Come rispondere alle solite frasi fatte su razzismo e immigrazione

Se sai che certe cose sono sbagliate, non dovresti startene zitto. Se non sai come rispondere, qui trovi qualche spunto.

di Abril K. Muvumbi
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10 giugno 2020, 9:50am

Fotografia di Paolo Testa 

Quante volte ci capita di sentire pronunciare frasi apparentemente innocue, ma che rivelano un atteggiamento profondamente razzista? Quelle frasi che sono proprio parte integrante dello starter pack della persona che "non è razzista, ma...", che "ha anche amici di colore," che "allora non posso dire niente." Quelle frasi che fanno passare persino la voglia di stare discutere e di ribattere, perché palesemente irrazionali, basate solo su pregiudizi diffusi da un certo tipo di informazione e comunicazione politicamente orientata.

Eppure, succede spesso, troppo spesso, di sentirle pronunciare come se niente fosse. Per non parlare di quando tutto questo non succede dal vivo ma sui social media, dove viene a mancare anche quel minimo di scrupolo che ci si potrebbe fare nel momento in cui si ha davanti una persona in carne e ossa e non uno schermo luminoso.

"Le parole sono importanti," sbraitava in faccia a una reporter un regista italiano che ama la Sacher, aggiungendo poi che "Chi parla male pensa male." E aveva ragione. Queste espressioni, e soprattutto il fatto che passino inosservate all'interno delle nostre conversazioni, sono un campanello d'allarme del razzismo sistemico e della cultura del razzismo radicati nel in Italia. Tutto questo si manifesta in azioni violente e dinamiche discriminatorie, a tutti i livelli, nei confronti di immigrati e delle secondo generazioni, giovani nati e cresciuti in Italia da genitori di origine straniera.

I rivolgimenti che in questi giorni stanno portando nelle piazze di tutto il mondo decine di migliaia di protestanti -- anche a Milano -- ci hanno fatto capire che all'azione deve sempre accompagnarsi un certo tipo di educazione. Al motto di Educate Yourself, vogliamo prendere una a una queste frasi fatte e dimostrare tramite fonti affidabili, dati e fatti comprovati che sono basate solo ed esclusivamente su pregiudizi, stereotipi, falsi miti ed etichette che sono spesso frutto di una stratificazione di dinamiche storiche e geografiche complesse. Abbiamo cercato di riassumerle in 10 espressioni rappresentative di questo atteggiamento e di analizzarle in modo approfondito e consapevole.

1. “È in corso un’invasione di immigrati.”

Il mito dell’invasione degli immigrati non contraddistingue solo il nostro paese ed è radicato nella paura di essere invasi da possibili “barbari”. In Italia questa retorica è stata ampiamente raccontata finché non è stata normalizzata, deformando i flussi migratori in una vera e propria emergenza. Ma facciamo un po' di chiarezza, dati alla mano: prima di tutto, no, non è più un’emergenza, è un fenomeno che bisogna gestire attraverso politiche ragionate e consapevoli. Secondo i dati rilevati dal XXVIII Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, al 1° gennaio 2019 gli stranieri residenti in Italia sono 5.255.503 e rappresentano l'8,7% del totale della popolazione residente. Nel 2004, al 1° gennaio 20014 gli stranieri residenti in Italia erano 1.990.159 e rappresentavano il 3,4% del totale della popolazione residente. C’è sicuramente un aumento, ma non sono dati che giustifichino termini quali "invasione".

2. “Tutti gli immigrati vengono dall’Africa.”

Un accanimento particolare viene riservato agli immigrati provenienti dal continente africano. Forse per il fatto che si tratta di una comunità più compatta e riconoscibile e immediatamente collegabile al mito populista del barcone -- mentre i principali flussi migratori avvengono via terra provenienti dall'Est Europa. Affidiamoci ai dati: sul totale degli immigrati italiani, la maggior parte provengono da Paesi dell'Unione Europea -- Romania (23%), dall’Albania (8,4%) --, seguiti dal Marocco (8%) -- il primo stato africano a comparire nelle statistiche, e poi Egitto (2,4%), Nigeria (2,34%), Senegal (2,10%). Avrete sicuramente sentito dire frasi del tipo: “Non possiamo accogliere tutta l’Africa.” Ecco, tranquilli, che non ce n’è nemmeno bisogno.

3. “Ci rubano il lavoro.”

Siamo onesti: l’Italia ha grossi problemi economici e di disoccupazione. Ma non sono di certo causati né aggravati dall’immigrazione. La ritrosia a investire nel settore della formazione, del lavoro e nelle opportunità per i giovani costringe molti a emigrare. No, non sono cervelli in fuga, sono anche loro degli immigrati in altri paesi alla ricerca di una vita migliore altrove. Bisogna smettere di utilizzare un doppio standard quando si parla di flussi di persone tra stati. La Fondazione Leone Moressa, con il sostegno di MoneyGram, ha pubblicato un rapporto in cui afferma che: “La manodopera straniera appare complementare a quella autoctona, quindi funzionale all’economia italiana.” Qui trovate tutti i dettagli, e la conclusione è chiara: non è vero che una soluzione ai problemi italiani sia l'espulsione degli stranieri.

