scopriamo vita, diari e appunti di un uomo irrequieto

Intervistiamo Antonio Marras in occasione della sua antologica “Nulla dies sine linea” trent'anni di creatività in mostra al Museo della Triennale di Milano.

di Maura Madeddu
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20 ottobre 2016, 11:05pm

ph. Daniela Zedda

"Da sempre la mia fantasia è stata caoticamente affollata". Così Antonio Marras spiega il suo inarrestabile estro creativo, un cut and paste di materie, idee e luoghi. Da settimane "abita" la Triennale di Milano, lavorando a tutte le fasi di realizzazione di una mostra antologica che si estende su oltre 1200 metri quadrati e che rappresenta un momento di quiete, autoanalisi di trent'anni di lavoro.

"Nulla dies sine linea" si inaugura domani al Museo della Triennale, curata da FAM Francesca Alfano Miglietti (già direttore creativo dello spazio Nonostante Marras di Milano) che così la descrive: "un'esperienza totalizzante, un viaggio in un mondo suggestivo e provocatorio - suggestivo perché provocatorio - a volte assoluto, a tratti spregiudicato". Il titolo riporta la celebre frase di Plinio il Vecchio riferita al pittore Apelle, che "non lasciava passare giorno senza tratteggiare col pennello qualche linea". Lo stesso è per Marras che a prescindere da dove si trovi, non può non soddisfare il bisogno di creare, creare sempre mescolando tutto: moda, arte, cinema, musica, danza, poesia. Luoghi. Rubando anche, se necessario. Col benestare di una cara amica. 

Ogni sua collezione è il frutto di una ricerca stilistica e culturale profonda. Quali sono i punti in comune tra il concepimento di una collezione e quello di una mostra?
Niente a che fare, se non che sono fatti dalla stessa persona. Il mio lavoro da designer è modulato da tempistiche, step e deadline. Difficile spiegare come nasce l'idea, difficile dire come nasce un processo creativo. Difficile ricostruire l'iter. L'idea segue percorsi irrazionali, sempre nuovi. Mi fido delle illuminazioni: è l'istinto a guidarmi, sono pronto ad ogni cambiamento. Tutto può essere stravolto. Ogni collezione è un capitolo di una storia più ampia. Dialoga con quelle che l'hanno preceduta ma è assolutamente originale, unica, tramata di passato e di riferimenti. Ma ispirazione e intuizione non bastano: ci vuole tanto, tanto, tanto lavoro. La sfilata è un palcoscenico dove faccio vivere il mio mondo. Parallelamente, le mie incursioni nell'arte, nella letteratura, nel teatro, nella poesia, si fanno sempre più frequenti: nascono da una reale esigenza, da un bisogno incontrollabile che mi spinge a invadere altri campi. 

La mia fantasia è sempre stata caoticamente affollata. Dietro montagne di giornali, di libri, di fogli, pastelli, scarabocchi. Il mio vecchio tavolo pieghevole sembrava cedere sotto quel peso. Nessuno poteva metterci mano. Vivevo nel mio mondo, fatto di ordine disordinato e di ordinato disordine. Mi affascinava sporcare, imbrattare, rendere impuro, porre a contatto superfici, oggetti diversi. Trascorrevo lunghe ore, dimentico di tutto e di tutti. E riempivo ogni spazio bianco. L'urgenza di tradurre in segno quel che c'è intorno e dentro di me, nel tempo, si è fatta sempre più pressante. Come se avessi qualcosa che vuol venir fuori e non riesco ad arginare.

"Nulla dies sine linea" non è la sua prima mostra ma è senz'altro una delle più vaste sul suo percorso artistico e culturale. Quali sono state le fonti di ispirazione principali, e cosa si aspetta da questa esposizione?
La mostra è un punto di riflessione. Un momento dove mi sono fermato, cosa eccezionale per me, e ho fatto un "inventario" della mia vita artistica, ovvero quello che faccio ormai da 30 anni parallelamente al mio lavoro. In compagnia di Francesca Alfano Miglietti ho iniziato ad aprire cassetti, scatole, sportelli, casse e armadi del mio studio, della mia casa. Mi sono arrampicato su scaffali infiniti e ho ritrovato disegni, appunti, taccuini, block notes e foto. Ho rivisitato precedenti installazioni fatte in collaborazione con altri artisti. E ho ripreso il lavoro realizzato insieme a Maria Lai: l'incontro con lei ha rappresentato una svolta nel mio approccio con l'arte, e non solo. Mi è subito apparsa come una fata, un angelo, una creatura venuta da un altro mondo. Un'eterna bambina. Avevamo un rapporto speciale, grazie ad una sintonia di interessi e di idee che continuano a vivere, immutati, nonostante la sua assenza. Conoscerla e lavorare con lei è stata per me una gioia oltre che un'occasione unica. Mi vengono in mente tanti episodi.

Ce ne racconti uno.
Una volta le dissi che avevo copiato un suo disegno. Lei ha riso, poi mi ha incoraggiato: "L'arte è un continuo rubare. Non preoccuparti, io rubo dappertutto. Nel momento in cui la rubi, l'opera diventa tua". Lei diceva sempre che fare arte è "rubare" ora a uno, ora a un altro. Riuscendo al contempo ad essere originali! Mi ha dato il coraggio di esplorare me stesso, mi ha accompagnato per mano nel mondo dell'arte, mi ha traghettato verso un universo che mi affascinava e mi faceva paura. "Ti ho lasciato bambino e ti ritrovo artista", mi ha detto un giorno. Sono affezionato a questa frase.

Il sottotitolo della mostra è Vita, diari e appunti di un uomo irrequieto. Se per irrequietezza si intende la sua instancabile curiosità, questa è allora un dono. Come dobbiamo interpretarlo?
Mah! Io lo leggo come un destino. E' così e basta e non ci posso fare niente. Ho una specie di "insofferenza loci". Quando sono a casa vorrei essere altrove. Quando sono in viaggio non vedo l'ora di tornare a casa. Non sono mai contento, mai soddisfatto, mai gratificato e mai mi sento nel posto giusto al momento giusto. Al contrario, mi sento inopportuno, inadeguato e sempre di troppo. Sono solo uno che ama curiosare e comunicare, narrare utilizzando anche linguaggi diversi. Sicuramente ho bisogno di raccontare storie e sono attratto dalla poesia e dal lavoro del poeta. Il poeta rifiuta le regole logiche di conoscenza della realtà, viola i codici, libera tutti i sensi e tutte le facoltà immaginative, dando voce all'inesprimibile. Come dico spesso, sento molto vicino uno dei tratti distintivi del linguaggio poetico: lo scarto linguistico. La violazione delle regole grammaticali e sintattiche, l'uso libero e personale delle parole, scelte, combinate, accostate in modo inconsueto così da creare giochi, analogie, sinestesie, ossimori e provocare esplosioni, insospettati cortocircuiti semantici".

E accostamenti - apparentemente - inediti che sfociano in cortocircuiti semantici saranno in mostra al Museo della Triennale di Milano fino al 21 gennaio 2017.

triennale.org

Crediti


Testo Maura Madeddu
Foto Daniela Zedda per gentile concessione La Triennale di Milano

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