confessioni di uno snob: "lo street style è una merda"

Parla Costantino della Gherardesca.

di Mattia Ruffolo
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27 settembre 2017, 1:43am

Non servono troppe parole per introdurre Costantino che già è abbastanza noto, blasonato e senz'altro controverso. Dopo tutta la rivoluzione estetica che sta avvenendo nella moda, e che sta ribaltando le carte in tavola in termini di eleganza, volevo parlare con qualcuno che conoscesse il valore della tradizione ma anche delle controculture. Peraltro Costantino ha vissuto la Londra degli anni '90, e per un frangente collaborato anche con i-D. Insieme abbiamo parlato sì di moda, ma anche di arte, collezionismo e tutto ciò che di più consumistico possa esistere nel sistema creativo perché talvolta, per essere consci del proprio punto di vista, bisogna prender fiato, uscire dalla bolla d'ottimismo e riequilibrare l'entusiasmo con del "sano" cinismo.


Mattia: Iniziamo!
Costantino: Ma non posso dire niente che sia diseducativo.

M: Dobbiamo parlare della tua Londra da ragazzo e di i-D, sei sicuro? Raccontami com'era Costa negli anni '90.
C: Molto più divertente rispetto a oggi. Allora esistevano delle scene e dei punti d'incontro, perché non c'erano i social network, esistevano pub, club, bar dove ci si agghindava per farsi vedere. C'era ancora la coda lunga degli anni '80. Avevo i capelli viola, gli orecchini, le scarpe di cuoio rosso con i tacchi. In quegli anni ti dovevi rappresentare così, non con la tua pagina Facebook. Il momento era il club. Non esisteva la vita online, ma proprio zero. La prima volta che andammo sulle chat io e i miei amici, solitamente in tre davanti a un computerone beige, fu per trovare gente a cui scroccare sonniferi e tranquillanti, medici che ci avrebbero fatto delle ricette gratuitamente per la petidina o i DF118. Londra era un posto molto più permissivo rispetto all'Italia, a Milano. La droga era normale anche per gente borghesissima che si faceva di droghe molto pesanti, quotidianamente, come se fossero delle tisane.

M: Dove hai studiato?
C: A 9 anni ero già in collegio. Sono stato in un collegio quasi fascista, nelle montagne svizzere, nel cantone Vaud. Poi in uno inglese "di sinistra", che ho amato molto, da cui però scappavo spesso per scorribande a Londra. Quello era nell'Hampshire, sempre in campagna. A 14 anni scappavo dal collegio svizzero per andare a Parigi in degli squat a prendere LSD. Quando uno vive fuori casa, in istituzioni così severe, è ovvio che, per reazione, dà il peggio di sé. Adesso invece, per reazione al mio passato, sono praticamente un monaco.

M: Quando eri a Londra hai fatto anche dei lavori per i-D. Com'è successo?
C: Io ho sempre seguito la musica più che la moda. Ma lì mi hanno tirato in mezzo perché in quegli anni iniziava a essere cool associare riferimenti musicali alla moda. E anche perché ero un pagliaccio che faceva ridere tutti. Mi hanno chiamato per produrre servizi fotografici per i-D. Ne ho fatto uno molto bello con Panos Yiapanis, un art director bravissimo, e Corinne Day, una donna straordinaria.

M: Ne hai fatti altri di servizi per i-D? E com'era la redazione in quegli anni?
C: Quello è l'unico per cui sono stato citato nei crediti. Conoscevo tutti i redattori e li vedevo spesso la sera, ma ai tempi non ero mai passato dalla redazione, che all'epoca era di proprietà di Time Out. Corinne Day, come Juergen Teller e Wolfgang Tillmans, faceva fotografia documentaristica e non a caso, tutti e tre hanno iniziato proprio da i-D. Prima di loro, a fare quel genere di fotografia c'erano solo Larry Clark e Nan Goldin, una persona molto negativa.

M:Chi era il Vetements di quei tempi a Londra?
C: Negli anni '90, l'equivalente del Vetements di oggi era Helmut Lang, una roba che dovevi avere sennò eri considerato come un disgraziato. Anche COMME des GARÇONS, ma costava troppo per i giovani. Helmut di meno; andavano le sue giacche nere di cuoio, i cappottini, gli spolverini. Cose che adesso Raf Simons per Calvin Klein sta rifacendo pari pari.

