Quello che non abbiamo ancora capito del sex work, spiegato da 4 sex worker

Che sia sfruttamento, che impedisca le relazioni, che danneggi l'integrità personale. Elisa, Linda, Martina e Lea sfatano la retorica denigrante attorno al sex working una volta per tutte.

di Enea Venegoni
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02 giugno 2022, 4:00am

Questo articolo è stato pubblicato a marzo 2022. Oggi, in occasione, Giornata internazionale del sex work, abbiamo deciso di riproporlo.


“Sogno un mondo senza machismo, transfobia, abilismo, razzismo e classismo, non un mondo senza sex work.” —Linda

In un momento storico rivestito di una patina dorata di discorsi su femminismo, laicità, rivoluzione e progressismo, sotto si celano massicce risacche reazionarie e conservatrici—come dimostra la recente notizia del voto per abolire l’aborto da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. In questo contesto, infatti, una prestazione di matrice sessuale è ancora percepita come un impiego “anomalo”, sicuramente diverso dall’usare il proprio corpo per lavoro in altri ambiti, come possono essere quello dell’arte performativa o dello sport.

Le cause di questa visione sono multifattoriali, a partire dall’idea preconcetta del sesso come necessariamente qualcosa di più di un’interazione fisica tra persone consenzienti, o di intrinsecamente sporco perché legato ai genitali e al piacere. Le radici di questa posizione affondano nella religione, nella storia e nella sociologia, in relazione a una concezione conservatrice della moralità, alle pratiche di buon costume, alle dinamiche di potere e privilegio e al controllo coatto dei corpi—per approfondire l’argomento, consigliamo Volontà di sapere - storia della sessualità di Michel Foucault.

La denigrazione del sex work è una palese contraddizione, dal momento che l’industria del sesso è uno dei settori attorno a cui ruota il nostro sistema economico, ed è intrecciata alla denigrazione delle donne e delle classi sociali più povere, marginalizzate e private di diritti e privilegi. La sessualità e il sesso diventano dunque strumenti ideologici, di potere e di consenso, ai danni di sex worker vittimizzatɜ, giudicatɜ o infantilizzatɜ, consideratɜ incapaci di decidere di sé, di apprezzare il proprio lavoro e spesso persino di averne coscienza—casistica che sussiste nei contesti di prostituzione coatta. Il sistema in questo modo protegge lo status quo, mantiene ai margini le persone già marginalizzate e priva di potere ɜ professionitɜ del settore del sesso.

Per decostruire questa retorica, abbiamo chiesto a quattro sex worker, Elisa, Linda, Martina, Lea di parlarci del loro lavoro, dei preconcetti sul sesso che ancora sussistono e di sfatare una volta per tutte i falsi miti.

Elisa

ragazza con pelliccia in un cimitero

Ti va di raccontarci un po’ di te e del tuo lavoro?
Mi chiamo Elisa, ho vent’anni e ho iniziato a lavorare come sex worker e content creator quando mi sono trasferita a Milano due anni fa. Prima insieme a un’amica fotografa, utilizzando quegli scatti per il mio account Instagram.

Nonostante censurassi gli scatti, mi sono stati bloccati tre profili per “pubblicazione di contenuti sessualmente espliciti.” Così, dato che credevo molto in quello che facevo, ho deciso aprire il mio account personale su MYM. Quello che mi interessava non era necessariamente guadagnare dalla mia attività, quanto piuttosto esprimermi liberamente da ogni censura.

ragazza con body trasparente e tatuaggio in mezzo al seno con pelliccia

La tua identità e il rapporto col tuo corpo è impattata dal lavoro che fai, o si tratta di due aspetti totalmente separati della tua persona?
Quando ho iniziato a pubblicare su MYM, la mia identità si è fusa sempre di più in una simbiosi con l’attività lavorativa che svolgevo, dato che lo consideravo un gioco totalmente spontaneo. Poi, in un momento di forte desolazione personale, ho iniziato a entrare in un’ottica prevalentemente lavorativa, e questo ha spento ciò che prima consideravo un piacere, rompendo la simbiosi.

