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soak: "non siate nessuno, se volete essere davvero voi stessi"

Abbiamo incontrato la musicista di Sea Creatures prima del suo live a Milano lo scorso venerdì per parlare di come nasce una canzone grazie alla poesia, di com'è crescere in Irlanda e del fascino del caos della vita quotidiana.

di Giorgia Baschirotto
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19 ottobre 2015, 9:05am

"Remember you never have an obligation to fight the hurricane in your chest," recita An Insider's Guide on How to Be Sick di Andrea Gibson. Provare a fermare il turbine di emozioni che ti pervade sarebbe del tutto inutile mentre ti trovi ad ascoltare Soak dal vivo. Forse ho passato troppo tempo a ballare nei club negli ultimi anni, scordandomi dell'intensità di una performance live. O forse Soak ha davvero qualcosa di speciale. Siamo tutti qui davanti a lei, raccolti in un ampio semicerchio, in ascolto, incantanti dalla sua voce eterea e dolcissima. "This is intense!" afferma osservando la sala dalle luci soffuse dopo aver concluso il primo brano della serata, una canzone in versione acustica. Una donna giapponese con abiti coloratissimi le sorride dalla prima fila per tutta la performance, in adorazione. Poco più in là una coppia di ragazze si tiene per mano, uomini barbuti di mezza età annuiscono compiaciuti. Soak sembra mettere d'accordo tutti. Il suo album di debutto, Before We Forgot How to Dream, unisce la spensieratezza delle gemme indie pop al folk malinconico e poetico. I suoi testi hanno il sapore dell'adolescenza, ci raccontano le avventure della vita come solo una diciannovenne sa fare, eppure, mentre la osservi cantare, puoi cogliere tutta la forza e la passione che fa vibrare le sue corde vocali, i sentimenti agrodolci e i ricordi accesi che danno vita alle sue canzoni. Me ne parla nel backstage, durante la nostra intervista, una lunga chiacchierata sul quello che potremmo definire un "album di formazione". Ogni traccia parla, in modo sottile e spesso metaforico, delle sfide che ci si ritrova ad affrontare quando si cresce. Dagli insegnamenti che ci vengono impartiti da genitori e insegnanti, alle discriminazioni, al sesso, alla complicità che scopriamo solo grazie all'amore, Soak con le sue parole ci fa assaporare la bellezza delle cose semplici, ma non per questo scontate, della vita di tutti i giorni. Un tuffo nel quotidiano, suo e forse anche un po' nostro, visto dagli occhi blu tropicale di questa giovane artista del freddo nord dell'Irlanda.

Dunque sei irlandese, precisamente di un piccolo paesino dell'Irlanda del Nord. Com'è vivere e crescere lì?
Non ho trascorso molto tempo nel mio paese ultimamente perché sono sempre in tour, ma è un bel posto, davvero. È all'estremo nord dell'Irlanda, ci sono sempre molti eventi in città, soprattutto culturali. Certo a volte è un po' noioso, ma forse solo perché ho 19 anni e ho bisogno sempre di nuovi posti da scoprire!

È vicino al mare? L'acqua è un'immagine ricorrente nelle tue canzoni.
Quando ti trovi in Irlanda non sei mai troppo lontano dal mare, è molto semplice raggiungere la costa, ad esempio dalla mia città ci puoi arrivare in mezzora. L'acqua è un elemento molto importante per il luogo in cui sono cresciuta, e credo questo aspetto abbiamo influenzato la mia musica e i miei testi. Oggi la maggior parte delle persone vive in grandi città industriali, ma c'è qualcosa di profondamente istintivo nell'uomo che lo porta a ricongiungersi prima o poi con la natura.

Soak significa "assorbire", "impregnarsi". Perché questo nome?
Quando ho iniziato a registrare le mie canzoni e ho deciso di metterle online non sapevo che nome usare, ho pensato che utilizzare il mio nome vero fosse noioso e un po' troppo diretto. Quindi ho chiesto consiglio a mia mamma e mi ha detto, "Che ne pensi di Soak? Sono soul e folk messi assieme!" E poi questa parola ha molteplici significati, se la leggi al contrario significa caos.

