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Breve storia di Blumarine, dalle origini fino al suo inaspettato ritorno in stile Y2K

Da Anna Molinari a Nicola Brognano, ripassiamo la storia di uno dei marchi Made in Italy che ha stravolto la moda internazionale a colpi di farfalle glitterate, sottovesti di raso e cardigan color confetto.

di Alexandre Zamboni
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30 settembre 2021, 8:53am

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Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Oggi ripercorriamo insieme la storia di Blumarine, brand Made in Emilia che dagli anni ‘80 ha conquistato la scena della moda internazionale proponendo un’estetica sfacciatamente femminile e irriverente. Conosciuto per il suo stile girly dai toni pastello, nel corso dei decenni il marchio ha impartito delle lezioni importanti ai brand di moda più affermati, dimostrando come una frivolezza apparente possa nascondere narrazioni precise e urgenti. Oggi, ancora assuefatti dalle immagini della sfilata S/S 22 del brand, ispirata dichiaratamente agli anni Duemila e all’estetica Y2K, vogliamo ripercorrere la storia del brand e analizzare il suo inaspettato ritorno.


Blumarine. Solo pronunciare questo nome evoca una dolcezza piacevolmente stucchevole che ti stordisce a colpi di stampe floreali, fiocchi, ricami e paillettes. Una gioia per i fan del genere, un incubo per i cultori del minimalismo. Un brand dimenticato, bistrattato e denigrato, che esattamente un anno fa ha fatto un ritorno col botto, conquistandosi un successo che non si è fatto di certo aspettare. Chi non ha visto almeno una celebrity indossare l’ultima minigonna con perline di Blumarine? Se non vivete sotto una roccia e aprite Instagram di tanto in tanto, sarà stato inevitabile accorgersi che i trend anni ‘00 stanno imperversando, e non c’è TikToker che non abbia indossato dei jeans a vita bassa o un paio di occhiali colorati trasparenti alla Anastacia dei tempi d’oro.

A fare da capofila di questa tendenza c’è proprio Blumarine, storica casa di moda italiana guidata dal giovanissimo designer Nicola Brognano, direttore creativo del brand con una passione morbosa per il guardaroba di Paris Hilton. Si tratta di un piccolo terremoto nell’emisfero moda, che ha cementificato il trend YK2 e la voglia di tornare a una moda più divertente, meno seria ma non meno intelligente. Le star sono impazzite e Kim Kardashian, Dua Lipa e la Gen Z hanno riesumato un brand di cui probabilmente non conoscevano l’esistenza fino a qualche mese fa. Ma cosa significa per l’industria della moda questo ritorno? E soprattutto, che narrazione si cela dietro il nome Blumarine? Facciamo dunque un piccolo ripasso di storia della moda italiana e tuffiamoci nel roseto più squisitamente romantico dei marchi italiani. Ma tranquilli, non ci sono spine.

Gli inizi: Blumarine dei primi anni ‘80

Lezioso è forse l’aggettivo che meglio descrive l’universo Blumarine, un brand che ha fatto di una femminilità quasi esasperata il cardine per costruire una delle aziende iconiche del Made in Italy. La leggerezza dell’immaginario del brand non deve ingannare, poiché essa si appoggia su solide fondamenta di origini emiliane. Blumarine nasce infatti nel 1977 a Carpi, nel modenese, grazie alle menti creative e imprenditoriali di Anna Molinari e Gianpaolo Tarabini.

Siamo alle porte degli anni ’80, l’epoca degli stilisti con la S masiucola, e Blumarine si fa strada con grazia tra giganti come Armani, Krizia e Versace. Molinari, presenta la prima collezione nel 1981 alla fiera Modit di Milano e si fa notare per le sue creazioni frizzanti e giovanili. In particolare, spiccano cardigan e twin-set delicati che niente avevano a che vedere con l’immagine polverosa e pesante della maglieria tradizionale. La stilista si crea ben presto una nicchia con il savoir-faire acquistato durante la giovinezza presso l’azienda famigliare Molly e i preziosi consigli di Walter Albini, padre del prêt-à-porter italiano, e del leggendario Franco Moschino. Gli anni passano e dal 1986 il brand presenta regolarmente le sue linee a Milano Collezioni, finché non arriva la consacrazione con la nascita del gruppo Blufin nel 1988, e nel 1990 con l’apertura della boutique monomarca presso la prestigiosa Via della Spiga, nel centro di Milano. Il resto è storia.