Dopo quel periodo, la mia attività e la mia identità personale sono subito tornate in simbiosi, e questo mi è servito a capire che riesco a ritenermi appagata e soddisfatta del mio lavoro, sia economicamente che psicologicamente, solo quando ritrovo quel senso di spontaneità e gioco.

ragazza seminuda in un cimitero appoggiata a statua della madonna

Sex work, sessismo e sessismo interiorizzato: parliamone. Il sex work può essere empowering?
Credo che questo settore possa inevitabilmente rafforzare l’ideologia sessista già radicata nella nostra società. Chi non ha l’apertura mentale necessaria per accettare ambiti lavorativi “diversi” da quelli tradizionali non potrà che continuare ad avere una visione retrograda.

Come possiamo migliorare il rapporto con la sessualità in un paese sessualmente conservatore (perlomeno sulla carta e in pubblico) come l’Italia?
Per migliorare il rapporto con la sessualità in Italia sicuramente bisognerebbe educare le nuove generazioni, in modo da far sì che accolgano la tematica in maniera trasparente.

Linda

ragazza tatuata e rasata con piercing al naso e orecchini a cerchio

Ti va di raccontarci un po’ di te e del tuo lavoro?
Ho iniziato a posare come modella di nudo per varɜ fotografɜ a 19 anni, soprattutto come forma di piacere ed espressione personale. Dopo qualche anno ho raccolto un archivio sostanzioso di scatti che non potevo pubblicare su Instagram, così ho aperto un profilo OnlyFans, che ritengo una delle forme più privilegiate in assoluto di sex work e io stessa sono consapevole di parlare dal punto di vista di una persona privilegiata, che ha una rete di supporto alle spalle e attualmente non è costretta a lavorare per vivere. Attualmente creo materiale per la piattaforma, per lo più selfie e video di autoerotismo, e da qualche mese faccio occasionalmente cam.

Qual è l’affermazione più strana, fastidiosa o assurda che hai letto o sentito sul tuo corpo e sulla tua identità?
La convinzione di molte persone che, se faccio questo lavoro, è sicuramente perché sono stupida, disperata e priva di altre risorse—dando per scontato tutta una serie di competenze e abilità necessarie. Per quanto riguarda il mio corpo, non smette mai di sorprendermi l’audacia con cui molti uomini su Internet si permettono di indicare quelli che secondo loro sono i miei difetti, ma credo che solo chi si sente impotente senta il bisogno di proiettare le proprie insicurezze—una volta un uomo si iscrisse al mio OnlyFans solo per insultarmi, assicurandosi che leggessi il messaggio—ed è significativo di quanto certi uomini siano ossessionati dai corpi delle donne.

La tua identità e il rapporto col tuo corpo è impattata dal lavoro che fai o si tratta di due aspetti totalmente separati della tua persona?
Sono aspetti che si sovrappongono e influenzano costantemente. Anche se questo è vero per ogni lavoro, lo è forse ancora di più per il sex work, per via dello stigma che si porta dietro. Se sei una donna che a un certo punto della vita ha fatto apertamente sex work di qualsiasi tipo, la società farà in modo di non fartelo mai dimenticare. Nel mio lavoro, il mio corpo ha un certo tipo di valore, in unǝ camerierǝ o ginnasta ne ha un altro, ma il capitalismo ci costringe a identificarci con quello che facciamo, anche se nella maggioranza dei casi ha poco o niente a che fare con chi siamo.

Quali sono i preconcetti più diffusi e fastidiosi sul sex work secondo te? Confutali una volta per tutte.
Che chi fa sex work non ha rispetto per sé, non ha alternative, non è intelligente e non ha altre competenze. Che non può avere una relazione serena con la propria famiglia, né con unǝ partner romantico. O anche che non possano esserci donne lesbiche che offrano servizi sessuali per uomini. O ancora, che chi usufruisce di questi servizi è necessariamente unǝ sfigatǝ, unǝ sfruttatore che tratta le donne come oggetti. Molti degli uomini che hanno comprato i miei servizi sono stati più rispettosi e gentili di tantissimi altri che ho frequentato nella vita privata. Altri preconcetti diffusi è che solo le donne e le persone AFAB possono fare sex work e che il lavoro sessuale equivale sempre allo sfruttamento.

ragazza rasata con occhiali e maglietta nera

Secondo te, qual è la cosa che, anche in buona fede, le persone proprio non capiscono del sex work?
Che c’è effettivamente una differenza tra tratta di esseri umani e lavoro sessuale. Una donna migrante che dopo essere andata in un altro paese deve ripagare un debito prostituendosi è una schiava, non una lavoratrice del sesso.

