Perché dobbiamo continuare a parlare delle proteste in Polonia

Sì, anche adesso che non sono più sui giornali.

di Benedetta Leardini
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18 dicembre 2020, 11:55am

Fotografia di Giorgia Maurizi

Le proteste sono iniziate in Polonia il 22 ottobre, subito dopo la dichiarazione del Tribunale che terminare una gravidanza in caso di grave malformazione del feto sia una scelta “incompatibile” con la Costituzione polacca. In decine di città, per giorni, le persone sono scese in strada e hanno protestato contro questa risoluzione.

A Varsavia si sono verificati scontri con la polizia, che ha usato spray al peperoncino contro i chi manifestava; vicino e dentro alle chiese sono stati organizzati dei sit-in, a cui la comunità religiosa ha reagito schierandosi sul sagrato per rivolgere le proprie preghiere, all’unisono, contro chi protestava.

A Cracovia è stato organizzato un blocco del traffico in città, seguito da “un’enorme manifestazione che ha paralizzato il centro,” ci racconta Paulina, 29 anni, avvocata. “Erano presenti più di 10mila persone, che nonostante tutto cercavano di non infrangere le norme di distanziamento sociale e indossavano mascherine.”

“Non ho mai visto così tanta gente protestare a Cracovia. Un’enorme manifestazione che è andata avanti diversi giorni,” ci spiega Mario, 31enne delle Asturie (Spagna) che vive a Cracovia da 5 anni. “L’idea era quella di paralizzare il centro della città: gruppi di persone si davano appuntamento agli incroci più importanti e bloccavano il passaggio dei tram e il traffico, altri, in auto, si fermavano in mezzo alla strada facendo rumore. L’impressione era che quasi tutta la città fosse coinvolta.”

Da quelle manifestazioni sono passati ormai due mesi, e anche se non sono più sulle prime pagine dei quotidiani europei, le donne polacche hanno continuato a protestare. Una fitta serie di iniziative sotto la neve avrà luogo fino a Natale in diverse città polacche, anche a sostegno di altre lotte: come quelle dei lavoratori Amazon di Wrocław, che chiedono di ricevere lo stesso trattamento riservato ai dipendenti europei. Al momento, l’ultima grande manifestazione si è tenuta domenica scorsa, quando in migliaia hanno marciato a Varsavia fino ad arrivare davanti alla casa del leader del partito al governo, Jarosław Kaczyński.

Ma al di là di quello che succede nelle piazze, come procede la lotta per i diritti in Polonia? Quali passi avanti sono stati fatti? Per rispondere a queste domande dobbiamo partire dalla legge polacca, offrendo un contesto a quanto seguirà.

sit-in proteste polonia

Cosa dice la legge polacca sull’aborto

In Polonia gli atti del Parlamento possono essere sottoposti al vaglio del Tribunale costituzionale, che stabilisce se alcuni articoli o paragrafi non sono in linea con i principi della Costituzione, la più alta fonte del diritto. “La legge polacca prevedeva per la donna la possibilità di interrompere la gravidanza in tre casi specifici,” commenta Marta, avvocata.

“Ovvero, quando è in pericolo la salute o la vita della gestante; quando è la conseguenza di un crimine come stupro, incesto o sesso con minori di 15 anni; e, infine, quando il feto ha una malformazione non curabile. La legge era conosciuta come ‘il compromesso sull’aborto’, perché costituiva un punto d’incontro tra le posizioni dell’estrema destra, ovvero un divieto totale, e quelle di estrema sinistra, che chiedeva invece di rendere l’aborto disponibile a tutti senza condizioni.”

Rimasta in vigore per più di 25 anni, la legge è stata messa in discussione dall’attivista di estrema destra Kaja Godek, 38 anni, che ha presentato una mozione in Tribunale mettendo in dubbio la costituzionalità della norma nella sua parte riguardante le malformazioni del feto. “L’attuale Tribunale costituzionale ha accolto la mozione, sulla base del fatto che la Costituzione garantisce a ogni essere umano, incluso il feto, il diritto alla vita.”

scontri proteste polonia

Qual è la situazione attuale

Secondo Paulina, a spingere la popolazione polacca in piazza in maniera così massiccia è stato un crescendo di eventi culminato con la sentenza sull’aborto. “In primis la mancanza di un progetto da parte del governo per gestire la pandemia, con molti eserciti economici costretti a chiudere senza un piano di sussidi o una spiegazione. Negli ultimi due anni si è verificato un enorme scandalo per le accuse di pedofilia rivolte alla chiesa cattolica, e ora quella stessa chiesa spinge per il divieto all’aborto. L’apice è stata la recente campagna di hate speech da parte del governo contro la comunità LGBTQ+. La gente è arrabbiata perché il Governo vuole dare ordini su come si debba vivere la propria vita a livello personale e su come comportarsi in uno dei momenti più difficili della storia”. 

