La lotta della comunità LGBTQ+ pakistana raccontata da chi la fa: intervista al regista Wajahat Abbas Kazmi

Dopo 5 anni di censura i film di Wajahat Abbas Kazmi e le storie LGBTQ+ che racconta hanno finalmente raggiunto gli schermi internazionali.

di Gloria Venegoni
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10 dicembre 2020, 5:00am

Still dal film Allah Loves Equality di Wajahat Abbas Kazmi

Che sia evasione, intrattenimento, impegno o denuncia, il cinema ha una missione essenziale: raccontare storie, e attraverso quelle portare alla luce nuove prospettive, riflessioni e visioni. Ed è proprio questo l’obiettivo del regista Wajahat Abbas Kazmi: diventare il narratore di storie che facciano da ponte tra Oriente e Occidente, avvicinando realtà lontane centinaia di chilometri che si trovano a dialogare in un unico spazio, lo schermo, dove si palesano le problematicità delle specifiche situazioni e le reciproche divergenze e assonanze.

Nato a Lahore, in Pakistan, e trasferitosi in Italia da bambino, insieme ai genitori, migranti economici, alla fine degli anni Novanta, parla del suo rapporto con il proprio paese d’origine come di una relazione catulliana di amo et odi, non dissimilmente da quella che hanno molte persone expat italiane nei confronti del Bel Paese. Si definisce un “Pakistano incazzato che ama il proprio paese di nascita ma lo tratta come un padre severo tratterebbe il proprio figlio,” problematizzando i suoi limiti e difetti per stimolarlo a crescere ed evolversi. Al contempo, gli ultimi vent’anni vissuti tra Brescia e Bergamo l’hanno reso conscio dei bias occidentali che distorcono la percezione che l’Occidente ha dell’Oriente. Da qui nasce la voglia di mostrare in modo onesto e antiretorico la realtà del Pakistan a una audience italiana e internazionale, smantellando uno ad uno tutti gli stereotipi e le convinzioni distorte.

Co-fondatore de Il Grande Colibrì, progetto nato per dare spazio e voce alle differenze etniche all’interno della comunità LGBTQ+ in Italia, Wajahat si divide tra la sua attività primaria di regista e quella di attivista. Ha iniziato a fare parlare di sé con Allah Loves Equality (2019), il suo film più famoso e presentato al Lovers Film Festival nel 2019 e lo scorso 28 novembre al Divergenti Film Festival, ma prima di quest’opera ha firmato altri lavori altrettanto validi, anche se meno conosciuti, come il lungometraggio The Dusk (2011), il corto The Blue Veins (2013) e il documentario Buon Compleanno Amnesty (2016). In parallelo non ha mai smesso di impegnarsi nella lotta per o diritti LGBTQ+ nel mondo musulmano, ricevendo diversi riconoscimenti, tra cui il premio Giovane Attivista da parte della Coalizione Italiana per la Libertà e i Diritti Civili (CLID) e il titolo di Ambasciatore dei Roma EuroGames 2019.

Alla luce del suo percorso, Allah Loves Equality può essere visto come l’apice di una consapevolezza acquisita col tempo dal regista, da una parte stimolato dalla conoscenza limitata e spesso deformata che ha riscontrato in Italia attorno al tema dell’omosessualità nell’Islam, dall’altra spinto dall’impellenza di dare voce alla comunità LGBTQ+ musulmana. Il documentario raccoglie infatti le testimonianze di esponenti della comunità arcobaleno che vivono tuttora in Pakistan, restituendo un mosaico di voci che raccontano di un paese diviso da incoerenze e ipocrisie serpeggianti—come la differenza di trattamento tra uomini omosessuali e donne omosessuali—, ma più tollerante di quanto l’occidentale medio tenda a immaginare.

Iniziamo da te: com’è il tuo rapporto con il Pakistan oggi?
Non ci torno dal 2017, ma dato che la mia famiglia si trova là sono aggiornato e consapevole di quello che succede e non ho intenzione di romanticizzare il Pakistan come spesso tendono a fare le seconde generazioni, che ci passano soltanto un paio di settimane di vacanza all’anno senza rendersi conto di cosa voglia dire viverci quotidianamente. Amo da morire il Pakistan e sono convinto che abbia delle grandi potenzialità, ma servono gli stimoli giusti per farle emergere.

