è possibile girare un film senza budget e in sole 48 ore?

Ogni anno il collettivo "Le Bestevem organizza il 48 Hour Project, una sfida contro il tempo che inizia a Roma e può finire a Cannes.

di Benedetta Pini
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25 novembre 2019, 11:10am

Fotografia di Mario Rubino

Una città, 48 ore, un personaggio, un oggetto di scena, una frase, un genere, migliaia di volontari. Questo è quello che è successo a Roma - e in tante altre città del mondo - negli scorsi mesi e si chiama 48 Hour Film Project: un concorso che prevede la creazione di un cortometraggio di massimo 7 minuti in sole 48 ore. Sembra impossibile, eppure ogni anno centinaia di giovani filmmaker accolgono la sfida. Organizzato dal collettivo femminile “ Le Bestevem” (Eva Basteiro-Bertolì, Ester Stigliano e Tania Innamorati), il progetto è proprio ciò di cui il cinema italiano ha bisogno: spunti creativi, stimoli e occasione di networking. Perché non solo si incontrano centinaia di ragazzi, non solo i partecipanti possono interagire con una giuria di addetti ai lavori noti nel settore - tra cui premi Oscar -, ma anche perché il vincitore di ogni città vola dritto al Filmpalooza per gareggiare con gli altri per il premio finale e un posto allo Short Film Corner di Cannes.

Attive dal 2015 nel panorama cinematografico internazionale, Le Bestevem sono una realtà da tenere d'occhio se vi occupate di cinema, perché sanno benissimo quello che stanno facendo e soprattutto come muoversi per colmare le voragini di un sistema che arranca ma ha tutte le carte in regola per rinascere. Così abbiamo incontrato la fondatrice Eva Basteiro-Bertolí, per farci spiegare com'è nato il progetto, com'è andata quest'anno la XIII edizione del 48 Hour Project e cosa pensa dello stato attuale del cinema italiano.

Le Bestevem
Le Bestevem

Ciao! Ti va di raccontarci un po’ cos’è Le Bèstevem, quando è nato, com’è strutturato e quali sono i vostri obiettivi?
Il progetto è nato quasi per gioco durante una cena a casa mia. Volevamo creare un gruppo di lavoro tutto al femminile. Il nome è un acronimo dei nomi dei membri di allora, anche se ora siamo rimaste in tre, e ci piaceva anche come suonava in inglese, “the best of them”. Lavoravamo già tutte nel campo artistico, ma sentivamo l'esigenza di fare qualcosa insieme, e così nel 2015 è nato il nostro primo cortometraggio: Eve al desnudo, dal titolo originale in spagnolo di Eva contro Eva di Joseph L. Mankiewicz.

Era un corto interamente girato da donne, tranne un cameo di Tinto Brass, e in soli tre giorni, praticamente senza dormire mai; è stata una vera e propria sfida, perché nessuno pensava fosse possibile trovare elettricisti donna o fonici donna, e invece ce ne sono molte di più di quanto si pensi. È stato faticoso ma ci siamo divertite davvero molto. Il film è poi stato selezionato allo Short Film corner di Cannes.

Le Bestevem - Eva

Come siete entrate in contatto con 48 Hour Film Project?
Proprio mentre giravamo il nostro primo corto, hanno proposto a Tania Innamorati, una delle fondatrici, di prendere in mano il progetto, che esisteva in Italia già da 4 o 5 anni, ma era molto più piccolo. Da quel momento è iniziata la nostra avventura, e siamo cresciute tantissimo: è iniziato al cinema Aquila al Pigneto ed è poi passato all’Ex Caserma Guido Reni.

Ci occupiamo dell'intera gestione del progetto, tra produzione, amministrazione, comunicazione, ricerca sponsor, relazioni esterne, ufficio stampa, PR, selezione della giuria e visual identity, e siamo in effetti quasi tutte donne.

Oltre a questo progetto specifico, di che cos'altro si occupano Le Bestevem?
Finora i corti che abbiamo prodotto sono stati tutti scritti da Tania Innamorati, quindi sono progetti interni, come anche la produzione musicale, che è quella dei miei lavori. Al momento ci stiamo aprendo a progetti esterni, selezionando quelli che legati a tematiche che ci interessano (riflessioni sul clima, sulla politica attuale, e sulla femminilità).