“Rispetto alle proteste di qualche anno fa, ora la gente è più arrabbiata con il governo—concorda Mario, che ha preso parte anche alle manifestazioni sull’aborto nel 2016, dette “Czarny Piątek” (“Venerdì nero”). E penso che quest’anno ci siano più persone coinvolte. La popolazione polacca si sta svegliando e sempre più persone scendono in strada a protestare. Credo che parte della mentalità polacca suggerisca di non fare troppo rumore e di restare fedeli alle tradizioni. Ma questa cosa sta cambiando: sempre più persone si convincono che si può essere dei buoni cristiani pur mantenendo i diritti individuali”. 

La decisione presa sull’aborto, inoltre, ha fatto emergere le possibili conseguenze della recente riforma del sistema giudiziario, dandone una dimostrazione concreta. “In sostanza—sintetizza Paulina—ha portato la politica a prendere il controllo delle corti”. “Ci sono seri dubbi—conferma Marta—sul fatto che il Tribunale costituzionale nella sua composizione attuale possa essere in grado di esprimere qualunque decisione, in quanto è stato politicizzato dal partito al governo, il PiS [Prawo i Sprawiedlowść, Diritto e giustizia, ndr] e alcuni dei giudici nominati dal partito, non tutti, sono stati nominati senza seguire le procedure. Quasi ogni giurista polacco ritiene che questo Tribunale non sia libero di prendere decisioni. Come avvocato, sono d’accordo: le procedure di nomina non state seguite correttamente.”

manifestante proteste polonia

Mobilitazione online e offline

Rispetto a qualche anno fa, la mobilitazione ha raggiunto numeri decisamente più ampi. “Forse non a livello di presenza fisica, dato che a causa della pandemia molte persone evitano i luoghi affollati, ma tante manifestano il proprio dissenso online,” fa notare Paulina. Così ha fatto anche Marta, che è risultata positiva al Coronavirus. “Per dare il mio sostegno ho condiviso sui social le foto con il fulmine, simbolo delle proteste, e ho cercato di intavolare discussioni online con persone di opinione contraria. Un giorno ho notato che una mia amica aveva pubblicato un post sui social media in cui definiva le manifestazioni ‘molto volgari e senza motivo’, credo per via dei cartelli usati durante le proteste, mai violente da parte di chi manifestava, su cui campeggiavano uteri stilizzati che mostravano il dito medio e scritte del tipo “PiS off!” (“fuori dalle palle”). L’ho chiamata subito, cercando di farle capire che la volgarità era dovuta alla frustrazione e alla rabbia—racconta Marta—, ma non penso di averla convinta.

“D’altro canto—continua Marta—c’è anche chi, come mia nonna, di 75 anni, che ha votato PiS per gli ultimi 15, ha detto che ne ha abbastanza, di aver capito quanti danni faccia e che non darà mai più al PiS il suo voto. Anche perché io mi avvicino ai trent’anni, probabilmente avrò una gravidanza, ed è terrorizzata dal fatto che mi possa trovare in una situazione in cui non ho scelta sul mio corpo. E questo nonostante sia una cattolica convinta. Questo è l’unico lato positivo di questa situazione,” sottolinea Marta con un sorriso.

cartelli proteste polonia

Il contributo della comunità queer polacca

Al centro delle manifestazioni c’è stata la comunità polacca under 30. “Le nuove generazioni sono sempre più consapevoli di quello che sta accadendo. Si informano tramite i media online, hanno accesso più facilmente a un’informazione obiettiva e imparziale—afferma Paulina. Mentre le persone più anziane sono dipendenti dall’informazione ‘ufficiale’ e manipolata che arriva nelle case attraverso la televisione.”

A sostegno del movimento di protesta c’è anche la comunità LGBTQ+. “Questo è il Paese dove ho deciso di vivere—dice Mario che, da expat, difende il suo coinvolgimento nelle politiche del Paese. Non si tratta di una protesta per le tasse, è una questione che riguarda i diritti umani e che può avere conseguenze sulla salute delle donne. Lavoro qui, la mia vita quotidiana si svolge qui, pago le tasse e contribuisco allo sviluppo di questo Paese. Sono parte della comunità. Quindi, quando qualcosa è ingiusto, è normale pretendere leggi migliori,” sottolinea.