Sex work, sessismo e sessismo interiorizzato: parliamone. Il sex work può essere empowering?
È un discorso molto complicato. L’attenzione costante e non richiesta degli uomini, lo sguardo onnipresente oggettivante che ci vede come cose da cui possono trarre piacere è un fardello che ogni donna e persona AFAB si porta dietro fin dalla pre-adolescenza. In quest’ottica, mentre combattiamo per la libertà di esistere solo per noi stesse, trarre profitto dalla deumanizzazione a cui veniamo sottoposte può essere empowering. Le donne stanno capendo sempre più quanto non dobbiamo niente agli uomini, che sia la nostra bellezza, la nostra giovinezza o la nostra gentilezza, né tantomeno la cura maniacale ed ossessiva del nostro aspetto. Vuoi la mia attenzione? Bene, paga, perché non ti spetta di diritto. E gli uomini non la stanno prendendo bene, perché vengono cresciuti con l’idea che il sesso e l’attenzione delle donne sono un loro diritto. Tanto più cerchiamo libertà ed emancipazione, tanto più gli uomini sfogano su di noi la violenza causata dalla frustrazione di non poterci avere gratis, per il solo fatto di esistere. La storia ci insegna che la strada verso la liberazione dall’oppressore è costellata di violenza, è una lotta tra chi non vuole un cambiamento perché rischia di perdere i propri privilegi e chi fa di tutto per spezzare le catene dell’oppressione.

Quali sono gli stereotipi estetici della rappresentazione del corpo di chi fa sex work?
Rispecchiare gli standard di bellezza: donne magre e toniche, oppure formose, oppure che sembrano bambine, con una figura minuta e un viso dolce—il che ci dice molto sulla normalizzazione della pedofilia nella nostra società. Fare porno attraverso canali indipendenti e piattaforme come OnlyFans, rispetto a operare nell’industria, permette di lavorare a persone di ogni genere e con ogni tipo di corpo, senza filtri di alcun tipo. Anche perché queste piattaforme si reggono sulla relazione parasociale: la gente si iscrive perché ha l’impressione di poterti conoscere. Il fattore privilegio ha anche qui una grandissima influenza: le donne con tratti eurocentrici, magre, giovani e che provengono da famiglie benestanti avranno tendenzialmente più seguito e successo rispetto a chi non rispetta quei canoni e non ha le stesse risorse economiche.

Quali sono i problemi interni all’industria del sex work? E i vantaggi rispetto ad altri contesti?
Per quanto riguarda il mio ambito specifico, una delle principali problematiche sono i leaks: chiunque può fare uno screenshot o una registrazione schermo del materiale presente sui nostri profili e diffonderlo. Se Netflix può bloccare entrambe le azioni sui suoi contenuti, perché i CEO di OnlyFans, Fansly, MYM, ecc. non fanno lo stesso? (Spoiler: perché non hanno alcun interesse a tutelarci). Trovo anche ridicole le quote alte che queste piattaforme trattengono.

foto in bianco e nero di ragazza tatuata e rasata sdraiata sul divano con maglietta nera

Si dovrebbe depenalizzare il sex work? Perché?
Assolutamente sì, e chi pensa il contrario non ha idea di quello di cui sta parlando o è completamente accecatǝ dal bigottismo. Sì, c’è tanta violenza nel mondo del lavoro sessuale fisico, ma perché c’è tanta violenza nei confronti delle donne a prescindere. Sogno un mondo senza machismo, transfobia, abilismo, razzismo e classismo, non un mondo senza porno o senza prostituzione. Non c’è niente di male a richiedere un servizio sessuale, e se pensate che ci sia, chiedetevi qual è il vostro rapporto col sesso e perché l’idea di pagare per un servizio sessuale vi sembra così atroce. Penalizzare il sex work ha più a che fare con la sessuofobia che col voler proteggere le donne.

Lavorare come sex worker ha cambiato qualcosa della tua personalità e della tua visione del mondo?
Ha contribuito a guarire molta della mia misoginia interiorizzata: anche se mi definisco femminista da quando avevo circa 15 anni, fino a un paio d’anni fa l’idea di fare lavoro sessuale mi sembrava ancora degradante. Mi rattristo soprattutto quando vedo donne che giudicano altre donne, che non capiscono che aderire a questo sistema di pensiero violento non fa altro che rendere il mondo un posto più difficile per tutte le donne. Lasciare andare la mentalità per cui, se lavori con la sessualità, vali meno come essere umano è una delle prese di coscienza più liberatorie della mia vita.