M: Quanto costava?
C: Meno di mille euro! Però in quel periodo iniziò un certo disinteresse verso i vestiti. Un disinteresse che Claude Montana aveva previsto già anni prima, dicendo che la gente si sarebbe interessata solo alle borsette, agli accessori, ai loghi e allo status symbol, non più ai vestiti. Ed è successo. Lo street style è stato colpevole, ha buttato benzina su quella cultura dei designer jeans, del logo eccetera. Che se vuoi può essere interessante come fenomeno sociale, ma da un punto di vista di moda è agghiacciante.

M: Un fenomeno interessante che, se non viene gestito nel modo più appropriato, rischia di appiattire tutta la creatività…
C: Assolutamente sì. Se posso parlare della moda di adesso, la situazione è molto interessante, perché paradossalmente ci sono molte meno persone che capiscono la moda di quante ce ne siano che capiscono l'arte contemporanea, anche se dovrebbe essere più di nicchia. I redattori, gli editori delle riviste e chi si occupa di moda, gli stylist stessi, non sanno più cos'è la moda. Sono pochi gli esperti e sono tutti reduci degli anni '80. Così come gli stilisti. C'è una regola d'oro in cui credo molto, per quanto riguarda gli stilisti: tutti quelli che si fanno le foto con le celebrities fanno cagare.

M:Il tuo interesse per Prada non è un tabù, l'hai scritto anche tu nel libro.
C: No no, non è un tabù. Mi piace Prada perché non ho una vita, sono un consumista, vivo vicino alla boutique, e mi faccio fare delle cose su misura offbeat da loro. Poi hanno la licenza su certe stampe di Holliday & Brown, stampe degli anni '60 che ripropongono ciclicamente, perché ci sono dei fan, tra cui io, che con quelle stampe si fanno fare qualcosa ogni volta.

M: A Prada hanno sempre dato l'etichetta di borghese, è sbagliata?
C: No, non è sbagliata. È un trip mentale di Miuccia, che propone una versione contemporanea del look da signora poco sexy; secondo lei, la coolness sta nel fare l'anti sexy. Ha ragione. La moda migliore è borghese, di nicchia.

M: Ma borghese o d'élite? Borghese per me è conservatore.
C: D'élite. Sì, borghese ti fa immaginare Letizia Moratti. Invece no, ti devi immaginare qualcosa di più aristocratico, come Luchino Visconti. D'élite. Né aristocratica, né borghese.

M: Hai un giovane designer che ti piace particolarmente?
C: A mio avviso, lo stilista più bravo in assoluto in questo momento è Yusuke Takahashi. Fa l'uomo di Issey Miyake, ed è un secchione giapponese geniale che è andato nella direzione opposta allo street style. Fa delle proporzioni per l'uomo molto difficili da indossare per chi non afferra la moda, proprio come facevano gli stilisti degli anni '80. Molto più bravo di Raf Simons, più raffinato. Con lui può tornare quell'idea di non dare più importanza all'accessorio, al logo, alla scarpa da ginnastica e apprezzare invece tessuti, proporzioni, gli abiti stessi, cioè gli elementi principali venuti a mancare negli ultimi anni. Un altro bravo secondo me è Stefano Pilati, che sono certo risorgerà presto con qualcosa.

M: Ha già lanciato una mini linea.
C: Sì, ma lui dovrebbe fare Armani. Adesso c'è un revival di quello che era il look di Armani Donna dei primi anni '80. Giorgio Armani credo abbia una certa età ormai, forse è arrivato il momento di rilanciare il brand. Una volta, a Pilati ho fatto i complimenti per un vestito che avevo visto in una boutique di YSL, era da uomo, in una specie di crinolina, color albicocca, semi-trasparente, con dei pantaloni dalle pinces enormi. Io ero entusiasta di quell'abito. Ovviamente non potevo comprarlo, né metterlo, ma gli feci comunque i complimenti. E lui mi disse che, ovviamente, quello non se lo comprava nessuno. Ne era perfettamente consapevole. Aveva anche fatto dei pantaloni di tuta da tossicodipendente dell'est, sempre per YSL, anni prima di Gosha Rubchinskiy. Quelli li avevo comprati, però.

