i documentari più belli del 2015

Ecco i migliori documentari dell'anno che ci hanno lasciato grandi interrogativi su verità imperscrutabili con cui fare i conti.

di Michael-Oliver Harding
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21 dicembre 2015, 10:35am

Uno straziante ritratto di gruppi ai confini tra Stati Uniti e Messico (Cartel Land), un'analisi del movimento di Scientology che addesca celebrità (Going Clear) e 80 minuti di un'icona della moda ultra-novantenne che non mostra segni di cedimento (Iris): guardiamo insieme indietro a quello che è stato un anno d'oro per la narrazione documentaristica. Il comune denominatore dei lavori presentati sembra essere stato il desiderio dei registi di mettere in luce le dicotomie tra bene/male, sinistra/destra, ricco/povero e reale/artificiale. Per questo motivo si può citare il famosissimo regista tedesco Werner Herzog che una volta ha affermato che i documentari sono dei film mascherati, perché "creano una forma di verità più profonda, che non ha relazione con i fatti reali."

I migliori traguardi a cui sono arrivati i docu-film di quest'anno sono proprio questi: esplorare i trionfi e le tragedie personali di Kurt Cobain, Amy Winehouse, i fratelli Angulo, Laurie Anderson, Adi Rukun e una visione degli emarginati di Harlem, lasciandoci con domande complesse, scomode teorie e verità con cui fare i conti. Che siano fratelli che si uniscono per superare il loro confine fisico, musicisti i cui testi commoventi continuano a vivere e ispirano i posteri, o un giovane regista che guarda con occhio offuscato gli emarginati sociali con la sacra luce della sua cinepresa in un potente invito a ricordare che #TheirLivesMatter, tutti questi documentari si scontrano con le domande senza risposta sull'esistenza umana. Con le parole dell'artista Khalik Allah, il 2015 ha visto come questi registi sono riusciti a dare il primato alla cinepresa, cosa che era richiesta da molto tempo. Ci consideriamo grati e fortunati.

1. Field Niggas
Il film più importante sugli emarginati della società da quando Marc Singer in Dark Days, ha portato alla luce una comunità ecosostenibile che abitava nelle gallerie, Field Niggas è il documentario di debutto del bravissimo fotografo e registra trentenne Khalik Allah. Dopo gite adolescenziali ad Harlem (evitando l'angolo della 125esima strada e Lexington Avenue), un Allah ora cresciuto ritorna in quell'ambiente con una cinepresa, volendo oltrepassare i pregiudizi iniziali e catturare gli alti e bassi degli incontri tra i residenti più poveri, che paragona a moderni "schiavi dei campi" (qualcosa che Malcom X aveva predetto per primo nel discorso del 1963). Persone scappate di casa, drogati, barboni e anche poliziotti locali sono immortalati grazie a uno stile super-saturato e quasi spirituale di Allah, mentre il regista autodidatta rallenta le riprese delle bellissime visuali e le inframezza a spezzoni conversazioni commoventi, di circostanza o che creano disturbo come colonna sonora. Il risultato è diverso da tutto ciò che avete visto finora: inquietante, impressionante, profondo e illuminante. Allah usa la sua cinepresa come un meccanismo di cura Herzogiano, mettendo se stesso nel processo e avendo a che fare con una vasta gamma di scambi metafisici, che danno speranza e calore a coloro che incontra sulla sua strada. Quando Allah sospende il flusso ipnotico del film e inserisce un video della polizia sull'omicidio di Eric Garner, la nostra indignazione nei confronti di queste condizioni - paragonabili soltanto alla schiavitù - è innegabile. Sebbene il regista non abbia alcuna pretesa di conoscere le risposte che vogliamo sapere, con la sua cinepresa benedice un gran numero di #LivesThatMatter, creando dei momenti di pura catarsi cinematografica.

2. The Look of Silence
Accanto a The Act of Killing di Joshua Oppenheimer, The Look of Silence è un'istantanea meno appariscente e ancor più seria (come se fosse possibile) della crudeltà umana. Se il primo film ci ha presentato i capi senza alcuna remora della squadra di morte indonesiana, responsabili del genocidio degli anni '60 nella loro nazione, i fautori ormai invecchiati stanno ripercorrendo le uccisioni secondo lo stile dei loro colpi da gangster preferiti, Look sposta la sua attenzione sulle vittime. In particolare ad Adi Rukun (non è il suo vero nome), un ottico persuasivo, fratello più giovane di Ramli, condannato a morte prima che nascesse. Con il pretesto di fare degli esami agli occhi dei killer, Adi li visita e chiede loro di spiegare come riescono a portare avanti una violenza così insensata. È un progetto coraggioso che cede la parola ad Adi e ad un'intera nazione che è costretta al silenzio - come esemplificato dai molti indonesiani anonimi che hanno lavorato in entrambi i film. Il messaggio di speranza in questo caso sta nel fatto che insinuare paura in qualcuno di solito rappresenta il primo modo di difendersi...

