Fotografia di Giorgia imbrenda

12 ore ad anversa con komono

Cosa fare, vedere e dove andare in un giorno ad Anversa, capitale della moda che ci ha stupito. Noi ci siamo stati per il decimo anniversario di KOMONO, brand di accessori made in Antwerp che ci ha fatto da guida in città.

di Amanda Margiaria
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11 ottobre 2019, 3:43pm

Fotografia di Giorgia imbrenda

Arriviamo ad Anversa nel primo mattino, e la prima delle tante sorprese di questo viaggio ci attende non appena scendiamo dall'aereo: il clima è esattamente quello di Milano, altro che pioggia insistente e vento sferzante come vuole la leggenda. Quindi un colori autunnali, qualche raggio di sole che filtra tra le nuvole basse e l'aria frizzante d'inizio ottobre.

Siamo qui per il decimo anniversario di KOMONO, brand di eyewear e orologi che ha una mission semplicissima e complessissima insieme: rendere il lusso alla portata di tutti. "Make luxury affordable," come mi dice Anton Janssens, co-fondatore dell'azienda che intervistiamo per capire meglio come il design belga, e di Anversa nello specifico, si differenzia da quello del resto d'Europa.

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A metà tra la creatività sperimentale di Londra e l'essenziale armoniosità del Giappone, questa città è una sorta di gemma nascosta della moda: negli anni '80 è qui che si sono formati e hanno aperto i loro atelier The Six of Antwerp, ovvero Walter Van Beirendonck, Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Dirk Van Saene, Dirk Bikkembergs e Marina Yee, che nel 1986 presentarono le loro creazioni durante la British Designers Week londinese, e leggenda vuole che il soprannome sia stato scelto per non dover pronunciare i loro nomi così complicati. A loro si aggiunge Martin Margiela, che di presentazioni non ha bisogno e la cui influenza estetica, culturale e visiva ha ancora un impatto decisivo sulle nuove generazioni di designer e creativi non solo belgi, ma di tutto il mondo.

È sempre qui che ha sede una delle Università più rinomate a livello internazionale quando si parla di moda, la Royal Academy of Fine Arts, dove hanno studiato molti grandi nomi della fashion industry, dove studiano tutt'ora i nomi della fashion industry di domani e dove abbiamo passato parte del nostro pomeriggio tra bozzetti e prototipi di abiti etnici. A a colpirci di Anversa, in definitiva, è proprio l'equilibrio che questa città ha saputo creare tra il suo blasonato heritage e le nuove generazioni. In un caso più unico che raro, Anversa e il suo design riescono a celebrare il passato senza però schiacciare il futuro con la sua rilevanza storica.

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Tale armonia creativa è percepibile anche nel lavoro dei brand che qui sono nati e si sono sviluppati. Uno su tutti KOMONO, che proprio per celebrare questo decimo anniversario ha deciso di uscire con una capsule collection in edizione limitata che si ispira a uno dei suoi primi successi, la Print Series, ma strizza l'occhio alla costante innovazione di design, materiali e strategia comunicativa. Ne abbiamo parlato appunto con Anton, con cui abbiamo ripercorso la storia del brand e provato a capire insieme come si svilupperà in futuro.

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Torniamo al 2009, com’era quando hai lanciato Komono?
C’era sicuramente tantissima passione per il prodotto. Prima ero un distributore e importavo ed esportavo prodotti per il mercato del Benelux, poi con il tempo sono stato invitato dai brand come consulente riguardo i prodotti e le strategie. Il che mi faceva molto strano, visto che ero solamente un rivenditore, però è anche ciò che mi ha dato la sicurezza per poterlo idealmente fare anche per un mio brand. È un processo intuitivo, e può essere declinato per qualsiasi cosa. C’è stato anche il fatto che stava nascendo un mercato di lusso accessibile, e io diciamo che ho cavalcato l’onda di ciò che stava accadendo nel vestiario, trasportandolo però sui accessori come orologi e occhiali. È stato un pò un salto nel buio, non mi aspettavo che si arrivasse a tanto. Piano piano abbiamo costruito tutto questo.

