Fotografia di Pat Casten

Storie di mamme migranti e delle loro figlie di prima generazione

Sono storie fatte di coraggi, fiducia e complessità. In occasione della festa della mamma, lasciamo che siano direttamente loro a raccontarvele.

di i-D Staff
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09 maggio 2021, 9:51am

Fotografia di Pat Casten

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK. Oggi, in occasione della festa della mamma, abbiamo deciso di riproporvelo.


Ci sono certi legami che sfidano confini, pericoli e situazioni al limite, dando forma ad una relazione basata sulla fiducia, il rispetto, la stima e la certezza. La certezza che, comunque andrà, quella determinata persona rimarrà sempre parte della tua vita, in un modo o nell’altro. Certe volte, questo è il tipo di legame che si instaura tra una madre e una figlia.

In occasione della festa della mamma, abbiamo rispolverato uno degli affondi più commoventi su questo tema realizzati da i-D: la fiducia che lega una figlia a una madre che ha dovuto abbandonare il proprio paese per offrire alla propria famiglia una vita migliore. Di queste esperienze ce ne hanno parlato quattordici donne—sette mamme e sette figlie. Con il cuore in mano, queste donne straordinarie ci hanno raccontato del motivo che le ha spinte a emigrare, del rapporto di solidarietà e rispetto reciproco che si è instaurato tra due generazioni e di ciò che più amano l’una dell’altra.

Queste interviste non solo sono un’occasione per omaggiare l’importanza di questo tipo di affetto, ma anche una celebrazione della lotta di queste donne per costruirsi il proprio spazio nel mondo.

Raquelle Saba, influencer, e Jess Saba, filantropa

Jessica, quando hai cambiato paese e perché?
Mi sono spostata a Melbourne nel 1988. Sono scappata dagli orrori della Guerra Civile in Libano e sono venuta in questo paese così da poter crescere la mia famiglia in un ambiente sicuro, dove potessimo prosperare e vivere senza la paura di essere uccise in qualsiasi momento.

Quali sacrifici hai dovuto compiere per poter crescere Raquelle in Australia?
Ho dovuto lasciare la mia famiglia, i miei amici e tutto quello che avevo costruito in Libano. Essere fisicamente lontana dai miei genitori è stato molto difficile per me. Ero troppo giovane per poter affrontare molte delle esperienze dolorose della vita. Sono cresciuta velocemente e sfortunatamente ho perso entrambi i genitori poco dopo essermi trasferita a Melbourne. Essere lontana da loro in quel momento e aver perso gli ultimi anni insieme è una consapevolezza da cui penso non mi riprenderò mai.

Com’è stato avere vent’anni nel Libano del tempo, e com’è avere vent’anni oggi a Melbourne?
Jess: All’età di Raquelle mi sono trasferita dall’altra parte del mondo. Ero sposata e ho cresciuto la mia primogenita quando stavo ancora studiando. Durante la mia adolescenza ho vissuto molte limitazioni, in quanto donna che viveva in Medio Oriente. Mi sarebbe piaciuto avere Internet e i social—mi avrebbero connessa di più al resto del mondo.

Raquelle: Non ho alcun limite, e sentire le esperienze che mia madre ha vissuto mentre cresceva mi fa davvero apprezzare tutte le opportunità che mi sono offerte.

Come descriveresti la vostra relazione, Raquelle?
Trasparente, onesta, di un supporto inimmaginabile. Condividiamo quel tipo di affetto di cui si legge nelle storie d’amore. Non sarò mai davvero capace di spiegare la nostra relazione—non esistono le parole giuste.

Bridgette Le, musicista, e Loan Tran, sarta

Bridgette Le e Loan Tran davanti a una parete rosa, foto di Pat Casten

Loan, quando hai cambiato paese e perché?
Ci siamo spostate a Melbourne nel 1991. Siamo fuggiti dal Vietnam con una barca durante il regime comunista, abbiamo fatto richiesta di status da rifugiati a Hong Kong e dopo tre anni abbiamo ottenuto il permesso di andare in Australia grazie all’aiuto di mio fratello. Abbiamo lasciato il paese in cerca di libertà. Lasciare il Vietnam per me era una questione di vita o di morte. Lì ho lasciato 29 anni della mia vita, oltre a tutta la mia famiglia. Ho venduto tutto quello che avevo per permettermi un posto su quella piccolissima barca e solcare il mare per 40 giorni.

Com’è stato avere vent’anni nel Vietnam del tempo, e com’è avere vent’anni oggi a Melbourne?
Loan: Trovare lavoro in Vietnam era difficile. Non ricevevamo alcun tipo di supporto governativo. Le nostre opzioni erano limitate e ristrette, e il governo mi metteva una paura indicibile.

