Fotografie courtesy di Imitation of Christ

L'inaspettato e miracoloso ritorno di Imitation of Christ

Dopo 20 anni, il brand di moda, design, arte, politica e attivismo è tornato a far parlare di sé. Onestamente, noi non vedevamo l'ora.

di Zoë Kendall
|
25 agosto 2020, 4:00am

Fotografie courtesy di Imitation of Christ

Vent’anni dopo la sua fondazione, Imitation of Christ è risorto ancora una volta. La rinascita del brand di moda, strettamente legato all’ecologia, alla politica e all’arte, è stata inaugurata con una manifestazione/sfilata sotto il sole cocente del 4 luglio e la fresca penombra della scritta Hollywood. Sia la data che la location non erano una coincidenza: nel pieno di questa situazione di precarietà e urgenza che sta affliggendo tutto il mondo, e specialmente l’America, la seconda ondata di Imitation of Christ—proprio come la prima—punta a distruggere lo status quo, innescando un cambiamento sociale concreto attraverso il suo approccio sartoriale.

Imitation of Christ (conosciuto con l’acronimo IOC) è nato nel 2000 dalle menti degli ambientalisti Tara Subkoff e Matt Damhave. I due, insieme alla cara amica di Subkoff, Chloë Sevigny, si sono conosciuti a uno spettacolo di Locust (“o forse era I Replicanti?” cerca di ricordare Sevigny) presso il Troubadour, nel West Hollywood, alla fine degli anni ‘90. Mesi dopo, la coppia ha fondato IOC, un collettivo di artisti e brand di moda, con Sevigny come direttrice creativa. Damhave ricorda che la prima notte in cui si sono trovati per lavorare insieme al progetto ha ideato quello che sarebbe diventato il manifesto del brand: “Reinserire la manualità dell’uomo in un mondo immerso nei miasmi dei vestiti usa e getta,” “reagire contro un’industria che produce sprechi e che distrugge il nostro pianeta.” Vent’anni dopo, Subkoff mi racconta al telefono com’è nato il progetto: “Eravamo giovani ragazzini, disposti a fare tutto quello che potevamo per parlare degli sprechi e dei consumi.”

Nel concreto, era un’operazione semplice, e davvero innovativa per il tempo: un’azione di upcycling di abiti abbandonati e di seconda mano—recuperati dai loro armadi, da quelli degli amici e da Salvation Army—per creare delle nuove opere d’arte da indossare. Essenzialmente, “prendere tutto ciò di inutilizzato o “indesiderato” e renderlo appetibile ancora una volta,” così ha spiegato Damhave al New York Times nel 2000. Ogni capo IOC era completamente fatto a mano da un team di designer e artigiani, “tra cui Marcella Mullins, una collezionista vintage che crea anche vestiti. E la pittrice Lilly Ludlow,” aggiunge Sevigny. Era un tentativo di immaginare e avviare quello che ora chiameremmo un brand “sostenibile”. “Eravamo, essenzialmente, le prime persone ad usare le parole ‘upcycling’ e ‘recupero’,” afferma Subkoff. Anche l’Editor del Vogue Archive, Laird Borrelli-Persson, ha dichiarato, in occasione di una retrospettiva dell’iconica sfilata A/I 01 del brand, che “Upcycling non era una parola in uso nel mondo della moda a quel tempo; le persone indossavano o vintage o abiti di designer.”

imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny

Il brand era anche il mezzo attraverso cui decostruire le dinamiche dell’industria della moda, governata dal consumismo, alimentata dalla sovrapproduzione e sedotta dall’hype. Subkoff ci tiene a precisare che lei e Damhave hanno sempre considerato ogni loro abito un’opera d’arte unica nel suo genere, ma allo stesso tempo volevano “mantenere il brand nei negozi di alta moda e fuori dalle galleria d’arte. Credevo che fosse più importante che venisse percepito come marchio fashion proprio per contrastare la moda usa e getta che stava prendendo piede all’epica.” Altri pezzi iconici di IOC includono una camicia vintage Yves Saint Laurent con sopra lo slogan “Portatemi la Testa di Tom Ford” e una T-shirt bavarese da turista, “customizzata” con una macchia di vino dallo stesso Damhave. “Sentivo che non gli veniva data l’importanza giusta da parte dell’industria della moda mainstream,” racconta Sevigny parlando del brand. “E penso che fosse perché non poteva essere replicato ed era molto costoso.”