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Qual è stata la cosa più difficile nel lanciare il tuo brand?
La cosa più complicata è stata trovare le manifatture. Avevamo l’idea ma non sapevamo dove e come si potesse creare tecnicamente. Abbiamo preso un aereo per la Cina e a forza di incontri e fortuna abbiamo trovato i nostri fornitori. Avevo tutto: il prodotto ideale, il concept, un network di distributori, mancava solo quello.

La mission era chiara sin dall’inizio?
Sì, tagliare il prezzo di occhiali e orologi. Rendere il lusso accessibile. L’essenza di Komono è questa: spingere i limiti e fare le cose diversamente. Portare qualcosa di nuovo al mondo.

Perchè hai deciso di fare accessori, nello specifico orologi e occhiali?
Ho visto che queste categorie di prodotti non erano ancora resi accessibili nel mondo del lusso. Ed è un prodotto che amo anche personalmente, era una decisione ovvia per me. Non è solo business o passione, è un misto di entrambi.

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Come si è evoluto il brand negli anni?
Visto che non esisteva un prodotto del genere a questi prezzi, diciamo che ha fatto il botto abbastanza presto. Ero molto impegnato nei riordini, nel restock, ma poi impari che questo non basta questo. Devi innovarti ogni sei mesi. C’è un’evoluzione costante nel mio prodotto, è un mettersi in discussione ogni volta, facendosi venire sempre nuove idee. È la forza che porta avanti il nostro brand.

Qual è stata la collaborazione più interessante per Komono, secondo te?
Direi la prima, con i lavori di Jean-Michel Basquiat. Avevamo lavorato su i suoi dipinti per le stampe e ogni prodotto era diverso dall’altro. Siamo stati esibiti anche in delle mostre con quella collezione, era il 2014 o giù di lì. E sicuramente anche l’ultima collaborazione che abbiamo fatto, quella con l’Accademia di Anversa. Sono potentissimi nell’innovazione, nel rompere i limiti. In Belgio è importante l’essenzialità del design e la purezza dell’estetica, di come viene perfezionata. Non servono loghi chiassosi.

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E nel tuo brand vengono perfezionate queste qualità?
Assolutamente. Sopratutto negli orologi c’è questa tendenza, vedendo un orologio, a pensare solo al prezzo che rappresenta. Noi non partecipiamo a questo gioco, anzi, abbiamo a mente solo la qualità del design, non un oggetto che serva solo per farsi notare.

Raccontaci del flagship store qua di Anversa.
Il brand ha continuato a crescere da quanto l’abbiamo fondato. Non esiste un momento nella storia di Komono in cui si possa capire tutto il heritage del brand, perché siamo storyteller e ci sono narrazioni molto più grandi in gioco. Ma i retailer chiaramente comprano solo una piccola parte del brand, non esiste un negozio che possa raccontarti l’estetica Komono nella sua complessità e profondità. Ecco perché avevamo bisogno di uno spazio che mostrasse ed esprimesse la nostra, o meglio, le nostre storie nella loro totalità. Ora vorremmo portarlo in altre città, perché sono città dove c’è una bella energia, positività.

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Non si vendono solo storie dunque, ma anche esperienze. Assolutamente. È più difficile, chiaramente, però è anche ciò che crea il DNA del brand. E se viene riconosciuto e capito, non esiste copia che tenga all’originale. Non puoi copiare la storia che c’è dietro, e io so che i compratori lo sanno.

Dove vedi Komono e te stesso in dieci anni?
Amo quello che faccio quindi spero di continuare a fare quello che faccio. Spero che continueremo a crea

re contenuti che riempiano degli spazi vuoti, progettare nuove storie, nuove idee e portare il prodotto ancora più vicino alle persone. Mantenere una cronologia del brand, creare nuove categorie di prodotti, senza porsi limiti. Ora per esempio abbiamo una collaborazione in corso con un brand di snowboard. Se si inseguono solo i soldi e le vendite si perde il DNA del brand, ed è una questione di identità. Io seguo un’estetica, una cultura, un feeling.

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La capsule collection di KOMONO per il decimo anniversario del brand è disponibile online sull'e-shop di Slam Jam.

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Crediti

Fotografia di Giorgia Imbrenda
Intervista di Amanda Margiaria

Qui vi raccontiamo di quella volta che con Komono siamo stati al Dour Music Festival:

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