Il tuo album s'intitola Before We Forgot How to Dream, parlaci del significato che sta dietro questo nome.
Ho iniziato a scrivere i pezzi di questo album quando avevo 14 anni e mi sono fermata quando ne avevo 18. Ad essere sincera scrivevo e basta, all'inizio non immaginavo nemmeno che questi pezzi sarebbero finiti in un album. Before We Forgot How to Dream è una frase dell'ultima canzone del disco, l'ho scelta perché credo ne colga l'essenza. Il periodo che va dai 14 anni alla maggiore età è quella fase in cui non hai ancora delle responsabilità, non hai la necessità di lavorare per guadagnare soldi, non sei ancora una persona adulta.

Quando canti dal vivo sembri davvero piena di passione, è molto emozionante. I tuoi testi hanno un significato profondo?
Tutte le canzoni dell'album sono canzoni delicate che affrontano questioni delicate, sono brani molto intimi e sinceri. Ma quando sei sul palco a volte hai bisogno di distanziarti un po' da ciò che canti per non sentirti costantemente turbato. Inoltre, anche se eseguo le tracce sempre allo stesso modo, le persone che le ascoltano le percepiscono sempre in maniera differente, e questo cambia tutto.

Una delle canzoni dell'album si chiama B a noBody. Credi che oggi cercare di definire la nostra identità non sia più così importante?
Anni fa, quando andavo ancora a scuola, gli insegnanti non facevano che ripetere quanto sia importante essere se stessi, essere individui unici. Certo è molto bello che ognuno si senta speciale, ma credo anche ognuno possa essere se stesso con i propri difetti e i propri pregi, senza dover cambiare per diventare perfetto. Ricordo che all'epoca - ho smesso di andare a scuola a 16 anni - tutti i miei amici erano preoccupati per il futuro, stanchi di dover fare i conti con i consigli pressanti degli adulti, i quali non facevano che ripeterci quale strada intraprendere dato che eravamo un certo tipo di persona, con un certo tipo di caratteristiche... B a noBody è contro tutto questo. È un invito a fare ciò che si vuole, fregandosene delle imposizioni. Il titolo in se è una completa contraddizione perché invita a non essere nessuno ma allo stesso tempo ad essere qualcuno, ovvero ciò che siamo davvero, senza filtri.

Come nascono le tue canzoni? Come si sviluppa il processo di creazione?
La mia voglia di scrivere canzoni nasce osservando ciò che c'è intorno a me, il mio gruppo di amici, la mia famiglia. Parlo di situazioni reali, su cui spesso rifletto. Conosco molte persone che cantano di situazioni inventate, ma per me sarebbe strano fingere di sentire qualcosa che in realtà non ho mai provato.

Quando vivevo a casa mi prendevo del tempo per me, suonavo la chitarra e cantavo, fino a che non trovavo un'idea da sviluppare. Ma ora che sono on the road non ho molto tempo per lavorare in questo modo, quindi mi rifugio nel mio angolo e scrivo, scrivo, scrivo. Solo poi penso alla musica.

È curioso tu parta dai testi!
Si, e ultimamente sto leggendo molti libri di poesie, leggo piuttosto che ascoltare le parole. Credo che questo processo ti renda un po' più acuto, assorbi più influenze. Conosci Andrea Gibson? È incredibile, quando leggi le sue poesie ti viene voglia di piangere! Mi piace molto anche Kate Tempest, i suoi lavori sono fantastici.

Se non fossi Soak chi saresti?
Conosci i The Blue Nile? Sono una band di Glasgow, fanno un album ogni 10 anni, l'ultimo risale agli anni '80. Suonano una specie di alternative pop, sono davvero fighissimi. Ecco probabilmente vorrei essere il cantante, Paul Buchanan.

Ho letto che mentre eri in tour in America dopo ogni concerto disegnavi qualcosa che rappresentasse la città in cui ti trovavi. Cosa disegneresti stasera che sei in Italia?
Durante il mio tour americano disegnavo e poi regalavo 20 copie dei miei disegni alle persone che venivano a sentirmi. Fortunatamente per questo tour abbiamo dei poster! (ride) Ma se lo rifacessi stasera, disegnerei di sicuro pizza e pasta!

soakmusic.co.uk

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto Dave Masotti