La fanzine come spazio d'espressione libero, etico e indipendente

Si chiama Panopticon, è nata in piena pandemia e vuole riattualizzare il concetto di fanzine senza intaccarne l'essenza originaria.

di Benedetta Pini
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05 febbraio 2021, 11:29am

Pubblicazioni di produzione clandestina al limite della legalità, spesso censurate, che diventano un canale di distribuzione alternativo, se non l’unico, del dissenso politico a cavallo tra gli anni ‘60 e gli ‘80, divulgando un’informazione totalmente libera, indipendente e completamente slegata da qualsiasi forma di istituzione. È in questo contesto che affonda le radici la fanzine come oggetto editoriale d’impulso, come urgenza espressiva e potente mezzo di lotta politica.

Esploso in Unione Sovietica e nei Paesi del Blocco Orientale tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, il fenomeno prende piede in modo spontaneo e irregolare, diventando progressivamente uno strumento effettivo di dissenso e critica sociale, ma anche di stampa indipendente legato all’underground musicale, alla sottocultura hippie, al movimento del Sessantotto e alla scena punk degli anni Settanta, dove la psichedelia si unisce all’etica del DIY, in netto contrasto con i media istituzionali.

Oggi la fanzine ha cambiato forma, è diventata anche patinata, è entrata nel mondo dell’arte e ha smesso in parte di urlare. Ma rimane invariata l’essenza: uno spazio per dare voce a ogni tipo di realtà indipendente e silenziata nel circuito editoriale mainstream e istituzionale. Panopticon, fanzine fondata nel 2020 da Mattia Maisto, fa un passo oltre: è un progetto nomadico e proteiforme in costante trasformazione, capace di captare gli influssi e gli apporti in circolazione nel contesto culturale in cui prende vita e di restituirli in modo onesto e diretto, senza alcun tipo di filtro o mediazione.

E proprio per questo motivo, lasciamo che sia direttamente il suo creatore a parlarvene.

fanzine panopticon accounto

Partiamo dagli inizi: come quando e perché è nato Panopticon? 
È nato a inizio pandemia, durante la primissima settimana di lockdown di febbraio/marzo 2020. In realtà era un progetto che avevo in cantiere già da tempo, e il fatto di essere rimasto a casa in smart working mi ha permesso di avere finalmente il tempo per realizzarlo. Ricordo che avevo appena ascoltato in anteprima la nuova tape release dell’etichetta romana Raw Culture, Radio Busto Arsizio 1945-2020, ed ero rimasto folgorato, così ho deciso di partire col botto, proponendo loro una collaborazione. Dopo qualche mese di gestazione, a giugno 2020 è uscito il numero 000, poi COFICTION19 e a dicembre 2020 il terzo numero, ACCOUNTO.

Che impatto ha avuto il Covid nel tuo processo creativo?
Mi sono reso conto che la mia pratica creativa è l’esito di un processo di distruzione. Solo dopo aver distrutto posso creare. E così è stato: dalla distruzione pandemica ha preso vita Panopticon. Tutto è nato da un’esigenza molto personale.

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Come si sviluppa il processo creativo e produttivo di ogni singolo numero
Ognuno è diverso dagli altri e ha una gestazione completamente autonoma. Escono infatti in edizione limitata, nella forma di multipli d’artista, numerate e autenticate dagli stessi. La prima zine di Panopticon è 000, affidata a Stefano Giuri e Matteo Coluccia, curata da me e accompagnata dalla tape Radio Busto Arsizio 1945-2020 e dal digital download dell’album. È andata sold out in 24 ore!

Il numero 001, COFICTION19, è curato da me insieme a Giovanni Inglese come fosse una sorta di mostra su carta. Il concept è nato durante la prima settimana della quarantena italiana a marzo 2020: abbiamo chiesto a 16 artisti multidisciplinari e multimediali (collage, clubbing, fotografia, architettura, digital art, 3D, videogiochi, persino cruciverba!) di immaginare quella che sarebbe stata la società post lockdown (e, perché no, anche post Covid). Il risultato è che tutto ciò avevamo immaginato come futuro è il presente che stiamo vivendo ora, a distanza di diversi mesi.

Arriviamo poi all’ultimo e terzo numero, ACCOUNTO, uscito a dicembre 2020: è curato da Davide Da Pieve, con opere di Father Balliusque, S()fia Braga, Marco Casella, Filippo Cecconi, Eleonora Luccarini e Sathyan Rizzo. Oltre a questi lavori, è presente una performance AV di Father Balliusque alias Dj Balli (a cui si accede tramite password e sticker NFC che si trova all’interno della fanza). La particolarità del progetto è che tutte queste opere sono state pensate prima della scrittura del testo di Davide, in modo totalmente autonomo, intimo e spontaneo.

panopticon 000 fanzine

Come mai questa scelta di realizzare ogni volta una zine totalmente diversa e imprevedibile?
Questa scelta deriva da una volontà di slegare il progetto da me come persona, voglio che sia uno spazio aperto a tutt* e per tutt*, che io mi limito ad auto finanziare e auto produrre. Per i numeri che non ho curato io, infatti, ho lasciato piena autonomia e fiducia agli artisti e alle artiste senza intervenire in alcun modo—compaio giusto nei ringraziamenti. Se decido di fidarmi di una persona, mi fido poi di tutte le sue scelte, andando al di là dei miei gusti.

