La tua famiglia è un casino totale? Questi 11 film ti faranno sentire meno sol*

Litigi, discussioni, pianti e urla: ecco i film da vedere per ricordarsi che ogni famiglia fa schifo a modo suo.

di Martina Zigiotti
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24 agosto 2020, 11:24am

Still dal film Mommy

Le dinamiche familiari sono complesse. Per farle funzionare servono cura, impegno e costanza. Ma è altrettanto importante sapersi ritagliare i propri spazi all’interno degli spazi (fisici e metaforici) che condividiamo con i parenti, autodeterminandoci nel mondo come singoli individui e sviluppando un senso d’indipendenza essenziale a non soccombere durante l’età adulta.

Durante la pandemia ci siamo chiesti quale fosse il significato di quella cosa strana e complessa chiamata “famiglia”. Per molti è quella di origine, per altri è quella che ci si è costruiti da grandi, per altri ancora è il gruppo degli amici di sempre o dei compagni incontrati per strada. La quarantena, in molti casi, ci ha riportati al nido. Tanti hanno abbandonato i loro sovraffollati e sovraprezzati appartamenti in condivisione e sono tornati a vivere casa dei genitori, ma reinserirsi in una dinamica relazionale così intima dopo anni passati lontani da casa non è semplice.

Il cinema raccontata i rapporti familiari in tutte le sue declinazioni, sviscerandone le dinamiche, mettendone in discussione i pattern, giocando con i ruoli preconfezionati, riflettendo sulle sue disfunzioni e sensibilizzando su situazioni censurate dal pudore, dai tabù o dal perbenismo. Così, abbiamo selezionato 11 film provenienti da tutto il mondo che raccontano famiglie piene di amori, difficoltà, convenzioni e anticonvenzioni, normalità e stranezze, restituendo un quadro quanto più sfaccettato possibile di quel caleidoscopio infinito che chiamiamo “famiglia”.

“Un affare di famiglia”, film di Hirokazu Koreeda, Giappone, 2018

In una casetta piccina, piena di disordine e di amore, abitano una signora anziana, tre adulti, un ragazzino e una bambina trovata per strada. Stanno sempre insieme, vivono di espedienti per arrivare alla fine della giornata e mangiano un sacco di cose. Un gruppo di persone che si sono ritrovate insieme e che provano a vivere a modo loro in un mondo che non è facile. Un affare di famiglia è quel tipo di film che ti porta a ribaltare la tua visione delle cose, a mettere tutto in discussione e a farti mille domande: è possibile scegliersi? È possibile scegliere chi chiamare “madre”, chi “padre”, chi “nonna”, chi “fratello” o “sorella”?

“Magari”, Ginevra Elkann, Italia/Francia, 2019

Come tanti figli e tante figlie di coppie separate o divorziate, Alma, che ha 9 anni, vorrebbe tantissimo che i suoi genitori tornassero insieme. Ma quando passa alcune settimane in una casa sul litorale laziale insieme ai fratelli maggiori, al padre soffocato dalle responsabilità e alla sua nuova fidanzata, scopre che può esistere un modo diverso di stare insieme. E così si dissolve il modello familiare targato Disney che ci è stato inculcato fin dai primi anni di età, mentre il mondo prima idealizzato degli adulti ci sembra solo una dimensione strana, popolata da persone strane e che il più delle volte la fanno più difficile di quanto non sia.

“La vita invisibile di Euridice Gusmao”, Karim Aïnouz, Brasile, 2019

In una famiglia tradizionalista e borghese nella Rio de Janeiro degli anni ‘50, quando ancora si scrivevano lettere e si pensava alla persona amata guardando il mare, due sorelle crescono legate da un grande affetto e sogni per l’avvenire. Ma l’idillio non durerà per sempre, e saranno condannate a vivere separate senza smettere mai di cercarsi. In quegli anni la società brasiliana sta cambiando profondamente, e stanno venendo a galla le ipocrisie di un modello familiare crudele e cinico, dove le apparenze contano più della sostanza. Ma se si può disgregare una famiglia naturale si può disgregare, si possono creare le famiglie d’elezione.

“Tesnota”, Kantemir Balagov, Francia, 2017

Non dovevano avere una vita facile le giovani donne dal carattere volitivo nella repubblica autonoma di Kabardino-Balkaria degli anni ’90. Ilena è una di loro, cresciuta in una famiglia ebrea della zona. Quando il fratello viene rapito, le viene chiesto dai genitori di sacrificare la sua libertà per raggiungere la somma di denaro richiesta dal riscatto. La magnetica protagonista, divisa tra il suo desiderio di emancipazione, le rigide regole della comunità e le tragiche aspettative della famiglia è l’anima e il volto di un film potentissimo, fatto da un regista che a soli 26 anni è riuscito a restituire le più minime e complesse sfaccettature un mondo familiare che difficilmente vedrete altrove.