“Purtroppo il movimento LGBTQ+ ha numeri ridotti per il suo sostegno. Anche perché quasi il 52% della popolazione è donna [dati fine 2019, ndr], mentre solo il 10% fa parte della comunità LGBTQ+. Inoltre, credo che nelle famiglie si parli di più della questione sull’aborto, perché purtroppo accade di frequente, mentre l’argomento LGBTQ+ è ancora considerato un tabù.” Uno studio del 2017 stima infatti che nel Paese ci siano ogni anno circa 200mila interruzioni di gravidanza illegali. 

Quest’estate anche il movimento LGBTQ+ è sceso in piazza. “Ho partecipato a una protesta che si è tenuta una settimana prima delle elezioni—racconta Mario—, il giorno in cui Duda [Andrzej, presidente della Polonia riconfermato lo scorso luglio, ndr] avrebbe tenuto un discorso vicino al Rynek. Ma non c’era molta gente. Erano soprattutto persone molto giovani, direi che l’età media potesse essere sui 25 anni.” A fare calare le presenze ha inciso sicuramente la pandemia in corso, ma anche il rischio che si corre a schierarsi.

“In Spagna, dove sono nato, le manifestazioni LGBTQ+ sono più come delle feste, con famiglie e bambini, mentre qui in Polonia ci sono solo adulti. Probabilmente perché potrebbero essere più pericolose. Rispetto alla Spagna, infatti, la polizia in Polonia è presente alle proteste per proteggerci davvero, nel caso in cui qualcuno voglia farci del male, ed è una cosa che mi stupisce sempre—sottolinea Mario. La Polonia non è un Paese sicuro se sei parte della comunità LGBTQ+, soprattutto se non vivi in una grande città. Io mi considero privilegiato, perché vivo nel centro di una città multiculturale e lavoro con molte persone expat, quindi posso vivere liberamente e serenamente. Ma la provincia è come una giungla, dove i predatori sono incoraggiati dal Governo e dalla Chiesa ad attaccare la comunità LGBTQ+. Questa politica di hate speech, però, ha un risvolto positivo: ha spinto la gente a schierarsi, facendo emergere chi è pro o contro i diritti LGBTQ+. Ed è bello vedere che molte persone ci sostengono. Per la maggior parte sono istruite, quindi confido sia solo una questione di tempo perché il Paese evolva e diventi più inclusivo,” conclude Mario. 

Secondo Paulina “i due movimenti sono simili nella loro essenza ,ma molto diversi per quanto riguarda l’appoggio che ricevono. Entrambi lottano per il riconoscimento di diritti umani, ma quelli delle donne riguardano leggi sulla riproduzione e sono molto più facili da capire per il cittadino medio. Ogni donna combatte per questi diritti e anche la maggior parte degli uomini. Mentre il movimento LGBTQ+ è ancora la lotta di una minoranza che non è del tutto compresa dalla maggioranza. La comunità LGBTQ+ è stata trascurata e umiliata in Polonia così a lungo che deve combattere perfino per la propria visibilità. Non c’è informazione al riguardo, e ancora meno comprensione.”

polizia manifestazioni polonia

Diritti civili e pandemia

Secondo alcune persone, però, la coincidenza temporale tra proteste e pandemia non è casuale. “La decisione sull’aborto è stata presa nel bel mezzo dell'emergenza sanitaria—sottolinea Marta. Il tribunale doveva sapere che una sentenza su una questione tanto controversa avrebbe innescato una reazione sociale e che ci sarebbero state delle proteste. Il sospetto è che il momento sia stato scelto intenzionalmente, in particolare dal leader del PiS, Jarosław Kaczyński, supponendo che la pandemia avrebbe fatto da deterrente per chi voleva scendere in piazza. Beh, sappiamo che non è andata così… E come risultato il governo è andato nel panico, o almeno così sembra, e non ha ancora pubblicato la decisione del Tribunale costituzionale.”

Un passaggio formale in mancanza del quale la decisione non è vincolante. “Se venisse pubblicata, le donne in Polonia non potranno abortire se il feto è malato in maniera incurabile. Potrà accadere—spiega Marta—che muoia poco dopo il parto, che sia senza arti o addirittura senza testa: non ha importanza, la madre sarà costretta a portare avanti la gravidanza e partorire, sapendo che non sopravviverà. Chi è contrario a questa decisione sostiene che essa equivalga alla legalizzazione della tortura.”

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Crediti

Testo di Benedetta Leardini
Fotografie di Giorgia Maurizi

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