Fotografia di Francois Guillot per Getty Images

L'ossessione per il Céline di Phoebe Philo, spiegata bene

Decriptiamo il significato del lavoro di Phoebe Philo, un successo che solo in apparenza è stato determinato dalla semplicità della sua Direttrice Creativa.

di Alexandre Zamboni
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17 luglio 2020, 1:21pm

Fotografia di Francois Guillot per Getty Images

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Dagli archivi digitali ai canali Youtube, impariamo a conoscere il passato per interpretare con più consapevolezza il presente. In questo articolo ripercorriamo la storia di Phoebe Philo in Céline, che a distanza di quasi un decennio continua ad affascinare chiunque si affacci sul mondo della moda.


Con il tramonto dell’ultimo decennio, nei primi mesi del 2020, è sorta la necessità di guardarsi indietro e di ripercorrere i famigerati anni ‘10. Ammettiamolo, abbiamo tutti fatto un riepilogo generale di questi sudati anni, riascoltando con nostalgia le hit che ci hanno fatto ballare e ridendo di tutti trend che vorremmo dimenticare. Sono state fatte liste delle collezioni più iconiche e si e si è discusso su chi fossero i volti meglio rappresentativi di una decade così controversa, eclettica e diversificata. Abbiamo riguardato i film che ci hanno fatto sognare, riflettere e hanno parlato della nostra epoca con efficacia. Risulta molto difficile dare delle risposte definitive e stilare delle classifiche, poiché siamo ancora freschi reduci di quegli anni ed è rischioso valutare con così poca distanza temporale ed emotiva dei fenomeni che ora consideriamo imprescindibili. Fra molti anni guarderemo con più distacco e oggettività la decade che ci siamo appena lasciati alle spalle e potremo valutarla con più lucidità.

Di una sola cosa però sono assolutamente certo, a chi domanderà fra vent’anni, chi sia stato il designer più influente e importante degli anni ‘10, risponderò senza esitazione con lo stesso nome: Phoebe Philo. Solo pronunciando questo personaggio si evoca un mito, uno stile e un pensiero molto precisi. Nella mente visualizziamo immediatamente quell’estetica pulita e rigorosa che ha invaso le passerelle di mezzo mondo nella prima metà del decennio, rendendo improvvisamente giurassici i trend dei chiassosi anni 2000.

Inizio ottobre del 2008, la crisi imperversa, e una designer londinese di nome Phoebe Philo ridona vita alla più borghese delle case parigine, Céline, precedentemente diretta senza troppo entusiasmo di pubblico e di critica da altri designer. E’ un trionfo la presentazione della P-E 2010: uno squadrone di modelle vestite con abiti dall’allure militare e nei toni neutri del sabbia e del beige, grida l’ascesa di un nuovo minimalismo, funzionale e allo stesso tempo assolutamente desiderabile. La stampa rimane affascinata e proclama Phoebe come la nuova forza trainante di una moda senza eccessi, calma e confortevole. Improvvisamente la smania di possedere un paio di jeans skinny e blazer attillati viene sostituita da un guardaroba per la working woman moderna, composto da camicie bianche rivisitate e da ampi pantaloni a falda larga e le borse, oh le borse, sarebbero presto diventate i capisaldi di un regno durato quasi 10 anni, dal 2008 al 2018. Un regno prospero, confermato dall’assoluta devozione delle discepole di Phoebe, le Philophiles, seguaci di un stile di vita votato ad un’estetica disinvolta che coniuga estetica e praticità. Questo nutrito gruppo di fedeli seguaci nasce durante il precedente regno di Phoebe presso Chloé, il marchio boho-chic per eccellenza e durato dal 2001 al 2006. Anni in cui non solo viene definita dal New York Times come la nuova Coco Chanel, ma in cui il brand si impone come il nuovo must have di tutte le it girls giovani e sbarazzine del fashion system.

Phoebe torna alle redini di una casa di moda, dopo 4 anni di assenza dalle scene, durante i quali si era dedicata al suo ruolo di neo mamma, e nel momento in cui LVMH le propone la guida di Céline, viene negoziato con grazia lo spostamento dell’ufficio stile da Parigi a Londra. I patti sono chiari, la designer inglese non ha intenzione di rinunciare alla sua vita privata per dedicare anima e corpo unicamente al lavoro. Questa sua forza di carattere e questa volontà di bilanciare con equilibrio le due dimensioni della sua vita definiscono la sua modalità di azione da Céline e sono le forze trainanti del folgorante successo del nuovo look del brand. Non si tratta di un semplice aneddoto biografico, ma un turning point per la storia della moda contemporanea. Un direttore creativo donna e per di più britannico, con alle spalle già una fama consolidata, messo alla testa di uno degli heritage brand della capitale francese, che decide di non rinunciare alla sua vita privata e anzi, ne fa una delle frecce del suo arco. Non solo Phoebe infatti si approccia alla maison con pragmatismo ma decide di sfruttare la stanca immagine del brand come una tela bianca su cui dipingere la sua nuova visione per la donna degli anni ‘10: matura, indipendente e consapevole, che non ha bisogno di scimmiottare l’uomo per ribadire la sua forza e che conserva una sensualità non intrisa di cliché creati dall’occhio maschile.