Bridgette: I vent’anni di mia madre sono stati completamente diversi rispetto ai miei. Non vivo con la paura costante e sono libera di dire quello che voglio e vivere come più mi piace. Non metto in dubbio di poter sostenermi con una carriera da musicista o di poter scegliere una carriera creativa. Mi spaventa pensare che mia madre alla mia età si svegliava senza avere la sicurezza di poter avere anche i beni di prima necessità—questo pensiero mi spinge a mettere le cose in prospettiva.

Qual è la cosa che ami di più di tua madre, Bridgette?
Il suo umorismo. È sagace e schietta nel condividere le proprie opinioni. Mi ha decisamente passato queste caratteristiche, e mi ha sempre incoraggiata a lottare per le mie idee e a non accettare alcun tipo di ingiustizia.

Veronique Robi, retail manager, e Yvonne Qumi, fotografa

Veronique Robi e Yvonne Qui sul set, foto di Pat Casten

Yvonne, quando hai cambiato paese e perché?
Nel 1978 ho lasciato le Fiji per incontrare una persona a Melbourne. C’erano così tante opportunità di lavoro saltuario quindi ho deciso di restare lì e mettere da parte i soldi per girare l’Australia.

Quali sono le libertà di Veronique che a te non sono mai state concesse?
Studiare qualsiasi ambito professionale che le piaccia ed essere supportata economicamente per farlo.

Qual è la cosa che ami di più di tua mamma, Veronique?
La sua forza. Mi ha insegnato l’importanza di essere indipendente e non affidarmi a nessuno, soprattutto all’interno di una relazione. Lei è così altruista e ha fatto moltissimi sacrifici per me e le mie due sorelle.

Per cosa vorresti ringraziarla?
Il supporto che mi ha dato durante i miei studi, e l’avermi fatta diventare una donna forte, paziente e gentile.

Nina Saulwick, cameriera, e Gitesha Brendel, guaritrice spirituale

Nina Saulwick e Gitesha Brendel sedute su un divano, foto di Pat Casten

Gitesha, quando hai cambiato paese e perché?
Nel 1985, a metà dei miei vent’anni, mi sono spostata a Melbourne con un visto di residenza, perché in India avevo incontrato un uomo bellissimo di qui [ride]. Eravamo innamorati, ed ero felice all’idea di vivere in Australia. Dopo sette anni ho avuto la mia primogenita, Fushia, e dopo altri quattro anni ho partorito Nina.

Quali sacrifici hai dovuto compiere per poter crescere Nina in Australia?
Ho dovuto lasciare alle spalle il mio paese d’origine e tutte le persone che conoscevo, compresa la mia famiglia. I primi due anni di vita qui sono stati spesso davvero dolorosi, mi mancava tutto quello che mi era stato familiare fino a quel momento e mi sentivo un po’ un’estranea.

Com’è stato avere vent’anni nella Germania del tempo, e com’è avere vent’anni oggi a Melbourne?
Gitesha: Grazie a Dio, Nina non ha sulle spalle il peso dell’oscuro passato tedesco legato al Terzo Reich, la depressione economica a seguito della guerra, o la minaccia della Guerra Fredda che oscuravano l’Europa intera quando sono cresciuta io.

Nina: Mi sento estremamente privilegiata a essere cresciuta a Melbourne all’interno dei circoli inclusivi di cui faccio parte, tra giovani creativi da cui prendo ispirazione e che sono progressisti sia a livello sociale che politico. Penso che questo tipo di ambiente sia già una rarità al giorno d’oggi, per non parlare rispetto all’epoca in cui è cresciuta mia madre.

Per cosa vorresti ringraziare tua mamma, Nina?
La sua generosità, quanto tempo mi ha dedicato e l’autenticità con cui sa darmi sempre consiglio. Grazie per essere in grado di dare forma ai miei sentimenti meglio di quanto io stessa sappia fare. Grazie per essere la mia ancora di salvezza, la persona che nei momenti di crisi chiamo sempre per prima.

Solange Ting, junior designer, e Beatrice Dulong-Ting

Solange Ting e sua madre Beatrice Dulong-Ting in un giardino, foto di Pat Casten

Beatrice, quando hai cambiato paese e perché?
Sono nata a Laos e mi sono spostata in Francia all’inizio degli anni ‘70, durante la Guerra del Vietnam. Sono cresciuta nel sud della Francia e poi mi sono spostata in Australia nel 1995.

Quali sono le cose che Solange può fare che a te sono state precluse?
Tutto, a causa del background culturale e sociale. Io e mia sorella siamo cresciute in una famiglia asiatica molto severa, e i nostri genitori ci hanno sempre iper-protette e non abbiamo avuto le stesse libertà che hanno avuto i miei fratelli.

Com’è avere vent’anni oggi a Melbourne?
Solange: Ho la netta sensazione di avere molta più libertà di fare quello che voglio rispetto a quella che ha avuto mia madre. Culturalmente, possiamo assistere velocemente a quello che succede nel mondo grazie a internet e connetterci con tante altre persone attraverso i social media. Queste cose fanno un’enorme differenza, che è collegata alle opportunità creative che abbiamo.

