The Budgie Died Instantly: il reportage fotografico che documenta la vita di emarginati e outsider

Ex carcerati, tossicodipendenti ed emarginati. Nik Roche è riuscito a penetrare in una comunità che vive ai margini della società, per raccontarne la quotidianità con oggettività e dignità.

di Alina Cortese
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30 ottobre 2020, 12:43pm

La vita ai margini della società è spesso cruenta e crudele, ma è una realtà che non deve essere ignorata. Impenetrabili e spesso ostili, le comunità in cui abitano tossicodipendenti, ex-carcerati e persone in gravi difficoltà economiche e sociali sono spazi inaccessibili ed ermetici, ma non per questo privi di una loro normalità, intimità e quotidianità.

Il fotografo inglese Nik Roche, nato nel 1970 a Neath, nel Galles del Sud, è entrato in contatto con questo tipo di realtà fin da giovane, prima attraverso il volontariato, e poi con precise intenzioni documentaristiche e personali. Un incontro fortuito con quello che poi sarebbe diventato il protagonista del suo primo libro, The Budgie Died Instantly, ha offerto al fotografo l’occasione per raccontare il lato più tenero e amorevole di questo tipo di comunità, dando vita a un progetto costellato di immagini di una quotidianità inaspettata, affiancate da testi realizzati prendendo direttamente le parole che risuonano in quelle case e in quelle strade.

Abbiamo chiesto a Nik di parlarci della sua nuova opera e di come questo lavoro abbia influito sulla sua pratica. In fondo, immergersi completamente in una comunità diversa dalla propria non può che portare a mettere in discussione e ribaltare la percezione che si ha di sé stessi.

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Fotografia di Nik Roche

Ciao Nik, The Budgie Died Instantly è la tua prima monografia. Perché hai scelto di iniziare questo progetto?
Fin dall’adolescenza ho avuto molti dubbi e domande, sollevate dalla mia esperienza familiare passata. Appena completato il master in fotografia documentaria presso l'Università del Galles del Sud, ho visto in questo percorso l'opportunità di cercare una risposta a queste mie domande. Ho imparato però che non esistono risposte, solo altre domande. Questo viaggio mi ha così permesso di concentrarmi su ciò che era davvero importante per me: i concetti di famiglia, l’incarcerazione e la dipendenza. Al di là delle mie ragioni personali, ho lasciato che fosse l'esperienza di vita di altre persone a guidare il mio lavoro. Così la storia è diventata qualcosa di molto più grande di quanto avrei potuto immaginare all’inizio.

Hai lavorato a lungo e scattato molte foto, cosa hai imparato su te stesso durante questo processo?
Prendo in prestito la citazione di Duane Michals: "Non sono interessato a come appare qualcosa, sono interessato a cosa ti fa sentire." Non cerco il caos: punto a guardare attraverso il caos. Ho imparato a essere paziente, comprensivo e premuroso, perché creare delle immagini non dovrebbe essere solamente un’esplorazione della superficie, ma un mezzo efficace per arrivare in profondità.

Ho capito che era importante essere pienamente coinvolti e calarsi all'interno delle situazioni, per citare ancora Duane Michals: "Non fotografo ciò che già conosco". Ho imparato che devi guadagnare la fiducia e l’accettazione del prossimo e questo, a sua volta, mi ha aiutato a capire la vita delle persone e di entrarci a un livello più profondo.

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Fotografia di Nik Roche

Sapevi dall'inizio come sarebbe stato il risultato finale o è stato un processo di prove ed errori?
Volevo esplorare tutte le diverse narrazioni che quelle foto potevano suscitare, mentre il lavoro continuava a evolversi e a crescere. Per questo ho lavorato al layout del libro per molto tempo, creando diversi dummy [Ndr. menabò], prove, sequenze, re-editing, ridimensionamenti, per darmi una direzione e trovare una voce precisa all’interno del mio lavoro. La storia era importante, e volevo assicurarmi di averle reso giustizia. Sapevo che il testo avrebbe aggiunto un altro livello al lavoro e l'ho sempre considerato un aspetto importante. La sfida era trovare un modo per fare coesistere tutti gli elementi.

“advice to the young / lock yourself in the bathroom / see how long you can stay there / then you will know if prison is for you”. Questo è il primo testo che compare nel tuo libro, chi è l'autore? Come hai creato un dialogo tra le immagini ed i testi all’interno della pubblicazione?
L'autore della citazione è il protagonista del libro. Nel libro, alcuni testi provengono da lettere e altri sono conversazioni ascoltate. Le parole per me sono sempre state estremamente importanti, e in questo caso permettono di visualizzare le conversazioni che ho avuto con i soggetti, di vedere oltre le immagini. Ho valutato molti aneddoti e dialoghi, e molti non li ho inclusi. Non volevo che il testo guidasse il lavoro, ma sapevo che era essenziale per fornire un contesto e una comprensione dei singoli personaggi. Le parole riescono a rappresentare appieno tutti quei momenti casuali che non sempre sono visivi o fotografabili. Il testo è il suono intorno alle immagini e lo spostamento attraverso l'immagine, consente il movimento all’interno delle immagini.