Phoebe trova la formula magica per attrarre le giovani donne in carriera, le galleriste, le avvocatesse e tutta quella schiera di appassionate di moda e arte che cercavano disperatamente un brand nel quale riconoscersi. Nasce una moda empatica e discreta, che riesce nel difficile compito di rendere calorosi dei capi razionali. Nonostante Céline fosse considerato infatti come il marchio trainante di un nuovo minimalismo, Phoebe, da buona figlia degli anni ‘70, conserva in sé un’anima massimalista e tipicamente British, che le permette di giocare con stampe e forme con disinvoltura, senza mai cadere in eccessi o nel non-sense. Ogni collezione sforna dei pezzi destinati a diventare dei must-have e si avverte quasi l’urgenza di possedere il guardaroba Céline, poiché non solo i cappotti, i pantaloni sartoriali e le borse possiedono una fattura eccelsa e sono realizzati con dei materiali lussuosi e piacevoli al tatto, ma comunicano un messaggio. Sono grafici ma non rigidi, confortevoli ma non banali, classici ma mai scontati.

I capi Céline non gridano e sono il riflesso della sua creatrice, una donna che ha sempre preferito mantenere un profilo discreto, lontano dai riflettori, e il cui mistero ha accresciuto l’aura e la fama del personaggio. Proprio a questo tratto della personalità, a questa silenziosa dignità, è in parte dovuto il successo di Céline, senz'altro attribuibile alla chiara visione della designer, ma anche frutto di un preciso piano di marketing che gioca con l’accessibilità e l’esclusività. Le collezioni parlano alle donne ma allo stesso tempo sono estremamente costose e reperibili unicamente in negozio - solo negli ultimi anni viene introdotta la vendita online. Entrare in una boutique significa far parte di un club esclusivo e indossare un cappotto uno statement. Céline by Phoebe Philo non vende unicamente dei vestiti per la donna moderna, ma uno stile di vita, poiché ha creato un mondo immateriale che va oltre al pantalone dal taglio perfetto.

Essere una donna Céline non vuol dire solamente vestire Céline, ma incarnare una certa tipologia di donna colta e consapevole della propria forza e della propria vulnerabilità. Non é necessario dilapidare il proprio patrimonio per incarnare questo ideale ed essere una Philophile. Qualsiasi ragazza può indossare un paio di sneakers bianche, un cappotto sartoriale abbinato ad un maglione oversize a colle alto e portare una coda di cavallo bassa.

Le campagne pubblicitarie di Juergen Teller sono la perfetta sintesi visiva di questo immaginario riconoscibilissimo e allo stesso tempo discreto. I vestiti sono spesso in secondo piano nelle fotografie e basta una pianta di ficus per avvertire l’energia Céline. Protagonista degli scatti è frequentemente la modella Daria Werbowy, sublimazione di Phoebe e alterego-musa della designer - stessa carnagione, stessi lineamenti, stessi occhi verdi impenetrabili, stesso sguardo fiero ma mai arrogante.

Phoebe ha certamente inventato uno stile, un look, ma non sarebbe arrivata a tanto successo se non avesse prodotto degli oggetti altamente desiderabili, che ancora oggi vanno a ruba tra gli estimatori e i collezionisti. Innumerevoli sono gli oggetti best-seller e lunga è la lista dei pezzi che hanno cementificato la reputazione del brand sotto la guida di PP:l’occhiale aviator, la décolleté in nappa elasticizzata, la box bag, e chi più ne ha più ne metta. E’ impossibile scegliere una collezione più riuscita poiché tutti i capi sono progettati per essere dei senza tempo, risultati di una linea guida coerente e precisa. Ciononostante le collezioni non risultano monotone, poiché ad ogni sfilata Phoebe e il suo team spingono più in là i confini dell’universo Céline, dando un nuovo twist a dei classici come la camicia azzurra o il maglione di lana.

Il progetto è forte proprio perché i vestiti parlano eloquentemente da soli. Non è necessaria una spiegazione e Phoebe rifugge le interviste. I capi non necessitano di chissà quale spinta intellettuale per acquisire valore. Le collezioni non vogliono risultare complesse concettualmente, bensì invitano ad essere indossate immediatamente e facilmente, anche grazie ad uno styling pratico ed efficace, che prevede sempre un trucco e un parrucco essenziali e facilmente riproducibili.

L’eredità del lavoro di Phoebe Philo è innegabile ed estremamente palpabile. I suoi seguaci, dopo la dipartita del 2018 hanno disperatamente cercato quella stessa allure in altri brand come Givenchy by Clare Waight Keller, il Bottega Veneta di Daniel Lee e il giovane Peter Do. La nostalgia è tanta, come dimostrano il sito Old Céline, e i numerosi account instagram dedicati a Phoebe, manifesti digitali creati per testimoniare affetto e devozione al brand dell’epoca pre-slimane. Pertanto ci si potrebbe chiedere se questo vuoto da colmare sia soltanto sintomo nostalgia di uno stile o rimpianto di anni in cui si scrutava più luce all’orizzonte. L’era Phoebe Philo non è stata semplicemente una direzione creativa come tante altre, ma il portabandiera di una moda che sta al passo coi tempi e con l’evoluzione della società. Se è vero che la moda può essere politica e progetta i corpi e le personalità del domani, si può azzardare un nuovo motto di speranza per gli anni avvenire:

_“We should all be Philophiles… even in the 20’s_”

Phoebe Philo graduation show

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