“Vi presento Tony Erdmann”, Maren Ade, Germania, 2016

Forse il bello di una famiglia sta nel non essere tutt* uguali e provare a volersi bene così come si è. Il film racconta il rapporto tra Ines, una rigida e fredda consulente trasferta di lavoro in Romania, e Winfried, il suo padre burlone che le vuole insegnare a godersi la vita senza prendersi troppo sul serio. Con questo film scoprirete che i tedeschi sono molto più simpatici di quello che pensavate, che i film migliori sono quelli dove si alternano risate e lacrime e che è normale vergognarsi dei propri genitori qualche volta. Menzione d’onore all’abbraccio padre-figlia più emozionante mai visto al cinema.

“La mia vita da zucchina”, Claude Barras, Francia/Svizzera, 2016

È sempre un’impresa ardua girare un film che racconti le cose tristi della vita senza cadere nel pietismo, soprattutto se di mezzo ci sono i bambini. Questo gioiello dell’animazione francese, sceneggiato dalla Céline Sciamma di Tomboy e Ritratto della giovane in fiamme, non cade nella trappola, e senza edulcorare mai il dolore ci regala tutto l’universo di sogni, complicità e scoperte dell’infanzia. La storia di Zucchina, che ha 9 anni, due occhioni tenerissimi e abita in una casa famiglia insieme ad altri bambini dal passato difficile, è la storia di chi non ha avuto la fortuna di nascere in un posto felice, ma poi una famiglia l’ha trovata comunque.

“Le donne della mia vita”, Mike Mills, USA, 2016

Dorothea è la madre cinquantenne e progressista di un ragazzo in piena crisi adolescenziale. A un certo punto, inizia a chiedersi se per educare suo figlio a essere una brava persona possa davvero bastare solo lei. Si risponde che no, non è sufficiente, e che no, la risposta non risiede in un uomo. Così chiama a rapporto le amiche Abbie e Julie—che poi sono le esplosive Greta Gerwig e Elle Fanning—, due donne strampalate e di gran cuore, i tasselli portanti della sua vita. Un coming of age originale che immortala un pezzo d’America in pieno cambiamento culturale, riflettendo su un’idea di famiglia collettiva, al femminile, aperta agli altri.

“Wajib - Invito al matrimonio”, Annemarie Jacir, Palestina, 2017

Non solo storie di lotta e resistenza. Il cinema palestinese è fatto anche di piccoli e grandi ritratti familiari come questo, dove le dinamiche più intime sono anche uno spaccato di mondo. Dopo anni a Roma, Shadi torna a casa per aiutare il padre a consegnare gli inviti di nozze della sorella minore, come è tradizione nella comunità cristiana. Wajib è un road movie leggero e spiritoso che, mentre ci porta in giro per le strade dissestate di Nazareth, getta luce su cosa significhi essere palestinesi oggi e indaga le complessità dei rapporti familiari quando a separare i figli dai genitori per diversi modi di stare al mondo e di vedere la realtà.

“J’ai tué ma mère” (2009) e “Mommy” (2014), Xavier Dolan, Francia

Difficile non pensare all’ex enfant prodige del cinema canadese quando si parla di film che raccontano la famiglia. Tutto il suo cinema, fin dall’esordio, è attraversato dalla forza dirompente di legami di sangue complessi e dal rapporto controverso con la figura materna. Due in particolare sono i film che esplorano la difficoltà di essere figli: l’acclamato Mommy e il suo film di esordio, l’imperfetto e bellissimo J’ai tué ma mère, dove ogni dettaglio—persino l’inquadratura della bocca della madre che mangia a bocca aperta infastidendo il figlio—è pensata per sbatterci in faccia, con la precisione e la forza delle cose autentiche, la difficoltà di sfuggire da chi ci ha messo al mondo.

“Boyhood”, Richard Linklater, USA, 2014

Oltre ad averci regalato la trilogia più romantica dell’universo (se non la conoscete, correte subito a vedere Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight, e non lo ringrazierete mai abbastanza), Richard Linklater ha filmato questo film ogni anno per dodici anni e con gli stessi attori. Ne esce fuori un’opera immensa, che racconta la vita che scorre, il tempo che unisce e separa, un ragazzino che diventa grande in Texas e una famiglia che lo accompagna in quella strana fase che è l’adolescenza. Per più di due ore ci si appassiona alla normalità straordinaria dei nuovi amori, delle nuove case, dei nuovi lavori di quattro persone, perché il bello è che non si diventa mai grandi da soli.

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Crediti

Testo di Martina Zigiotti
Immagine: still dal film Mommy

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