Eppure, dopo l’esplosivo debutto del brand a New York, e dopo che i loro pezzi erano entrati nei guardaroba delle ‘it’ girl come Sevigny, Devon Aoki e Milla Jovovich (che parlavano di IOC come “il brand da avere”), i buyer erano totalmente impazziti per le creazioni del brand; e quelli che non arrivavano in tempo allo showroom restavamo chiusi fuori. “Gli abiti ti catturavano all’istante. Abbiamo notato che le persone li indossavano, e solo dopo ci siamo resi conto che cosa stesse dietro al brand e il manifesto radicale che stava diffondendo,” spiega il Vice Preside del merchandising di Barneys al New York Times. I pezzi del brand venivano venduti nel negozio di Madison Avenue a prezzi in tripla cifra. “Il costo dimostrava che questi erano tutt’altro che pezzi usa e getta,'' ha spiegato Damhave al New York Times.

Forse, ancora più dei capi elaborati di IOC, erano fondamentali le loro presentazioni teatrali e postmoderne: a metà tra performance, sfilata e mostra d’arte, erano ideate completamente da Subkoff. (“Amo gli eventi,” ha dichiarato a W Magazine nel 2015). Oltre agli abiti, erano proprio questi eventi a fare acquisire sempre più notorietà al brand nei primi anni ‘00. I fashion editor erano incuriositi da queste situazioni, e per gli amanti della scena erano i luoghi da frequentare. “Penso che gli insider amassero tutto ciò che IOC stava facendo,” afferma Sevigny. “Specialmente le presentazioni, tutto merito di Tara. Era davvero brava, stagione dopo stagione, a ideare nuovi modi attraverso cui presentare gli abiti, a creare delle esperienze e delle performance uniche nel loro genere. Era geniale in quel senso.” La location della prima presentazione del collettivo era stata la metropolitana di Los Angeles, utilizzando l’infinita scala mobile come passerella. Sevigny, che ha sfilato per quella collezione, l’ha descritta come “folle, pericolosa, e divertente.”

La stagione successiva, la sfilata di IOC a New York ha avuto luogo in un’impresa di pompe funebri del Lower East Side, dove le modelle, che indossavano vestiti neri recuperati (alcuni più appropriati di altri), sfilavano attorno a una bara, in lutto. Per la successiva sfilata dell’A/I 01 , tenutasi al Clearview Theatre di Manhattan, Subkoff aveva allestito dei tavoli all’entrata dove i partecipanti potevano donare un minimo di 150 dollari [circa 126 euro] per Sweatshop Watch oppure per Free the Children. Dopo una breve sfilata, in cui le modelle giravano attorno ai tavoli indossando magnifici abiti da sera, è stato proiettato un film, che vedeva come protagoniste Reese Witherspoon e Selma Blair alle prese con le loro vite privilegiate all’interno delle élite di Los Angeles, in contemporanea, un un angolo dello stesso schermo, un documentario sulle disumane condizioni di lavoro delle fabbriche di vestiti dell’America Centrale. L’evento ha raccolto più di 25 mila dollari [circa 21 mila euro].

Cathy Horyn ha descritto la presentazione della collezione P/E 02 come “un ribaltamento del format della passerella,” dove le modelle hanno preso il ruolo di annoiate fashion editor, guardando e giudicando dalla prima fila, mentre le vere editor si trovavano a camminare su una passerella. Ed è questo il punto: “In tutto quel caos, era difficile guardare bene gli abiti, ma era proprio quello il senso. Come fanno gli editor a capire a fondo una collezione quando passa di fronte a loro nel giro di pochi secondi?” Per Tara e Damhave queste presentazioni—“questi spettacoli,” come li descrive Subkoff—volevano innescare un dibattito sull’industria della moda, o almeno, far pensare gli editor e i buyer rispetto alla spropositata quantità di abiti che vedevano sfilargli di fronte a ogni stagione, e a un ritmo frenetico. “Quello che amo della moda è la sua forma artistica,” afferma Subkoff. “Non amo la fast fashion; non amo la moda guidata dal consumo. il fatto che prenda le persone all’amo e li renda dipendenti dai trend.”

“E la [fast fashion] è decisamente aumentata negli ultimi 20 anni,” continua. Nel suo 20esimo anniversario, il messaggio dietro a IOC sembra più rilevante—e urgente—che mai. La rinascita del brand nel 2020 è stata una sorta di reazione all’avvento della pandemia da Covid-19, in particolare alle condizioni sociali che ha provocato e le tensioni che ha sollevato. “Sto pensando molto ai giovani durante questa pandemia, perché sembra quasi come se il loro futuro sia in stallo. Sono frustrati; non hanno la possibilità di sviluppare dei progetti,” afferma Subkoff. Parla della gioventù americana in generale, ma in particolare delle creative e dei creativi che ha visto crescere a Los Angeles.

imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny

Quando ha scoperto che la figlia della sua migliore amica, Lulu Syracuse, era frustrata dal fatto di dover tornare a casa dai genitori per la quarantena, Subkoff ha contattato la ragazza per chiederle di aiutarla a far ripartire Imitation of Christ. Syracuse ha subito accettato, reclutando a sua volta la sua amica e designer Jersey Bond e il graphic designer Hudson Schaetzke, che hanno subito iniziato a lavorare a quella che sarebbe diventata la collezione couture A/I 20 del brand. I designer hanno lavorato (“più di quanto abbiamo mai fatto in vita loro, credo,” afferma Subkoff) via Zoom, Instagram e meeting a distanza, creando un’intera collezione in pochissimo tempo. “Voglio essere di supporto ai giovani creativi che vogliono cercare di andare avanti e costruirsi un futuro. Questo è un modo per dargli una voce. Sono giovani creativi con idee fresche e voglia di lavorare, e hanno bisogno di una piattaforma attraverso cui esprimersi in questi tempi incredibilmente difficili. Tutti i giovani che hanno collaborato a questo progetto stanno allo stesso tempo protestando per avere un futuro,” spiega Subkoff, che per inaugurare l’uscita della prima collezione disegnata dai tre giovani li ha nominati direttori creativi del brand. Un rito di passaggio.

Presentata due giorni prima della couture week parigina, la collezione si intitola Americans Not Allowed in Paris, in riferimento al blocco dei voli internazionali verso l’Europa e al sistema per nulla democratico che la Chambre Syndicale de la Haute Couture rappresenta. La collezione in sé—presentata in una modalità da guerrilla, ormai marchio di fabbrica del brand—è stata interamente cucita a mano con pezzi ricavati dagli armadi dei designer, dei loro amici e dall’archivio vintage della stessa Subkoff. Esattamente come Tara e il suo team facevano al tempo. Blazer asimmetrici con inserti in tulle, vestiti di paillette stracciati, jeans manipolati—tutti elementi familiari al lessico di IOC, ma creati per il gusto di oggi. Gli slogan—una delle firme di IOC—campeggiano sulle giacche e sugli abiti da sera. Sull’orlo di una gonna si legge: “Più consumi, meno vivi.” E su una tuta verde, la scritta “FUCK ICE.”, indossata da una modella che camminava sulla passerella ricoperta di sabbia, alzando il pugno in segno di resistenza.

Ma l’attivismo non si ferma qui. La collezione era nata con l’intenzione di destinare in beneficenza il profitto. Il 21 luglio, il brand ha venduto all’asta i pezzi della collezione Americans Not Allowed in Paris via Instagram, e tutti i ricavati sono stati devoluti a Black Lives Matter.

imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny

Ripensando alla gloria passata di IOC, Subkoff riflette sull’etica dietro alla rinascita del brand: “Il messaggio è semplice, da parte di tutti noi: cerchiamo di rendere il mondo un posto migliore, così che la nuova generazione possa ereditare qualcosa di più di quello che abbiamo ereditato noi, invece che nascere in un mondo già al collasso.” In un momento in cui la sostenibilità finalmente è al centro del dibattito del settore della moda—dalle denunce delle condizioni di schiavitù degli Uyghurs nelle fabbriche cinesi che producono per Zara e Nike (e altri), fino alla presa di coscienza del fatto che la manifattura dei vestiti sia una delle industrie più inquinanti del mondo—, il messaggio di IOC è molto più rilevante di quanto non lo fosse 20 anni fa. “A quel tempo, eravamo una specie di Greta Thunberg, ci chiedevamo ‘Perché consumiamo così tanto e a un ritmo così frenetico? Com’è che nessuno fa nulla a riguardo?’” spiega Subkoff. “Ora questi problemi sono diventati ancora più gravi. È chiaro che dobbiamo attuare dei cambiamenti radicali rispetto a come viviamo e come consumiamo.”

Riguardo il futuro di IOC, Subkoff lo immagina, ancora una volta, come un collettivo: “un movimento,” lo chiama. “È un’incubatrice, una piattaforma per dare una voce ai giovani creativi, per esprimersi in una o due collezioni e poi lasciare spazio ad altri artisti.” E se Subkoff non ha le idee chiare su come sarà il futuro del sistema della moda in generale, c’è però qualcosa in cui non smetterà mai di credere: il potere dei giovani. “Sono convinta che le voci delle generazioni più giovani siano la nostra unica speranza, vista la loro passione nel voler cambiare le cose e nel voler lavorare per costruirsi un nuovo futuro,” afferma. “Questa è davvero la nostra speranza.”

imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny
imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny
imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny
imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny
imitation-of-christ-fashion-brand-chloe-sevigny

Segui i-D su Instagram e Facebook

Leggi anche:

Tagged:
chloe sevigny
00s
upcycling
sostenibilità
tara subkoff
milla jovovich
collettivo
COVID-19
Matt Damhave