Come è cominciata la tua carriera da regista?
La passione per il cinema mi è stata trasmessa da mio padre, che avrebbe voluto diventare un produttore ma non ci è mai riuscito. Ho iniziato girando dei cortometraggi tra Pakistan e Italia, nel periodo che va dal 2010 al 2015, ma alla fine non sono mai usciti per via della censura, e il primo che ha visto la luce è stato The Dusk nel 2011. In parallelo, senza mai averlo davvero pianificato, è iniziato il mio percorso da attivista LGBTQ+. All’inizio ho vissuto un momento di forte indecisione sulle tematiche che avrei voluto trattare, non sapevo se volevo davvero affrontare nei miei film la questione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, perché spesso si tratta di argomenti che infastidiscono l’audience, soprattutto nel mondo islamico. Anche nella mia famiglia non se ne parlava assolutamente.

E poi com’è nata la tua collaborazione con Amnesty International?
Ho iniziato a collaborare con Amnesty per una campagna contro la pena di morte in Pakistan, e durante le conferenze sull’argomento, quando saltava fuori che sono un ragazzo musulmano e omosessuale, venivo riempito di domande. Quella è stata la spinta definitiva a indagare il rapporto tra omosessualità e religione islamica: parlare di diritti LGBTQ+ all’interno della comunità musulmana del Pakistan significa colmare una lacuna comune sia al Pakistan che all’Italia. Allah Loves Equality è l’esito di questo percorso: una piattaforma sicura dove si possa parlare di questa tematica, esprimersi e condividere le proprie esperienze, dando voce a moltissime persone della comunità LGBTQ+ musulmana.

Come riesci a portare avanti in parallelo le tue due professioni di regista e attivista?
Non è così difficile come potrebbe sembrare, anzi, sono due dimensioni che si completano a vicenda, permettendomi di capire quale sia il mezzo comunicativo migliore per trasmettere un determinato messaggio o un’idea, perché non tutti si prestano alla trasposizione cinematografica o, viceversa, a campagne e azioni concrete sul campo.

Parlando di Allah Loves Equality, come è nata l’idea?
Durante le campagne e le conferenze sulla comunità LGBTQ+ pakistana che abbiamo organizzato in Italia, molte delle persone che ho incontrato, provenienti da realtà e paesi diversi, rimanevano stupite e incuriosite dalla mia storia di regista pakistano, musulmano e omosessuale. Così, mi sono reso conto che qui il Pakistan è davvero poco conosciuto, a malapena sanno collocarlo sul planisfero. Si è iniziato a parlarne solamente dopo l’11 settembre, in relazione ai dibattiti sull’Afghanistan.

La disinformazione sul Pakistan porta persino a credere che non esistano in assoluto persone omosessuali nel paese e che comunque non potrebbero mai condurre una vita tutto sommato tranquilla. Per quanto il Pakistan sia un paese strano, a metà tra dittatura e democrazia, la religione islamica si declina in modo diverso di paese in paese, e lì c’è comunque una certa tolleranza. Per questo il primo obiettivo di Allah Loves Equality è proprio quello di far conoscere il Pakistan per com’è realmente.

Nel documentario si coglie proprio questa duplicità del Pakistan: se da una parte il codice penale punisce l’omosessualità e la transessualità come atti contro la morale e contro l’ordine naturale, dall’altra la tradizione afferma che le donne transgender portino fortuna…
Questa duplicità nasce dall’intreccio di tradizioni religiose e usanze dell’impero Moghul. Nel Corano, infatti, viene menzionato un terzo sesso, che assicura accettazione e rispetto nei confronti delle persone transgender, per quanto non vivano un’esistenza propriamente serena. Nell’impero Moghul erano persino considerate delle persone privilegiate. Ancora oggi, quindi, fare coming out come donna trans comporta una percezione positiva da parte della società.

Il discorso è completamente diverso, invece, per quanto riguarda le persone gay, che vengono duramente discriminate e, per questo, ci sono molti casi di uomini che negano la propria omosessualità e rifiutano di accettare quella altrui. L’accettazione inizia e finisce con l’atto carnale. Il paradosso è che non si possono consumare rapporti eterosessuali prima del matrimonio, così la maggior parte degli uomini pakistani risulta sostanzialmente bisessuale finché non si sposano e da quel momento in poi iniziano anche a discriminare gli omosessuali. Negli ultimi anni le cose stanno cambiando, ma il Pakistan rimane un paese difficile e pieno di contraddizioni.