M: A un certo punto Pilati ha lasciato Parigi e si è trasferito a Berlino, dove vive ancora adesso. Mi è sembrata radicale come scelta, sono due città completamente diverse. Berlino è molto più inclusiva e concentrata sui giovani, ad esempio. Cosa ne pensi?
C: Bah, Berlino è una città di grande ispirazione per i creativi, soprattutto dell'arte. Dal punto di vista estetico, tutte le cose più interessanti sono uscite da Berlino; gli artisti più bravi delle ultime due Biennali sono stati sicuramente quelli che rappresentavano la Germania.

M: Anche le migliori scuole d'arte sono in Germania: Städelschule Frankfurt, HdK Berlin, HFBK Hamburg.
C: Esatto. La Germania ha una politica che premia l'arte, anche nei piccoli paesini ci sono delle Kunsthalle meravigliose. Nuovi immaginari sono arrivati da artisti come Hito Steyerl, che a loro modo hanno avuto influenza nella moda.

M: Invece cosa ne pensi delle collaborazioni tra stilisti e artisti? Quella tra Raf Simons e Sterling Ruby, ad esempio.
C: Ma sai, a me fanno sorridere, perché nella maggior parte dei casi scelgono artisti molto sopravvalutati e poco interessanti. I miei amici che lavorano nell'arte lodano Sterling Ruby, io lo trovo sopravvalutato, proprio come trovo sopravvalutato Richard Prince da un po' di anni a questa parte, e credo che Raf abbia fatto una cosa anche con Richard Prince, no?

M: Sì, la campagna pubblicitaria di CK della scorsa stagione. Prince aveva collaborato anche con Marc Jacobs per Louis Vuitton in passato.
C: Esatto. Ma credo che questi stilisti non faranno mai delle collaborazioni con Victor Burgin, o cose più interessanti. Usano immagini di artisti super quotati, come fossero dei loghi, per fare le fighe. Io, personalmente, non ci casco.

M: Prada, ad esempio, non fa collaborazioni con artisti ma con illustratori. Io lo trovo più giusto e meno pretenzioso. Tu cosa ne pensi?
C: Sì. Anche secondo me è giusto, loro vanno a trovare illustratori che nessuno conosce e gli fanno fare delle stampe e così, bene o male, si rendono conto che stanno facendo solo vestiti. È difficile incorporare l'arte nella moda. C'è un'artista che si chiama Susan Cianciolo e che ha fuso arte e moda, facendone una cosa sola.

M: Certo, lavora con Bridget Donahue. È straordinaria.
C: Sì, lei non si limita a mettere una scritta o un'immagine su una t-shirt, come alla fine fa Raf Simons.

M: Cosa ne pensi dei pezzi in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe?
C: Molto superficiale. Robert Mappletorphe era bravissimo, ma secondo me le sue cose migliori sono uscite quando fotografava le coppie di omosessuali leather nei fine anni '70 primi '80, quando veramente era testimone di stili di vita affascinanti. Adesso no, non lo è più; oggi è più interessante Sophia Al Maria che ci fa vedere l'immaginario del Qatar, un'estetica nuova, nata negli ultimi anni.

M: Assolutamente!
C: Comunque, c'è più gente nell'arte che capisce la moda che nella moda stessa, secondo me.

M: Cosa c'è nel tuo armadio?
C: Principalmente abiti comprati da sarti islamici, in Iran e in Turchia. Sono stato dal sarto di Rouhani–il presidente iraniano–a Teheran, tutte cose abbastanza impossibili da portare. Ho tante cose vietnamite: devi sapere che in Vietnam la gente continua ad andare dai piccoli sarti e quindi c'è questa cultura nel nord del paese del made to measure, che però è molto essenziale. Poi ho COMME des GARÇONS, Prada e Yamamoto che chiaramente è ottimo, sempre ottimo. Io quando mi sento in vena di buttare soldi fuori dalla finestra, compro le sue cose. Avevo una tuta di Vetements, ma l'ho regalata ad un amico. Me la sono messa, mi sono guardato, mi sono vergognato e l'ho regalata. Ma dove pensavo di andare?

M: Hai dei pezzi d'archivio?
C: Pochi, molte appunto le ho regalate ai miei ex… Sbagliando! Ne avevo un sacco, vecchissimi Raf Simons e COMME des GARÇONS. Non avrei assolutamente dovuto.