Il successo di Blumarine degli anni ‘90

Blumarine deve il suo successo commerciale alla sua capacità di incarnare uno spirito polivalente, light-hearted come direbbero gli inglesi, ma intenso come una rosa di maggio, simbolo prediletto della padrona di casa. Durante gli anni ’90, Blumarine esplode grazie a un crescente interesse verso tutto ciò che è glamour, desiderabile e allo stesso tempo indossabile. In questo campo gli italiani vanno forte e Milano sembra eclissare Parigi nell’eterna gara fra le capitali della moda. Sono gli anni delle supermodelle e di un mondo della moda ancora di nicchia, dove tutto è possibile e la creatività sembra non avere limiti. Le creazioni Blumarine spopolano e nel 1994 il gruppo Blufin inaugura la linea Anna Molinari, disegnata dalla figlia Rossella Tarabini, e indirizzata a un pubblico giovane dai gusti trendy e innovativi.

Le collezioni si moltiplicano e parlano di seduzione, innocenza e di una femminilità languida ma consapevole. I capi non urlano, ma bisbigliano poesie per innamorati e avvolgono i corpi di Kate Moss, Naomi e Amber Valletta in soffici taffetà, chiffon, mousseline e mohair. A Molinari piace enfatizzare la figura femminile con soffici maglioni attillati che accarezzano la pelle e vengono indossati in modo da rivelare un reggiseno di pizzo o una sottoveste con bordi in raso. Celebri i babydoll in pizzo nero pericolosamente corti, i look dall’allure pastorale (ben prima del cottagecore firmato Gen Z), gli abiti stile impero e le gonne a tutù con strati su strati di sottovesti in rete e pizzo.

I mix di colori sono sempre rinfrescanti e inaspettati, e gli accessori si inseriscono come elementi imprescindibili: cappellini indossati con codini da scolaretta, grandi boa di piume, nastri nelle acconciature e borsette gioiello. Non si possono non menzionare le copiatissime T-shirt decorate con il celebre logo in strass—forse l’elemento più riconoscibile del poliedrico mondo Blumarine—, e infine il celeberrimo Bluvi, l’iconico golfino con collo bordato in visone.

La giornalista Cristina Manfredi lo descrive poeticamente nel catalogo della mostra “Italiana: L’Italia vista dalla moda 1971-2001” : “All’improvviso il cardigan si trasforma in arma di seduzione, capace di conquistare gli sguardi di tutti, […] Il Bluvi è una dichiarazione d’intenti, un manifesto programmatico che affonda le sue radici in una grande storia di famiglia e lancia un messaggio potente. In quello scollo che incornicia la pelle s’intravede un cuore, simbolo di un romanticismo libero e scanzonato che Molinari rielabora nel corso del tempo.”

Non solo abiti frivoli: il complesso mondo Blumarine

A più di 40 anni dalla fondazione della griffe, il manifesto di Blumarine parla ancora di una donna che non ha paura di incarnare una femminilità esplicita, delicata delle forme ma tenace nell'anima. La filosofia Blumarine riscuote successo negli anni ‘90 proprio perché dietro le creazioni di Molinari e Tarabini, lontane da un moda asceta o estrema, si cela il pensiero secondo il quale la donna non ha bisogno di mettersi una corazza per dimostrare la sua forza. Alcuni definirebbero l’immaginario di Blumarine macchiettistico e degradante, retaggio di un’immagine pre-sessantottina della donna frivola, fragile e inerme. Al contrario, proprio nella celebrazione della delicatezza e di un romanticismo a tratti smielato risiede il sottile femminismo di Blumarine, un brand che non ha mai censurato i convenzionali elementi associati al femminile.