Viviamo in una società ancora piena di tabù sul sesso. Quali sono i più pericolosi, secondo te?
Quelli che riguardano la verginità, la sessualità femminile in generale, il fallocentrismo e soprattutto la mancanza di consenso. La verginità è un costrutto sociale e sesso non equivale a penetrazione: ciò che chiamiamo “preliminari” è sesso a tutti gli effetti. L’idea che chiedere il consenso esplicitamente faccia passare la magia del momento è la causa di un’infinità di violenze sessuali. L’idea che ci viene infilata nel cervello fin da piccolissime che, se siamo donne che fanno sesso con gli uomini, per noi scopare significa far godere l’altro e non pensare a noi stesse, che raggiungere l’orgasmo per una donna sia necessariamente più difficile, e che il sesso è una cosa che viene fatta alle donne, e non con le donne—ed è lo stesso motivo per cui pensiamo a una donna sessualmente molto attiva come a una cosa che è stata usata tanto. Avrei voluto sapere, da adolescente, come funziona la mia vulva prima di usarla con qualcun altro, avrei voluto sapere che il piacere non è sbagliato, che il piacere esiste naturalmente e non l’abbiamo inventato noi, che abbiamo tutto il diritto di perseguirlo e che farlo non ci rende meno niente.

Come possiamo migliorare il rapporto con la sessualità in un paese sessualmente conservatore (perlomeno sulla carta e in pubblico) come l’Italia?
Con l’educazione sessuale. Vorrei che la lezione di religione cattolica facoltativa venisse sostituita con un’ora a settimana di educazione sessuale e all’affettività, in cui si insegni il consenso, si spieghi come sono fatti i nostri corpi e come funzionano, si educhi sull’esistenza delle persone LGBTIQ+, sulle malattie sessualmente trasmissibili, sui metodi contraccettivi e sulla salute dei nostri genitali. In cui si insegni che il sesso è una parte normale della vita, ma anche che il sesso non è un obbligo, un dovere né un diritto di nessuno. In cui si crescano persone femministe e si insegni il rispetto al diritto delle donne di avere la vita sessuale che preferiscono e venga distrutta l’idea che gli uomini siano creature sessuali ma non le donne. Quest’educazione, secondo me, aiuterebbe a ridurre gli stupri, le molestie, le violenze sessuali e di genere, i femminicidi, l’orgasm gap (il divario per cui le donne eterosessuali sono quelle che hanno meno orgasmi in assoluto), creando una società più rispettosa di qualsiasi essere umano.

Martina

ragazza tatuata in cucina che cucina broccoli

Ti va di raccontarci un po’ di te e del tuo lavoro?
Ho sempre fatto due o tre lavori per mantenermi e sopravvivere ai costi della vita a Milano, e durante il primo lockdown nel 2020 una mia amica mi ha consigliato di provare a creare un profilo su OnlyFans. Il mio approccio sui vari social è sempre stato sfacciato e libero, quindi ho pensato: perché non monetizzare il mio sano esibizionismo?

In passato, mi ero avvicinata al sex work assistendo un’amica mistress in alcune delle sue sessioni, ma l’unico motivo per il quale lo facevo era la facilità di guadagno con poco impegno. OnlyFans, invece, richiede molto impegno e attenzione, al pari di un qualsiasi altro lavoro. Ora sono una content creator di OnlyFans part-time e vendo principalmente contenuti personalizzati, foto e/o video, sexting e videochat.

ragazza tatuata seduta in bagno con catino

La tua identità e il rapporto col tuo corpo è impattata dal lavoro che fai o si tratta di due aspetti totalmente separati della tua persona?
È il rapporto con me stessa che muove e influenza il mio lavoro: ascoltarsi e saper gestire le dinamiche che si creano nel sex work è una parte fondamentale per non venire sopraffattɜ dalle difficoltà e dall'ignoranza che circondano questo ambiente. Da non sottovalutare anche l’aspetto empatico e relazionale, che è incisivo nel sex work tanto quanto il rapporto con il proprio corpo.

Per me, ad esempio, è importante creare una comunicazione venditore-cliente con il minimo apporto emozionale: è la mia comfort-zone e solo io posso permettermi di contaminarla. Soprattutto, non voglio che la mia identità sia associata solo al mio lavoro, che si tratti di sex work o di altro. Il lavoro non fa la persona e molto spesso si è costrettɜ a fare dei lavori per svariati motivi.

ragazza tatuata sdraiata in giardino sotto al sole

Quali sono i preconcetti più diffusi e fastidiosi sul sex work secondo te?
Il grande classico “trovati un vero lavoro”, a conferma che guadagnare soldi con il proprio corpo non venga percepito come meritevole tanto quanto passare 8 ore in ufficio o in fabbrica.

