto che il nome Ciregia in realtà nasconde origine ucraine: i miei antenati erano esuli ucraini sfuggiti al dominio dello Zar, ma per un errore di trascrizione effettuato dall'anagrafe del comune di Massa Carrara, in cui si erano trasferiti, il cognome è diventato Ciregia, un'alterazione di Siveria, la regione che oggi prendere il nome di Novgorod.

Cosa hai imparato in quegli anni sul popolo ucraino?
Mi piace il fatto di aver visto questa nazione prima e dopo la guerra. All'inizio ho visto persone sconfitte e alienate, rassegnate; ecco perché molti ragazzi si davano alla droga, per sfuggire in qualche modo da una realtà opprimente. Poi invece ho visto delle persone che si sono ritrovate a combattere una guerra, che come tutte le guerre è stata strumentalizzata, perciò le persone hanno finito per essere altrettanto alienate. Se prima però c'era una coscienza dell'individuo, ora questa coscienza non c'è più. Le persone lì pensano davvero di combattere una guerra ma in realtà non la stanno combattendo perché è tutto strumentalizzato dai potenti.

Durante i quattro anni trascorsi ho deciso di seguire il corso del fiume Dnipro, che spacca in due l'Ucraina, dividendo le due parti in guerra, e in questa terra ho incontrato persone che si trovano in un limbo, che non si sentono né da una parte né dall'altra. Queste persone ora vorrebbero solo vivere, l'unione che c'era prima piano piano sta scemando, a combattere rimangono solo soldati pagati perché il cittadino dopo due anni di guerra non ne può più. Tengo molto a questo popolo e vorrei reagissero.

Qual è stato per te il lato più emozionante di questo paese?
Mi piace l'Ucraina perché è difficile all'inizio entrare a far parte di questo mondo, ma una volta che ci riesci questo popolo è pronto ad accoglierti a braccia aperte. Anche quando ho percorso il Dnipro ho trovato sempre famiglie pronte ad ospitarmi, a portarmi da un posto all'altro. Ho conosciuto le varie sfaccettature di questo popolo e le sue realtà nascoste spesso non ancora del tutto accettate, come quella della comunità gay. I ragazzi gay e transessuali che ho conosciuto mi hanno portato nei club del posto, mi hanno fatto scoprire Kiev e il suo lato underground che ricorda quasi Berlino.

A proposito di cultura gay, il tuo scatto con Putin truccato voleva essere una provocazione?
È una foto con un gusto che ricorda vagamente la pop art. Il trucco solitamente dovrebbe abbellire la persona, e allo stesso modo la Russia magari cerca di abbellire le sue scelte politiche ed economiche giustificandole come un qualcosa che viene fatto "per il bene di tutti". Quelle scelte per alcuni risultano poi negative come il rossetto in questo caso, che ridicolizza la figura di Putin.

Uno dei tuoi scatti che mi ha colpito molto è quello dei sedili rossi vuoti.
Quella foto si ricollega al tema dell'alienazione e può avere un significato ambivalente. Queste poltrone tutte uguali possono essere interpretate come posti a sedere riservati ai privilegiati e ai potenti, oppure come emblema dell'omologazione del popolo, privato della propria identità e individualità.

Perché nelle tue immagini rimuovi spesso i simboli veri e proprio della guerra, come ad esempio i corpi dei defunti o i carri armati?
Siamo oramai assuefatti dalla spettacolarizzazione della morte che non prestiamo nemmeno più attenzione a ciò che vediamo nelle notizie sui giornali. Prendiamo per esempio quello che è appena successo a Parigi e il modo in cui sono state date le notizie relative all'attacco: io credo questo tipo di approccio non sia così necessario, pubblicare immagini con la presenza di cadaveri e tracce di sangue significa drammatizzare ulteriormente un avvenimento che di per se è già abbastanza doloroso. Rimuovendo questi elementi cruenti voglio far riflettere le persone su ciò che si trovano davanti. Potrebbe sembrare quasi eretico togliere il morto da una foto, lo privi della sua identità, ma questo aiuta a sensibilizzare le persone, si fermano ad osservare e non si chiedono più chi fosse quella persona, pensano 'quella persona potrei essere io, potrebbe essere chiunque'.

La fotografia secondo te è ancora uno strumento di denuncia?
Io sento di aver bisogno della fotografia per raccontare una storia, non cerco di portare una notizia o una verità, cerco di assimilare il più possibile nella situazione in cui sono stato per poi farne qualcosa, sensibilizzare le persone e non documentare. E poi degli scatti di guerra, a parte qualche foto emblematica, ce ne ricordiamo pochissimi.

Perché alcune foto hanno avuto più successo di altre secondo te? Perché sono più umane?
Perché lo spettatore le ha sentite più vicine a sé, ritraevano famiglie, bambini. Prendi ad esempio la foto del bambino siriano ritrovato su una spiaggia pubblicata da Independent qualche mese fa: essendo il suo volto rivolto dalla parte opposta rispetto all'obbiettivo potrebbe trattarsi del figlio di tutti noi.

Cosa hai imparato da questa tragedia a cui hai assistito?
Ho imparato che la guerra è reale, ce ne accorgiamo solo ora dopo gli eventi di Parigi perché la sentiamo più vicina a noi.

C'è qualche fotografo da cui ti sei fatto ispirare?
Mi ispiro molto all'arte per la verità. Sono ossessionato da Kounnelis, da Boltanski. Mi piace molto come Boltanski usa la fotografia.

Dove prevedi di viaggiare in futuro?
In Ucraina di sicuro, voglio tornarci per scoprire qualcosa in più sulle mie origini. E poi non lo so ancora ma continuerò un nuovo progetto che coinvolgerà più la materia che la fotografia, dando una nuova vita ad alcuni materiali, una seconda chance. Un'occasione di rinascita, appunto.

paolociregia.com

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto Paolo Ciregia