M: Adesso hanno rimandato in produzione alcuni capi dall'archivio di Helmut Lang.
C: Beh, ha un senso comprarli, perché è un look che sta riproponendo Raf e che ripropongono anche altre persone, però è come quando hanno provato a rilanciare Halston o Schiaparelli, secondo me non è interessante. Adesso i tempi sono cambiati.

M: Ti è piaciuta Lang di Shayne Oliver?
C: Alcuni look erano ok. A parte questo, il problema è il tipo di coolness che trasmetteva il brand Helmut Lang, e il fatto che riproporre la ricerca di quel mood al giorno d'oggi è un filino distonico rispetto all'attuale situazione sociale.

M: Vorrei capire che stile di vita ha il giapponese di cui mi parlavi, Takahashi. Per me è fondamentale capire anche quell'aspetto dello stilista. Pensi che possa essere un Alaïa? Alaïa è riuscito ad affermarsi, è il sartino all'ennesima potenza.
C: Alaïa è uno bravissimo. Lui ha una nicchia di clienti a cui parla direttamente, senza passare dal mondo dei media, dai giornali che non fotografano quasi mai un suo vestito. Sì, fa un discorso simile ad Alaïa, ma ancora più difficile perché lui fa solo uomo. Non fa la donna! Sicuramente il suo stile di vita è da secchione, così come era Raf Simons, perché i tempi sono cambiati rispetto a quando John Galliano viveva come una rockstar… detto questo, io adoro John Galliano.

M: Io per esempio, vesto solo in tuta fino a che non riesco ad indossare tutti i giorni un completo, perché non trovo interessante tutto quello che sta nel mezzo.
C: Ecco. Per questo le aziende sartoriali da uomo stanno vivendo un boom, mentre per il prêt-à-porter, per i marchi di moda, la vita è sempre più difficile: un momento sei cool, poi non lo sei più.

M: Non è affidabile.
C: Già. Mentre con il tailoring stai sempre bene. In Italia arriva la gente dall'America per andare da Caraceni o da Attolini.

M: Inserire la moda nella televisione è qualcosa che ti interessa fare? Com'è Marcelo Burlon nel tuo programma?
C: Inserire un certo tipo di moda sì, mi interessa. Sai, se inserisci degli abiti di Madame Grès in un programma televisivo non se ne accorge nessuno, chiaramente adorerei farlo, ma dal punto di vista economico non è fattibile. Marcelo invece è uno molto forte, molto determinato. Ha i suoi fan a Napoli e in tutta Italia, ma è un fenomeno di costume, non di moda. All'interno di Pechino Express non ha problemi a dormire tra la merda, non gli fanno schifo i topi, non è borghese o schizzinoso. Cosa diversa invece per il suo compagno di gara Michele, perché è italiano! Ricordiamoci che noi italiani siamo i più ipocondriaci del mondo, quelli che più facilmente si fanno impressionare dal cibo diverso, dalle malattie, dall'aria condizionata e tutto quanto.

M: Marcelo ha portato tanta energia in città. Ha iniziato dai club, dal fare la porta alle serate, ad avere una sua linea. Lui dice: "Io non sono uno stilista, io sono un marchio. Metto assieme i pezzi, come ho sempre fatto in altre occasioni." Una posizione molto interessante.
C: È bravissimo, è molto consapevole, perché sa di non essere un Yves Saint Laurent. È un uomo che si è fatto da solo, ha delle origini molto spartane. Lavorava con sua madre, facevano le pulizie negli alberghi.

M: Ultima domanda... Leggevo questo meme su Instagram "Every time you get dressed, remember: if you die, that's your ghost outfit forever." Come sarebbe il fantasma di Costa?
C: Ah questa è una cosa bellissima. Non so, di sicuro non vorrei essere un fantasma in giacca e cravatta, anche se spesso quando vado a eventi della televisione mi vesto in giacca e cravatta, come per dire: vaffanculo. Lì, in quell'ambiente, si vestono abbastanza male, e io, a sfregio, metto abiti sartoriali. Gli uomini in TV hanno delle giacche fatte malissimo.

M: Bene. Avevi paura ti scappasse qualche commento diseducativo, ma abbiamo finito, credo che la promessa sia stata mantenuta...
C: Beh, abbiamo parlato male dello street style, e quello va già bene. È una cosa che c'entra con i-D. Lo street style è una merda!

Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Fotografia Piotr Niepsuj
Abiti dall'armadio di Costantino della Gherardesca
Styling @vuittonvuiotton

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