Lea

ragazza nuda su sfondo rosa

Ti va di raccontarci un po’ di te e del tuo lavoro?
Ho iniziato da adolescente a scattarmi semplici  autoritratti con la mia prima macchina digitale. A distanza di tempo, liberatami della mia timidezza, mi sono resa conto di quanto mi piacesse essere immortalata, e ho iniziato a posare anche nuda. Quando ho aperto OnlyFans ho unito l’esperienza col nudo artistico alla mia visione dell’erotismo, anche attraverso lo styling, il makeup, il set design. Sono elementi fondamentali perché si crei qualcosa che sia d’impatto e che vorrei ritrovare molto di più anche nei porno. Il mio sogno è quello di lavorare su un set  pornografico e curarne l’immagine.

Oltre il profitto, c’è sicuramente una componente esibizionista/voyeurista che mi invoglia a fare quello che faccio, ma anche una volontà forte e ribelle di riappropriarmi del mio corpo, della mia sensualità. Non ho vergogna di mostrare come sono e trovo interessate constatare gli effetti che riesce a scatenare un corpo nudo, soprattutto un corpo femminile “non conforme”.

ragazza appoggiata alla poltrona con sedere in vista

Quali sono i preconcetti più diffusi e fastidiosi sul sex work secondo te? Confutali una volta per tutte.
Spesso, si tende a pensare che ɜ sex worker non possano fare nient’altro nella vita, come se ti rendesse meno rispettabile. Fare sex work non è una colpa o una sfortuna, è un lavoro e non è un lavoro inferiore agli altri, né sporco, che ti macchia: non è un crimine e non danneggia la salute fisica e mentale di nessunə, non compromette la propria dignità e integrità—valori che si basano su ben altro rispetto a “quanti c*zzi prendiamo.” In un paese  conservatore come l’Italia, un grande passo in avanti si potrà ottenere iniziando a sostenere la laicizzazione della sessualità.

Secondo te, qual è la cosa che, anche in buona fede, le persone  proprio non capiscono del sex work?
Mi viene posta molto spesso questa domanda: “Ma come fai?” E ogni volta so già che sarà l’incipit di una conversazione piena della retorica “della  vergogna” o “della reputazione”, che nasconde tanta paura: non posso quasi mai accontentarmi di rispondere semplicemente spiegando cosa faccio nel concreto, perché quello che in realtà vogliono sapere è come faccio a “non preoccuparmi delle conseguenze” o “di quello che penseranno lɜ altrɜ”.

ragazza seminuda vista da un obiettivo della macchina fotografica

Quali sono i problemi interni all’industria del sex work? E i vantaggi  rispetto ad altri contesti?
Ci sono cam girl che preferiscono fare spettacoli privati o sessioni live-chat, piuttosto che fare le porno star, perché si sentono di avere più il controllo della propria immagine. Nell’industria pornografica, come in qualsiasi altro mercato attuale, per ottenere un contratto bisogna sottostare a condizioni che implicano sempre un certo grado di sfruttamento. Un altro grave problema interno alla comunità è che esiste una gerarchia tra sex worker, e questo spesso comporta ciò che definiamo “lateral whorephobia”, ovvero quando un tipo di sex worker (escort, cam girls o stripper ecc.) è più privilegiato di un altro tipo (ad esempio, chi offre un servizio di incontri e sesso di persona), che viene stigmatizzato. Penso che questo abbia molto a che vedere col sessismo interiorizzato. Il sex work sarà davvero empowering quando questa dicitura costituirà una safe label per più categorie possibili e quando tuttɜ potranno essere ugualmente tutelatɜ dalla legge.

Lavorare come sex worker ha cambiato qualcosa della tua  personalità e della tua visione del mondo?
Ha rafforzato in me la necessità di proteggere il diritto alla libertà di decisione sul proprio corpo. E anche l’idea che, se un atto è consapevole per autodeterminare il corpo rispetto all’eteropatriarcato e sovvertire la conformità a certi canoni sistemici, è un atto politico.

Crediti

Testo: Enea Venegoni
Fotografie: su gentile concessione di Elisa, Linda, Martina e Lea
Editor: Benedetta Pini
Art Director: Maria Laura Buoninfante

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