gli scatti intimi di stef mitchell ci vogliono far riflettere su cosa significa essere una ragazza

In occasione della sua prima personale abbiamo incontrato la creativa per parlare della carriera di fotografo e di cosa significhi la parole 'ragazza' per lei.

di Emily Manning
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18 luglio 2016, 1:40pm

Due calde estati fa Stef Mitchell ha scattato per la prima volta per i-D alcuni ritratti in bianco e nero di passanti a Brooklyn. Ciò che rendeva le foto di Stef così particolari erano i soggetti originali, l'attenzione per il dettaglio e la sua abilità nel catturare le emozioni di ognuno. Ogni cosa che Stef fa è una garanzia di successo. Negli anni a venire ha continuato a lavorare per i-D, scattando di recente per The New Luxury Issue, e la scorsa settimana ha inaugurato la sua prima personale, Girl, presso Red Hook Labs a New York. La mostra includerà scatti di ragazze e ragazzi e per l'occasione è stata presentata una zine creata in collaborazione con noi.
Abbiamo incontrato Stef durante la mostra per parlare dell'importanza di avere un complice che ti sostenga durante il processo creativo, come è riuscita a sopravvivere con pochissimi soldi facendo la stagista per Annie Leibovitz e del perché vorrebbe che la gente pensasse in modo critico alle ragazze che popolano le loro vite. 

Hai studiato giornalismo in Australia, perché poi sei passata alla fotografia?
In realtà l'ho fatto perché era la cosa che più si avvicinava al fotogiornalismo, che è quello che volevo fare davvero. E questo mi ha portata in America, che è stata l'unica nota positiva dell'aver studiato in quel corso. 

Raccontaci di quel periodo della tua vita: come è stato trasferirti e far decollare la tua carriera?
Sono venuta qui per uno stage per Annie Leibovitz. Non sapevo dove stare e non conoscevo nessuno. Prendevo circa 700 dollari al mese. Partecipavo a degli shooting per Vogue pazzeschi ma vivevo in un hotel di merda a Times Square, era davvero assurdo. Alla fine una delle assistenti aveva un amico con una stanza disponibile, perciò ero salva. Sono durata 6 mesi lì dentro, poi sono dovuta tornare a casa, farmi un visto e ritornare in America dove ora vivo degnamente.

Cosa ti ha fatto venir voglia di andare avanti nell'impresa?
Mi piaceva quell'avventura. Vivendo quella vita frenetica, facendo lavori assurdi come aiutare gli assistant di Annie a pulire lo studio così poi mi offrivano da mangiare, mi rendevo conto che è davvero possibile diventare un fotografo di successo. Osservando Annie pensavo, "Mio Dio." Mi ha ispirata molto.

La tua mostra si concentra tutta su di te, ma è stato bello vedere come sia stata creata in team. Una delle tue collaboratrici è stata George, una producer fantastica nonché tua moglie. Com'è lavorare assieme?
Anche quando facevo la stagista George mi dava consigli su come comportarmi, su cosa indossare etc. Ora quando mi viene offerto qualche lavoro ci ragioniamo assieme e ne parliamo apertamente. Avere una persona così al mio fianco ha un valore enorme.

Parliamo del titolo, perché Girl?
Ho iniziato a ragionarci su facendo una lista di frasi e parole che mi piacevano, e poi l'ho mostrata alle persone che più rispetto: George, Spike [Jonze] e la mia amica Liz Scarf. È stato interessante vedere cosa sceglievano e perché. Credo fosse stato Spike a scegliere Girl. La sua spiegazione è stata probabilmente la più matura: disse che era la definizione più precisa e diretta di ciò che volevo mettere in mostra. Ci ho riflettuto e ho capito che è una parole interessante per me qualsiasi sia il contesto perché non è solo un termine per me. Quando la gente mi vede spesso non capisce se sono un uomo o una donna, complice anche il mio nome. Forse per questo motivo ho una prospettiva diversa rispetto ad altri. Vorrei che questa mostra portasse le persone a riflettere su che cosa significa questa parola per loro e perché. 

C'è qualche tema ricorrente nella mostra?
Di recente ho iniziato a notare quanti riferimenti alla religione ci siano nei miei lavori. Non lo faccio apposta e non sono una persona religiosa, ma sono andata in una scuola cattolica da bambina e le mie insegnanti erano delle suore. Quando avevo 14 anni una si è arrabbiata così tanto con me che mi ha sbattuta fuori dalla classe, mi ha urlato addosso e mi ha detto, "Sei il diavolo reincarnato!" Non è una figata assurda? Sono stata in quella scuola di merda per 6 anni circondata da psicopatici. Perciò credo che in qualche modo le loro cazzate religiose mi siano entrate in testa, semplicemente si manifestano in un modo che non si aspettavano. 

Cosa speri capteranno le persone dalla tua mostra?
Spero che la gente sentirà qualcosa, anche se dovesse sentirsi a disagio. Vorrei si prendessero un momento per riflettere e pensare al perché. Magari ispirerà qualcuno, magari farà incazzare qualcun altro. Non ci sono regole. 

Crediti


Testo Emily Manning
Immagini Stef Mitchell

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