Frammenti di un discorso da sala da ballo: "Disco Ruin" e la catabasi della discoteca italiana

Dal 5 al 7 luglio in sala, un viaggio a rotta di collo nell'epoca d'oro delle notti italiane. Preparatevi, vi farà male.

di Carlotta Magistris
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06 luglio 2021, 1:30pm

Screengrab dal film "Disco Ruin - 40 anni di club culture italiana"

Guardando un film come quello prodotto da Giangiacomo De Stefano, Disco Ruin - 40 anni di club culture italiana, viene da pensare che il contesto politico e di liberazione sociale e personale che ha costellato il percorso delle discoteche in Italia, dalla nascita a oggi, abbia delle evidenti analogie con il nostro presente.

La frattura generazionale che oggi esiste fra chi si affaccia a un mondo profondamente cambiato da una rivoluzione digitale sociale e chi dispensa consigli per vivere questo mondo di cui non conosce più le coordinate è incolmabile esattamente come allora. Il problema, forse, sta più in come riempire questo vuoto e come modificarlo per ottenere una spinta propulsoria verso qualcosa di nuovo. Ma oggi, se possibile, è ancora più difficile capire quali sono le battaglie per cui lottare nella ricerca della novità. 

Questa assenza di contenuti non era però la dimensione di quando veniva aperto il Piper a Roma, dove la direzione del cambiamento anche su un piano ipotetico era piuttosto marcata. Non lo era neanche vent’anni dopo, quando nasceva il Plastic a Milano o quando la riviera romagnola diventava un riferimento per il divertimento nel mondo, con luoghi di un’architettura senza regole di forte impatto estetico. Decenni diversi che si affacciano a situazioni sociali ed esigenze diverse mentre la sottocultura della discoteca avanza e si evolve andando a coprire volta per volta la propria nicchia espressiva, costruendo la propria identità culturale dissidente.

Recensione

Il comune denominatore che taglia trasversalmente gli anni di questa storia notturna collettiva sembra essere sempre lo stesso: un movimento che si muove dal basso come controparte di una società intrisa di un certo tipo di valori che vengono messi alla berlina e sovvertiti creando una dimensione di libertà, perversione positiva e valorizzazione estetica del sé totalmente al di fuori delle logiche di genere vigenti alla ricerca dell’eccesso. Il tutto, ovviamente, a suono di musica, quella più innovativa, che prima si declina nel twist, poi nella italo disco, poi nella italo disco che si fa un giro a Detroit e torna sottoforma di techno—così almeno pare. Poi i locali afro e tutto il resto. I dj diventano delle rockstar da chiusini ad alimentare un microcosmo sintetico che in una sorta di rituale balla tutta la notte, ognuno con il proprio potenziatore preferito. Le sostanze, necessarie e catartiche, a calarli in quel tipo di dimensione. 

Ovunque, con la propria declinazione spaziale geografica e temporale, il bisogno di abbracciare una dimensione di alienazione, dissidenza e libertà personale accentuata, sventolata ma pur sempre avvolta dalle tenebre notturne, sembra essere al centro di uno sviluppo sia individuale che collettivo. E affinché questo accadesse per davvero, ecco i grandi investimenti economici: il cosiddetto modello Riccione, che incentra(va) la propria economia su una nightlife dai contorni sfarzosi e barocchi e ogni settimana portava giù pulmini di dj milanesi a cibare gli avventori di tutta Europa che ogni weekend arrivavano in trasferta per gustare quel piccolo miracolo di movida del centro Italia. Non era underground: era un senso di sfogo totalmente inserito in delle logiche di consumo e di società che nel contesto di oggi sembra difficile riuscire a immaginare. E qui si apre la dimensione nostalgica, sia del documentario di Lisa Bosi e Francesca Zerbetto che nostra. 

Recensione

Qualcuno ad un certo punto nel film dice che “non poteva durare per sempre.” I controlli dei locali con conseguenti articoli grotteschi sul quantitativo di eccitanti al loro interno, la dimensione delle sostanze stesse che assumono una dimensione più problematica sia sociale che scientifica, le famose morti del sabato sera sui rettilinei che portavano i ballerini lisergici da una discoteca all’altra o semplicemente a concludere il ciclo di serate. I club chiudono e il tutto si veste di una faccia un po’ meno colorata, con forti giudizi e pressioni sociali da stampa e i media generalisti che iniziano a concepire la dimensione delle discoteche più come un ascensore verso l’inferno che come un luogo di emancipazione. 

Forse, anche se nel documentario non se ne parla, quello state of mind inizia ad essere cercato in altri contesti che sfuggono a questo controllo mediatico più o meno subliminale e si sposta con un altro tipo di atmosfera, quella dei free party o degli spazi occupati. Le discoteche diventano piano piano degli spazi vuoti, dei luoghi di culto nella migliore delle ipotesi, delle sale in cui fare quelle feste delle superiori che fungono da riti di iniziazione personali alle uscite serali, o magari degli spazi abbandonati da usare per un post su Instagram. La cultura della discoteca, al di fuori di quei luoghi topici che ne restano indissolubilmente legati, diventa un qualcosa di nostalgico oppure un posto in cui sfogare le prime energie notturne con gli amici più grandi. E poi c’è il discorso della musica, che a livello sonoro ha preso una serie di diramazioni di cui solo alcune sono strettamente legate alla dimensione del club, e lì si apre l’evoluzione di quella dimensione nell’oggi, la sottocultura del clubbing

Recensione

È chiaro che abbiamo ancora voglia di andare a ballare nei weekend, soprattutto se amiamo un certo tipo di suono, soprattutto se ci piace la possibilità di vedere il mondo da una certa prospettiva. Ma in che luoghi lo facciamo, ora? Esteticamente, la macrodirezione sembra essere opposta a quella che ha fatto la nostra storia notturna nazionale, sposando il modello nordico da fabbricone riutilizzato. Forse ci piace di più, forse è una questione di bisogno di connettersi con un’altra visione del clubbing, forse non abbiamo neanche più i soldi per poter riconcepire un certo tipo di visione spaziale. In questa cornice, il lavoro sulla propria estetica viene minimalizzato, che sia il total black da locale underground o la vibe da riviera.

L’interazione fra gli abitanti della pista cambia, ondeggiando fra l’approccio dritto e demonizzazione, con tutte le chiare dinamiche di genere ormai visibilmente potenzialmente problematiche che si porta dietro. Sono ancora piccoli fari nel mare di una società controllata, riprodotta, che nell’andare normalizzando costruttivamente determinate battaglie sul diritto alla propria identità fa spesso fatica a trovare il modo di rinnovarsi e preferisce quell’approccio postmoderno del riutilizzo di modelli preesistenti, dove la gioia del riconoscere a volte sovrasta quella del conoscere. Lì, dove si ripropongono i modelli, a volte si ripropone anche la storia e quelle fratture sociali che sembrano bussare a dei portoni di cui abbiamo già sentito parlare. Apriteci. Apriamoli.

Puoi guardare “Disco Ruin - 40 anni di club culture italiana” dal 5 al 7 luglio 2021 nei cinema di tutta Italia.

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Crediti

Testo di Carlotta Magistris
Tutte le immagini screengrab dal film Disco Ruin​ - 40 anni di club culture italiana​

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