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Fotografia di Nik Roche

Gli uccelli sono un tema costante nel tuo libro. Il pappagallino, the budgie, con il suo piumaggio colorato è spesso ritratto in un ambiente domestico, mentre la colomba bianca è raffigurata in volo e in movimento. Perché hai scelto di rappresentarli in questo modo?
Gli uccelli sono una metafora della vita di questa comunità, della vita che oscilla tra l'incarcerazione e il ritorno a casa. Quando sono giovani, le colombe sono tenute in gabbia e portate alla fame, finché non associano la gabbia al cibo e al concetto di casa. Solo successivamente, la gabbia viene alzata a un'altezza che gli permetta di orientarsi fuori dai punti di riferimento dell’ambiente in cui hanno vissuto fino a quel momento. Nel mio libro, la loro casa è una torre che si trova in cima alla scuola elementare. Presto saranno lasciate libere, ma torneranno sempre in quel luogo per cercare cibo, anche se fossero trasportate a centinaia di chilometri di distanza.

Le persone nel mio progetto hanno trascorso molti anni da bambini all’interno del sistema di assistenza statale e da adulti in carcere. Ogni volta che vengono rilasciati dalla prigione, anche loro tornano nel luogo che chiamano casa. Molti sono recidivi, e sembra esserci un ciclo continuo di cattura, libertà e ritorno; non così diverso da quello delle colombe. Il pappagallino, invece, vola liberamente all'interno delle mura domestiche, ma quando si trova all'aperto è sempre chiuso in gabbia; anche quella è una vita non estranea ai concetti di casa e prigione. Inoltre, molte persone della comunità hanno la tradizione di possedere animali domestici, e spesso sono volatili.

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Fotografia di Nik Roche

Anche la tossicodipendenza, il crimine e la vita ai confini della società sono elementi chiave di questa serie. Quale pensi sia il ruolo di un fotografo che si avvicina a questi temi al giorno d'oggi?
Questi temi non stanno scomparendo, e il ruolo del fotografo è solo quello di indagarli. È un problema sociale. Spesso le origini di queste problematiche si trovano nei traumi infantili e in quegli errori sistematici che continuano a persistere nella società odierna. Sembra che ci sia un'incapacità di fondo a prevenire questo ciclo continuo di autodifesa, crimine e punizione.

È importante vedere la comunità e il problema come entità separate. Molti di noi camminano sul ciglio di queste problematiche, e chiunque potrebbe rimanere coinvolto in questo ciclo. Penso anche che i problemi di salute mentale non trattati o curati in maniera poco professionale, facilitino il ciclo di criminalità. Per alcuni anni ho lavorato come volontario presso un ente di beneficenza per tossicodipendenti e senzatetto, e ho notato che molte delle persone di cui ho documentato la vita hanno una storia simile. Ho sentito la necessità di parlare di cosa ne è di queste esistenze, quando sono nascoste dietro a porte chiuse. Spero, in qualche modo, che questo lavoro sia capace di mostrare la normalità della vita di queste persone.

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Fotografia di Nik Roche

Come è iniziato il tuo rapporto con i protagonisti degli scatti?
Un giorno un ragazzo mi ha chiesto di aiutare con il suo cane, portandolo dal veterinario. Da quel giorno, abbiamo iniziato a portare a spasso il suo cane insieme, e a parlare della sua vita. Si è scoperto che aveva trascorso una parte significativa della sua esistenza in carcere. Abbiamo sviluppato un'amicizia e mi ha fatto conoscere il suo mondo.

Come sei riuscito a stabilire un rapporto di fiducia con la comunità?
Ho passato molto tempo a conoscere le persone che ne fanno parte e sono sempre stato onesto con loro rispetto al mio lavoro. Volevo lavorare dalla loro prospettiva. Così, inizialmente, ho fatto con loro molte passeggiate, e mano a mano ho ricevuto degli inviti nelle case delle persone. Li ho aiutati ogni volta che ho potuto; un passaggio per ritirare le prescrizioni o per un appuntamento in ospedale, confronti sulla libertà vigilata, supporto per reintrodurli nel mondo lavorativo. È difficile essere assunti dopo aver passato del tempo in una cella.

La fiducia tra me e la comunità doveva essere reciproca. Camminavo sempre su una linea sottile, tanto che, a un certo punto, ho dovuto smettere di scattare per tre mesi, per dissipare i dubbi che si erano creati nei miei confronti. Ero spesso sospettato, a volte minacciato. Nel complesso, però, sono stato trattato come un amico e accolto.

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Fotografia di Nik Roche

Le tue foto mostrano un mondo intimo che a volte sembra crudele e altre volte pieno di amore e affetto. È qualcosa che hai sempre ricercato nel tuo stile fotografico o è semplicemente successo?
Questa è una comunità ristretta. Qui la vita può essere estrema, spesso caotica. Ma ho guardato oltre, per scoprirne i momenti tranquilli. La violenza interna al testo disturba l'immagine più banale, le immagini dove non succede nulla ma non ti fanno sentire totalmente a tuo agio. Questo crea una tensione per cui si inizia a immaginare cosa potrebbe essere appena successo o cosa stia per distruggere questa calma. Solo trascorrendo molto tempo con le persone della comunità sono stato in grado di ottenere questo equilibrio. È molto più facile fotografare le cose che puoi vedere. Meno quelle che non puoi vedere.

Quali sono i tuoi piani futuri? Svilupperai ulteriormente questo progetto o ti concentrerai su qualcos'altro?
Il progetto sta continuando a evolversi ed espandersi, sia attraverso incontri casuali che relazioni già stabili. Nel secondo capitolo, la storia diventa una rappresentazione sempre più intima, man mano che la mia presenza viene accettata dalle persone. Mi sento come se The Budgie Died Instantly fosse l'inizio, ma come in uno di quei film in cui la scena finale viene mostrata nelle prime scene.

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Fotografia di Nik Roche
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Fotografia di Nik Roche
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Fotografia di Nik Roche
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Fotografia di Nik Roche
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Fotografia di Nik Roche
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Crediti

Testo di Alina Cortese
Fotografia di Nik Roche

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