3. Heart of a Dog
Nessuno può scambiare Lolabelle, l'amato rat terrier di Laure Anderson, per un cagnolino qualunque. Questo cane dal multiforme ingegno si è esibito in concerti, ha pitturato e ha creato le sculture che gli sono state richieste dalla sua padrona, lei stessa un'acclamata artista multimediale, una performer e una musicista. Usando la morte del suo cane come punto di partenza per esplorare il suo inconscio, il documentario di Anderson Heart of a Dog è un'avvincente riflessione sperimentale sul lutto - a tratti filosofico, divertente e strappalacrime. Filmato per la maggior parte con il cellulare e inframezzato da spezzoni di voce e frammenti di memorie che ricordano lo stile caratterizzato dal flusso di coscienza di Chris Marker, il saggio di Anderson è appassionato e egocentrico nel migliore dei modi. La registrazione del lutto - sua madre, la già citata Lolabell e il marito dei Velvet Underground, Lou Reed - aprono le porte a riflessioni più profonde sulla vita e sulla perdita. Il bellissimo rimando a Turning Time Around di Reed è uno di quei momenti indelebili del cinema che ti faranno provare emozioni fortissime.

4. The Wolfpack
Alti e ben vestiti, si guadagnano gli sguardi di tutti mentre gironzolano per la First Avenue: è un modo per creare uno stretto legame con questi ragazzi in Ray-Ban, dato che i sette Angulo in questione (sei ragazzi e una ragazza) hanno passato tutta la loro vita confinati in un appartamento di quattro camere nel Lower East Side. Loro padre, peruviano e iper-protettivo (okay, paranoico), aveva paura che i suoi figli fossero "contaminati" dalla Grande Mela. Nemmeno le migliori sceneggiature avrebbero potuto sognare queste problematiche famigliari ancor più strane della finzione, ma Moselle si è insinuata poco a poco nell'affascinante microcosmo degli Angulo. Data la loro difficile situazione che li teneva in ostaggio, i fratelli studiavano a casa, si sono appassionati ai film e sono diventati molto abili e creativi. Esperti di cinema, rimettevano in scena scrupolosamente i loro film preferiti di sempre, di Scorsese, Tarantino e Nolan - ricreando l'armatura di Dark Knight usando tappetini da yoga e pezzi di cartone, per esempio. Anche se c'è un senso di ambiguità che pervade l'intera situazione (ad esempio, perché il padre Oscar all'improvviso ha sciolto il suo nodo d'acciaio e li ha lasciati liberi?), sono gli Angulo che hanno reso questo film vincitore al Sundance un opera assolutamente da vedere. Nonostante la loro età, sono particolari, ultra-coscienziosi, carismatici e molto intelligenti, ed è come se riesaminassero la loro intera vita in 15 minuti.

5 = Kurt Cobain: Montage of Heck & Amy
Dall'essere una giovane promessa della musica alla tragica scomparsa: due ritratti biografici si sono avvicinati come se si trattasse di un collage, per fare la cronaca delle vite di due mitici pilastri artistici. Kurt Cobain: Montage of Heck di Brett Morgen presenta una collezione di impressionanti opere d'infanzia, diari registrati su cassetta e filmati girati in casa dell'icona grunge dall'animo sensibile, la cui dolorosa infanzia ad Aberdeen, Washington, lo ha indotto a diventare un notevole scrittore alternativo, un femminista dichiarato e un portavoce per i disadattati della società.

Amy, il film di Asif Kapadia che ha sbancato al botteghino, ha provato a documentare i fatti evitando le dichiarazioni in prima persona e affidandosi solamente alle interviste audio che sono state fatte durante tutti questo tempi, lasciando il ruolo principale ai bellissimi testi crudi del jazz che pervadono lo schermo tra i frammenti biografici. Che si parli della crocchia di capelli e dell'eyeliner o delle camicie di flanella e dei cardigan, Amy e Kurt erano entrambi dei ribelli che allontanavano la moda e cantavano col cuore, hanno avuto dei problemi con la fama e la dipendenza, nell'occhio dei tabloid (Cobain) o nell'ascesa dei blogger a caccia di celebrities (Winehouse). I ritratti caleidoscopici di Morgen e Kapadia, sensibili e attenti come potrebbero essere dei dottori, prendono spunto dall'eterna mitologia e dal fascino perverso del "27 Club". Si può vedere come le loro storie familiari rendano la loro presenza sullo schermo una vista abbastanza dolorosa, a dire poco.

Crediti


Testo Michael-Oliver Harding

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