Screenshot dal film
Screenshot dal film "Gnothi Seauton"

Il mondo del cinema è profondamente maschilista ed è bloccato da una serie di meccanismi che fanno lavorare sempre le stesse persone con la tendenza a escludere le donne da certi ruoli e relegarle sempre nei soliti stereotipi. Hai vissuto in prima persona queste dinamiche?
Il punto è far sì che le donne non vengano escluse o incluse in certi ruoli a priori, solo in quanto donne, invece che in base alle loro capacità. Ed è quello che abbiamo fatto con Eve al desnudo. Lavoriamo indistintamente con uomini e donne, ma ci piace l’idea di supportare altre donne semplicemente perché di solito vengono penalizzate.

Dopo anni in cui siamo state vittima di preconcetti (ad esempio lo stereotipo secondo cui non possano svolgere ruoli prettamente tecnici perché necessiterebbero di una mente razionale "da uomo") vogliamo dare alle altre donne tutto lo spazio che meritano, sulla base delle loro capacità e del loro talento. La meritocrazia è la partenza di tutto.

A questo proposito, cosa pensi delle “quote rosa”?
Già il termine mi fa venire l’orticaria. Da una parte è necessario che esistano, ma d’altra parte rischiano di ritorcersi contro alla causa, costringendo a sopravvalutare dei lavori che non meriterebbero certi riconoscimenti perché sviluppati da donne.

Secondo me il problema è proprio a monte, all’accesso ai festival, ai bandi, ai fondi, alle produzioni: tutto il sistema cinematografico è inquinato da pregiudizi e preconcetti che penalizzano fortemente le donne e che le quote rosa, teoricamente, dovrebbero contribuire a smontare. Ma bisognerebbe intervenire in modo massiccio alla base dell'intero sistema.

Screenshot dal film
Screenshot dal film "Eterna"

Passando al 48 Hour Project, che quest’anno si è svolto a Roma il 18, 19 e 20 ottobre, hai notato una tendenza a insistere su determinati temi, estetiche o tecniche?
Quest’anno ha raggiunto l’apice una tendenza che avevamo notato già da qualche tempo: a livello estetico, soprattutto nella fotografia, la ricerca di un'estetica molto da videoclip. I concorrenti più giovani sono ossessionati dalla tecnica, credo perché oggi col digitale è tutto molto più semplice, ma il problema è che a volte viene a mancare la storia. Ho notato anche una tendenza a creare scenari di fantascienza tendenzialmente distopici, un po’ alla Black Mirror, che sfociano spesso in omicidi o stragi.

Il cortometraggio sta finalmente emergendo. Secondo me si tratta di un formato l’ideale per una fruizione nella società di oggi, in cui siamo tutti distratti e presi da mille cose. Cosa pensi a riguardo?
Sono d’accordo, il linguaggio del corto è in ascesa, è il suo momento. L’attenzione media nello spettatore si è ridotta tantissimo, oggi siamo abituati a ricevere costantemente input, che cambiano con un ritmo velocissimo; non c’è più il gusto dell’attesa, della pazienza.

Il cortometraggio risponde all'esigenza di una narrazione più frammentata. È complicatissimo da realizzare, ma se è fatto bene è davvero una figata: mette alla prova a livello sia tecnico che di scrittura, perché riuscire a raccontare in pochi minuti una storia che arrivi non è scontato.

Screenshot dal film
Screenshot dal film "Baila con tu amigo"

In Italia, però, i cortometraggi non vengono distribuiti e sono quasi impossibili da vedere al di fuori dei festival o delle rassegne di nicchia. Invece sarebbe importante intervenire in qualche modo per permettergli di raggiungere il grande pubblico...
Sono cresciuta in Spagna e ricordo che quando ero piccola proiettavano al cinema uno o due cortometraggi prima del film. È una strategia che abbiamo realizzato l’anno scorso: un concorso in cui il vincitore veniva fatto passare nei cinema del circuito Rai. Penso che ci dovrebbe essere un investimento da parte dei produttori e dei distributori per dare più visibilità ai corti, anche perché funzionerebbe tantissimo.

Dal mio punto di vista, il ruolo degli addetti ai lavori del panorama culturale non è quello di dare al pubblico quello che vuole, assecondandolo, ma fare invece critica ed educazione culturale: se al pubblico si danno cose di qualità, le saprà apprezzare e ne chiederà altre.

Tra tutti i progetti proposti quest'anno, qual è stato il tuo preferito?
Direi il corto che ha vinto, Nel mare ci sono gli squali degli Anfausti. L’ho apprezzato perché è l’esempio di come andrebbe fatto un corto: la tecnica è importante ma non è il fulcro di tutto il corto e, soprattutto, è un corto con un cuore, che ti emoziona e ti arriva, nonostante duri solo 7 minuti. E infatti la giuria è stata unanime nel premiarlo.

Shine Bright
Screenshot dal film "Shine Bright"

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini per gentile concessione dell'ufficio stampa Le Bestevem

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