Non a caso Molinari durante l’epoca d’oro del brand si affida al genio della fotografia anti borghese per eccellenza, Helmut Newton. Chiamato per scattare le campagne pubblicitarie delle collezioni della casa di moda emiliana, dalla S/S del 1993 all’F/W 1998-1999, l’artista tedesco naturalizzato australiano stravolge l’immaginario ancora acerbo del brand, e gli dà forma, donando un volto e un segno visivo alle creazioni tutt’altro che scialbe di Molinari. Newton delinea una nuova estetica forte e riconoscibile, giocando con pose spontanee, ironiche e una sensualità giocosa che perfettamente si addice alla sensibilità Blumarine. Nadja Auermann, Monica Bellucci, Eva Herzigova, Carla Bruni, passano davanti all’obiettivo di Newton e danno vita ad immagini che ancora oggi ispirano il lavoro di fotografe contemporanee e dichiaratamente femministe come come Brianna Capozzi. Si tratta della rappresentazione di una sensualità che non oggettifica il corpo femminile, ma che al contrario lo celebra e lo libera.

Numerosi image maker seguiranno Newton e negli anni successivi grandi nomi interpretano l’universo romantico di Blumarine, tra cui Tim Walker ed Ellen von Unwerth. L’artista inglese estrae il lato più sognante e fiabesco del brand, creando composizioni surreali con i dolcissimi capi del brand, mentre la fotografa tedesca, celebre per gli scatti per Guess e più tardi Vogue Italia, fa emergere il tratto più irriverente e vitaminico della casa di moda di Carpi.

Negli anni ‘00 il successo continua, e seppur il buzz sia leggermente scemato, l’estetica more is more di quegli anni ben si presta a Blumarine, che silenziosamente continua la sua espansione e apre boutique in tutto il mondo. Ciò nonostante, nuovi nomi della moda italiana e internazionale affermano un mood sempre meno gioioso in passerella, privilegiando toni dark e vagamente emo sul finire degli anni duemila e infine, dopo un breve guizzo post-crisi nel 2010, il minimalismo prende il sopravvento e come un telo bianco e austero smorza gli entusiasmi degli ancora rari fan del genere pizzi, chiffon e tacco a spillo. Neanche a dirlo, complici una direzione creativa stanca e un marketing stantio, la griffe iper femminile per eccellenza fatica ad emergere in anni dove la sneaker è il nuovo oggetto del desiderio, l’estetica del “brutto” sembra contaminare la mente di ogni designer, e la parola sexy è sulla lista nera dei vocaboli da non pronunciare. Fino a oggi.

La rinascita di Blumarine con Nicola Brognano

Forse toccava proprio ad un millennial, cresciuto a pane e Vogue by Franca Sozzani, a innaffiare e far sbocciare di nuovo la regina dei fiori. Nicola Brognano, del resto, è classe 1990 ed è facile che abbia incontrato le collezioni di Anna Molinari sulle pagine delle riviste rubate dall’atelier di abiti da sposa della madre. Oggi, nel 2021, siamo tutti dei bambini in cerca di sogni, divertimento e leggerezza.

Blumarine, proprietà del gruppo Liu Jo dal 2019, sembra aver percepito nell’aria questo bisogno collettivo post-pandemia e con l’aiuto di una certa Lotta Volkova, (ironicamente una delle artefici di quell’estetica soviet-chic menzionata precedentemente), ha affidato al giovane Brognano il compito di svegliare una delle belle addormentate della moda italiana. L’hype c’è, i risultati pure, e a giudicare dal crescente interesse verso l’estetica YK2, il comeback ha funzionato.

Ciò nonostante, c’è da domandarsi se il citazionismo a tratti letterale di un concetto di femminilità appartenente a distanza di due decadi, possa bastare per evitare l’effetto stella cadente. Dopo questo excursus storico dai toni pastello, è chiaro che il giardino di Blumarine cela ben più di una sola specie botanica. Esso, infatti, è ricco di piante e fiori dai mille colori e profumi, e racchiude al suo interno il racconto di una femminilità preziosa che sarebbe interessante veder espandersi verso territori più inclusivi.

I semi per creare nuove narrazioni ci sono, basta solo piantarli e potrebbero nascere risultati inaspettati. In tal caso Blumarine avrebbe un futuro decisamente roseo davanti a sé.

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Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

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