Nonostante ogni numero sia autonomo, è intimamente legato agli altri da qualcosa che rende Panopticon un progetto sfaccettato ma coeso.
Panopticon come progetto si fonda su un Manifesto—proprio come quelli futuristi—ancora inedito. Prima di ogni release me lo rileggo, come se fossero i Dieci Comandamenti, per capire cosa è in linea, cosa no, cosa togliere e cosa aggiungere. Questa struttura si regge su una visione ben precisa: affrontare l’attualità, temi al centro del dibattito pubblico, questioni cruciali della realtà che viviamo e una grande attenzione etica alle subculture e all’indipendenza.

A cambiare sono le possibili manifestazioni e le declinazioni di questa struttura. Questa linea generale è più un’idea di appartenenza e di identità da rispettare, la ritrovo più in valori creativi e distributivi che contenutistici.

paponticon COFICTION19 fanzine

Come viene distribuito un progetto come Panopticon? È stato difficile trovare canali per farlo?
L'intento è quello di inserire Panopticon in mercati differenti e inusuali, posizionandolo sia nel mercato editoriale sia in quello discografico (fisico e online), come anche in posti e centri underground impensabili, come eventi o serate—quando si potranno fare di nuovo. Non è stato facile, soprattutto per i primi numeri, in cui era un progetto nuovo e molte realtà non hanno voluto crederci.

Concretamente, avviene su BigCartel o tramite canali indipendenti e alternativi, come librerie (Leporello) e negozi di dischi (Sonic Belligeranza a Bologna, Ultrasuoni e Inferno Store a Roma), spazi dove posso lavorare persone che ne sappiano riconoscere il valore e abbiano una visione affine a quella di Panopticon. Non mi interessa una distribuzione quantitativamente capillare o in posti considerati particolarmente “cool”, per me creare un rapporto umano autentico con chi collaboro viene prima di tutto.

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Che rapporto c’è tra Panopticon e i social media?
Sono piuttosto insofferente alle dinamiche dei social media, ma al contempo ne sono totalmente e necessariamente coinvolto. È importante sviluppare una comunicazione efficace, e faccio del mio meglio. Avendo lavorato come social media manager per Coda Lunga, ho capito l’impatto che esercita il modo in cui un progetto viene comunicato su Instagram. Allo stesso tempo non ritengo che sia fondamentale: è una vetrina non essenziale ma che funziona, che segnala la tua esistenza e che ha senso sfruttare in modo intelligente.

Spero, in futuro, quando tutta questa storia sarà finita, di espandere il progetto nella dimensione reale—sogno in grande: un bookshop!—, abbattendo la barriera che c’è tra social e vita irl.

fanzine panopticon 000

Le zine esistono dagli anni ‘60 e sono sopravvissute fino a oggi, ma cos’è cambiato nella loro forma, nell’essenza e nell’obiettivo? E per quale motivo, secondo te, continuano a suscitare interesse?
Le prime fanzine avevano un’etica e una valenza socio-politica importantissima, rispondevano a un’esigenza di indipendenza e libertà ben precisa; basta pensare alle fanzine degli anni ‘70 e ‘80, come quelle del Leoncavallo a Milano. Era uno strumento di lotta, e all’epoca anche l’unica forma di comunicazione non istituzionale per creare movimenti dissidenti.

Oggi, come nel caso di Panopticon, non è più così, soprattutto in Italia: chiamiamo fanzine semplicemente un prodotto editoriale indipendente e underground, slegato dalle logiche del mercato editoriale, ma che può anche essere raffinato e non necessariamente con un intento politico. Quell’attitudine punk e rivoluzionaria delle prime fanze rimane ad oggi solo in città come Bristol o nell’Est Europa, dove c’è ancora la necessità di lottare per certi valori e diritti, dove l’indipendenza non è per niente scontata come lo è da noi.

Antonio Giancaspro, panopticon fanzine, COFICTION19

Le zine sono un oggetto cartaceo stampato che resiste alla digitalizzazione, o credi che il futuro sia digitale anche per le fanze e il formato reale scomparirà?
Per me non esiste, non posso neanche pensare a un futuro senza fanzine stampate, e Panopticon non può esistere in versione digitale, piuttosto potrebbe essere un formato ibrido, sperimentando con le nuove tecnologie. Toccare la carta con mano è l’ultimo elemento scultoreo che è rimasto della divulgazione culturale. Il mio amore per la fanzine deriva proprio da un feticismo per questo oggetto, per le percezioni sensoriali che attiva toccandolo con mano, sentendone l’odore; e per me vale anche per la musica. L’unica digitalizzazione che comprendo è quella degli archivi, perché altrimenti sarebbero andate perse o comunque non sarebbero accessibili su larga scala.

In quanto tale, la zine è un oggetto che oggi può essere considerato poco sostenibile. Qual è la tua visione a proposito?
Credo sia un discorso di scelte, priorità ed equilibri. Preferirei togliere la plastica da tutto il mondo, piuttosto che privarmi di un qualsiasi prodotto editoriale cartaceo. Attualmente, inoltre, esistono tecniche molto avanzate per produrre libri, riviste e fanzine a impatto ambientale molto basso.

Crediti

Testo di Benedetta Pini

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