Per cosa vorresti ringraziare tua mamma, Solange?
Per essere fonte di supporto e ispirazione nel mio lavoro, e, anche più importante, nella mia vita. Non credo di dirle abbastanza spesso quanto apprezzi la sua pazienza e il suo amore quando sono eccessivamente emotiva o stressata, che è comunque quello che mi succede per la maggior parte del tempo. Merci Mama, je t'aime.

Dijok Mai, visual merchandiser, e Nyawarga Mai, casalinga

Djok Mai e sua madre Nyawarge Mai a bordo piscina, foto di Pat Casten

Nyawarga, quando hai cambiato paese e perché?
Sono arrivata a Melbourne con i miei tre figli, la mia figliastra e mio genero nel 2003. Volevo che i miei figli avessero una vita migliore e che potessero ricevere un’educazione adeguata. In Kenya era difficile per me fornir loro beni di necessità come cibo, assistenza sanitaria e vestiti, quindi l’opzione migliore era spostarmi in Australia.

Com’è stato avere vent’anni nel Kenya del tempo, e com’è avere vent’anni oggi a Melbourne?
Nyawarga: Mi sono sposata a 16 anni, ho avuto il primo figlio a 19, quindi puoi già intendere come i miei vent’anni siano stati diversi rispetto a quelli di Dijok. Sono dovuta crescere in fretta, perché non solo dovevo prendermi cura dei miei figli e di una casa, ma ero anche responsabile della cura dei miei fratelli e delle mie cognate.

Dijok: Da quello che racconta, mi sembra che mia madre sia stata sottomessa dal suo matrimonio sin da tenera età, essendo costretta e iniziata fin da subito alla cura della famiglia. Ora sento di avere più libertà, più scelte, e non sento limiti rispetto a quello che mi è concesso fare della mia vita. Non ho barriere culturali e le stesse responsabilità che pesavano su mia madre.

Qual è la cosa che ami di più di tua mamma, Dijok?
Amo che abbia sacrificato tutto per poterci offrire una vita migliore. Mia madre ne ha passate tante nella sua vita. So che sarebbe stata più facile se fosse rimasta con suo marito, e vedere come sia riuscita a rimanere una donna forte nonostante tutte le difficoltà per me è una grande fonte di ispirazione. La ammiro e la amo per questo.

Claudia Lau, ceramicista, e Vanessa Lau, restauratrice

Claudia Lau e Vanessa Lau in casa sdraiate su un divano giallo, foto di Pat Casten

Vanessa, quando hai cambiato paese e perché?
Sono emigrata a Melbourne da Hong Kong nel 1978, quando avevo 21 anni. Non avevo molta scelta se non quella di trasferirmi—mio padre è morto quando avevo 12 anni e non avevamo una bella vita a Hong Kong. Mia madre voleva che ci spostassimo in Australia in modo tale da poter puntare a uno stile di vita diverso e avere accesso ad esperienze e realtà che prima erano inaccessibili.

Quali sono le cose che Claudia può fare che a te sono state precluse?
La mia famiglia era povera ed era mio compito sostenerla, quindi non ho avuto una vera infanzia. A tredici anni, lavoravo come sarta, aiutavo mia madre a sostenere la famiglia e a prendersi cura dei miei fratelli più piccoli. Ho frequentato solamente le elementari. Claudia è stata molto più fortunata di me in questo. Ho potuto mandarla a una scuola privata, e ha avuto molta più libertà di scelta.

Qual è la cosa che ami di più di tua mamma, Claudia?
Per me, il concetto di amore è molto interessante da un punto di vista culturale. Mi sono resa conto che le famiglie Cinesi esprimono il proprio affetto in modo molto diverso rispetto a quello occidentale. Quando ero piccola, non mi è mai stato detto verbalmente “ti voglio bene,” ma invece che attraverso le parole, i miei genitori mi hanno dimostrato un amore incondizionato semplicemente attraverso i gesti. Crescere senza queste conferme verbali alle volte è stato difficile, ma con il tempo mi sono resa conto che i miei genitori mi hanno dato tutto senza aspettarsi niente in cambio. E per questo amore incondizionato, sarò sempre grata.

Per cosa vorresti ringraziare tua mamma, Claudia?
La ammiro molto. Il fatto che sia venuta in Australia alla mia età per costruire quello che ha adesso, è una fonte d’ispirazione inesauribile. Senza quel coraggio, la mia vita non sarebbe così piena come lo è ora. In breve, ringrazio mia madre per il suo intuito, la sua disciplina e la sua gentilezza. Sei al contempo un’idealista e una realista, e questo penso che in parte spieghi la mia follia!

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Crediti

Testo di Alexandra Manatakis
Fotografie di Pat Casten

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