Nel film si accenna a una differenza di trattamento tra quello riservato a donne lesbiche e uomini transgender rispetto al modo in cui vengono considerati gli uomini gay e le donne transgender…
Questa differenza è strettamente legata alle discriminazioni di genere esistenti all’interno della società pakistana. Gli uomini transgender non sono riconosciuti né accettati e si vergognano a presentarsi in pubblico; lo stesso per quanto riguarda le donne lesbiche. Se negli ultimi anni gli uomini trans sono riusciti a creare delle piattaforme sicure attraverso cui esprimersi e consolidare i propri diritti, la discriminazione nei confronti delle donne lesbiche è tra le più forti del paese e temo rimarrà invariata ancora per molto. Anche se il Pakistan è stato uno dei primi paesi islamici a eleggere una prima ministra donna, il genere femminile continua infatti a venire percepito come inferiore, come una figura sacrale che può essere solo madre, moglie o sorella. Accettare l’esistenza delle donne lesbiche significherebbe accettare l’idea che la donna abbia delle pulsioni sessuali al di là della procreazione.

Dal documentario emerge una sorta di network di sostegno all'interno della comunità transgender pakistana. Quanto è capillare questa rete, sia all’interno delle grandi città che nelle zone rurali?
Si tratta di un network che esiste da sempre, tanto nelle grandi città quanto nei paesi più piccoli. Tutto si regge su una rete di centinaia di donne trans molto rispettate e quindi protette, che si fanno carico di fungere da “madri” per le novizie, aiutandole nel loro percorso di transizione. È una cosa normale, presente su tutto il territorio.

Correggimi se sbaglio: nel 1800 l’imperialismo britannico ha importato in Pakistan i valori cristiani occidentali, rendendo l’omosessualità illegale in un’epoca in cui l’Oriente era invece ben più aperto. Poi si ha un ulteriore giro di vite negli anni ‘80, con l’inserimento della shari’a nel corpus legale del Pakistan. Qual è il peso della religione nelle discriminazioni nei confronti della comunità LGBTQ+? Potrebbe mai avere una funzione risolutoria?
Per un’apertura della religione ci vorrà ancora molto tempo, è ancora prematuro. Per il momento, l’Islam non si tocca. Oggi l’attivismo LGBTQ+ in Pakistan si impegna piuttosto a fare in modo che la società inizi ad accettare la libertà sessuale e di espressione di ogni singola persona, eliminando le discriminazioni e decostruendo la visione secondo cui l’omosessualità sia una malattia mentale. Che tu sia gay o meno, se sei una persona musulmana, rimani musulmana, non ti serve alcun permesso. L’attivismo in Pakistan non potrà mai essere come quello occidentale, perché i nostri diritti sono diversi e quindi anche le nostre priorità.

Nel tuo privato, come fai coincidere religione e sessualità?
Onestamente, mi sento privilegiato. Credo che il mio talento artistico mi permetta di vedere la religione sotto lati e punti di vista diversi. Per questo non ho mai fatto fatica a conciliare questi due aspetti della mia identità e non è mai stato un problema.

Dal tuo punto di vista, credi che la rappresentazione occidentale della comunità LGBTQ+ orientale sia eccessivamente catastrofica o semplificatrice?
C’è ancora tanto lavoro da fare in Occidente, perché è ignaro di molte realtà. Penso comunque che ogni paese dovrebbero prima impegnarsi a lavorare sui propri limiti, ad approfondire le proprie realtà e a espandere la propria tolleranza, e solo dopo avrà acquisito una consapevolezza tale da potersi guardare intorno. Gli errori ci sono dappertutto e possono essere pericolosi ovunque.

Come attivista, hai notato di recente un cambio di atteggiamento nei confronti della comunità LGBTQ+ in Italia e in Pakistan?
Negli ultimi mesi sono stato letteralmente assorbito da diversi progetti cinematografici, quindi non sto seguendo molto l’evoluzione di queste dinamiche. Credo che la pandemia di Covid-19 abbia stravolto tutti gli equilibri preesistenti e che le priorità siano cambiate: la lotta per i diritti LGBTQ+ non si è arrestata, certo, ma sembra essersi rallentata, dato che stiamo vivendo una profonda crisi comunitaria a livello globale. In questo momento il dibattito pubblico su questo tema specifico si è affievolito, spostando l’attenzione su altre riflessioni legate, come le preoccupazioni per la salute e sbarcare il lunario. Passata la pandemia, riprenderemo a lottare.

Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Immagini: still dal film Allah Loves Equality di Wajahat Abbas Kazmi

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