Cosa abbiamo imparato dal casino dietro la #ChallengeAccepted

Sensibilizzazione per il cancro, discriminazioni sessiste e femminicidio in Turchia: l'ultima challenge di Instagram ha sollevato un polverone da cui si può imparare molto.

di Benedetta Pini
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06 agosto 2020, 10:07am

Fotografie via Instagram

Negli ultimi giorni nostri feed sono stati invasi da selfie di donne in bianco e nero, un’incessante catena di foto in posa accompagnate dall’hashtag #ChallengeAccepted. Una forma di slacktivism a cui hanno preso parte sia persone famose che non, taggandosi a vicenda per continuare la serie. Il filtro b&w servirebbe a uniformare tra loro le fotografie, così da renderle riconoscibili, e metaforicamente unire tutte le partecipanti.

E se già il trend del #BlackOutTuesday aveva suscitato numerosi interrogativi, questa nuova catena virtuale sembra essere tutta un enorme punto di domanda. Ad esempio, in gran parte delle didascalie che accompagnano le immagini l’utente dichiara apertamente di non sapere neanche bene in che cosa consista la sfida, ma “come non apprezzare una buona azione per sostenere le donne?”, come si legge ad esempio sotto la foto di Jennifer Aniston.

Ad ora, il trend ha superato i 6 milioni di immagini e l’intento sembrerebbe un vago mutuo sostegno tra donne—una sorta di empowerment reciproco, come suggeriscono i copy e hashtag annessi, tra cui spicca l’emblematico #WomenSupportingWomen.

Come ogni altro trend, la challenge ha immediatamente diviso gli utenti in due fazioni: chi lo sostiene con entusiasmo, come gesto simbolico di solidarietà tra le donne di tutto il mondo, e chi lo liquida come un trend del tutto insensato e inefficace.

In molte hanno suggerito altre forme di attivismo online, sottolineando quanto sia riduttivo fondare un “movimento” su un concetto estetico stereotipato, invece che sui risultati concreti ottenuti dalle donne coinvolte, oltre al fatto che manchi di includere donne trans o diversamente abili.

A loro volta, ovviamente, le critiche hanno attirato altre critiche, tra cui quella del “e se l’avesse fatto un uomo?”, creando thread di dibattiti sterminati, perfetti per passare il tempo in spiaggia se avete dimenticato il libro a casa.

Ma da dove è iniziato tutto? Risalire alle origini di questo trend si è rivelata un’operazione di ricerca molto più complessa di quanto si pensasse.

Il 27 agosto ha iniziato a girare su Instagram un post virale della giornalista Mina Tümay, che identificava l’inizio dell’hashtag come risposta al brutale femminicidio di Pınar Gültekin, una studentessa curda di 27 anni uccisa dall’ex fidanzato il 16 luglio 2020.

Altri account Instagram politicamente attivi in Turchia hanno associato #ChallengeAccepted al tentativo del Partito Conservatore per la Giustizia e lo Sviluppo (in turco: Adalet ve Kalkınma Partisi - AKP) di Recep Tayyip Erdoğan di abrogare la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere e la violenza domestica (strumento giuridico internazionale studiato per proteggere le vittime e perseguire i trasgressori), definita dal vicepresidente dell'AKP Numan Kurtulmuş una “minaccia ai valori familiari tradizionali” e un incoraggiamento a “stili di vita immorali.”

Per approfondire la questione, vi rimandiamo ai profilo Instagram @belzeboobz, @morcati_vakfi e @ small.projects.istanbul.

Il 31 luglio 2020, in concomitanza con l’esplosione dell’hashtag #ChallengeAccepted, la modella e attivista Munroe Bergdorf si è associata a questa tesi, scrivendo in un post su Instagram che il trend è “iniziato dopo l'omicidio di Pinar Gültekin, in memoria sua e delle altre donne che sono state uccise, e per ricordare a tutte le persone che, a causa della violenza dilagante contro le donne, la loro immagine potrebbe essere la prossima ad apparire nei feed dei social media.”

Sotto a questi post, però, compaiono decine di commenti che criticano la spiegazione, tra cui quelli della giornalista del New York Times Taylor Lorenz. A questo punto, tutte le donne che avevano partecipato alla sfida senza sapere di preciso a cosa stessero associando la loro immagine sono corse ai ripari, aggiungendo ai copy sotto i loro selfie dei riferimenti alla questione turca.

Stando all’articolo di Lorenz, confermato da un pezzo del Guardian, i rappresentanti del Consiglio d’Europa e un portavoce di Instagram hanno sollevato molti dubbi sulla correlazione tra l’hashtag e il femminicidio in Turchia.

Il vero e proprio atto fondativo della #ChallengeAccepted sembrerebbe infatti risalire al 2016, a una campagna di sensibilizzazione per il cancro, al fine di diffondere un messaggio di sostegno e positività. Un trend che nel giro di poco si è sgonfiato ed è sparito nel nulla, per poi ricomparire a luglio 2020.

Secondo Cristine Abram, responsabile marketing per le pubbliche relazioni di Later, sarebbe stata una reazione agli attacchi sessisti (“fucking bitch”) rivolti all’attivista e rappresentante del Congresso Americano Alexandria Ocasio-Cortez dal collega della Florida Ted Yoho.

L’episodio avrebbe fatto rinascere la sfida dell’hashtag: "Ha tutto a che fare con l'empowerment femminile. Questo hashtag esisteva già per sensibilizzare su altre grandi questioni. Utilizzandolo, le partecipanti hanno potuto ottenere una forza virale molto più veloce, perché l'algoritmo aveva già familiarità con l'hashtag," spiega Abram.

Nello specifico, secondo il portavoce di Instagram, il primissimo post di rilancio sembrerebbe essere quello pubblicato il 18 luglio 2020 dalla giornalista brasiliana Ana Paula Padrão.

Secondo uno studio del 2009, il 42% delle donne turche tra i 15 e i 60 anni ha subito violenze fisiche o sessuali da parte dei partner. Solo nel 2019, 474 donne sono state uccise in atti di femminicidio, la maggior parte delle quali da partner attuali o precedenti, membri della famiglia o uomini che desideravano avere una relazione con loro. 

La violenza contro le donne e i cosiddetti omicidi d'onore sono temi di un’urgenza sconcertante in Turchia, e con il lockdown indetto per il coronavirus la situazione potrebbe essersi ulteriormente aggravata. E il paradosso è che mentre le celebrità macinano like ergendosi a paladine dei diritti umani, chi osa parlare e prova a fare veramente qualcosa contro il governo dittatoriale di Erdoğan viene incarcerato e sottoposto a brutali torture.

Ma in tutta questa storia, molto boomer, superficiale e generalista, qualcosa di positivo forse c’è: aver spinto l’opinione pubblica ad informarsi sullo sgretolarsi dei diritti civili in Turchia, di cui poco si sapeva e parlava in precedenza. Averci dimostrato che anche dietro una semplice challenge si nascondo meccanismi complessi, difficili persino da ripercorrere con oggettività. Averci fatto capire che prima di partecipare a una nuova catena online, forse dovremmo chiederci se davvero qualcuno beneficerà della nostra azione, o se siamo noi stessi gli unici a cui stiamo “facendo del bene”.

Intanto, per sostenere le attiviste turche in prima linea, si può firmare questa petizione per sostenere l’annullamento della riduzione della pena per "buona condotta" per assassini e maltrattatori, o questa per proteggere la Convenzione di Istanbul, o ancora questa per sostenere il blocco della proposta di legge che legalizzerà il matrimonio tra maltrattatore e vittima.

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini via Instagram

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