4. “Aiutiamoli a casa loro.”

La cooperazione allo sviluppo sembra essere la risposta all'immigrazione più gettonata, sia in Italia che in Europa. “Aiutandoli a casa loro, non saranno incentivati a venire da noi.” Ma non è così semplice. Alcuni studi hanno dimostrato che la correlazione tra paese povero e paese ricco è stata sostituita da quella tra paese in via di sviluppo e paese sviluppato. Per una persona proveniente da una paese estremamente povero risulta estremamente difficile trovarsi nelle condizioni per emigrare, mentre chi si trova in un paese in fase di sviluppo ha molte più possibilità di farlo. Paradossalmente, quindi, sono proprio i paesi in fase di crescita a creare più immigrati. È ovvio però che le motivazioni sono tante e spaziano dal semplice volersi spostare, al dover per forza scappare da zone di guerra.

I dati rilevati nel 2013 hanno dimostrato che il 35,5% dei migranti internazionali è costituito da persone che si spostano da un paese in via di sviluppo a un altro. Coloro che migrano dal Sud al Nord del mondo sono numericamente meno -- circa 81,9 milioni di persone -- e rappresentano un terzo del totale del flusso migratorio internazionale, nonché appena l'1% della popolazione mondiale. In Europa, nel 2011 i migranti extracomunitari provenienti da paesi con un basso indice di sviluppo, principalmente dell'Africa subsahariana e dell'Asia meridionale, rappresentano solo il 7,6% del numero totale dei migranti internazionali. Il 92,4% proviene invece da paesi con un livello di reddito medio-alti.

5. “Vengono tutti in Italia. Perché non li prende l’Europa?”

Non possiamo continuare a rifiutarci di accettare che l’Italia sia una penisola in mezzo al Mediterraneo, geograficamente molto vicina agli altri territori che vi si affacciano. È una posizione logistica che può sembrare problematica, ma solo se non si sa come gestirla e utilizzarla strategicamente. Come dimostrato nel punto 2, dobbiamo renderci conto che l'immigrazione avviene principalmente via terra, liberandoci dalla retorica che la classe politica italiana tira fuori ogni estate nei media istituzionali. Per quanto riguarda l'accoglienza da parte di altri paesi europei, i dati raccolti nel 2017 dall'UNHCR (L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati è l'agenzia delle Nazioni Unite) dimostrano che i paesi che accolgono più migranti sono la Germania, la Francia e la Svezia.

6. "Le persone di seconda generazione devono integrarsi.”

Le persone di seconda generazione nate in Italia o arrivate nel paese da piccole non hanno alcun bisogno di un processo di integrazione, né tanto meno di perdere la propria tradizione culturale per annullarla in funzione di quella del paese in cui si trovano -- come se questo processo gli permettesse di non sentirsi "diversi", ma non è questo il significato di integrazione. Per un semplice motivo: sono uguali a tutti gli altri bambini italiani. Seguono il percorso scolastico istituzionale fin dall’asilo nido, frequentano ragazzi e ragazze italiani e, ovviamente, parlano benissimo l’italiano -- cosa di cui molti ancora si stupiscono, ahimè. Quindi, di quale genere di processo di integrazione avrebbero bisogno?

7. “Le persone che ottengono la cittadinanza italiana sono tutte nere e di religione musulmana.”

Questo punto si collega, di nuovo, al 2, quello del falso mito della provenienza degli immigrati esclusivamente dal continente africano. Se la maggior parte non è di origine africana, risulta profondamente errato pensare che sia in corso una specie di sostituzione etnica che porterà l'Italia ad avere un numero sempre maggiore di neri afrodiscendenti con la cittadinanza. Passando alla questione religiosa, un concetto che nel nostro paese fatica ancora a venire assimilato è che la dimensione spirituale è qualcosa di estremamente personale, che non intrattiene un legame univoco con la territorialità. Chiaramente, alla base di questa visione deformata c’è un pensiero profondamente razzista.

8. “Le persone di seconda generazione non studiano e sono propense alle attività criminali.”

Molti genitori sono succubi di questo assurdo pregiudizio, e decidono di non iscrivere i propri figli nelle scuole in cui sono presenti studenti di origine straniera, come se questi esercitassero un'influenza negativa, condizionando i propri compagni di classe a intraprendere la strada della criminalità. Il risultato è un fenomeno di ghettizzazione che si concretizza nella presenza di istituti scolastici frequentati esclusivamente da ragazzi di origine straniera, i quali, nella maggior parte dei casi, non vengono neanche spronati a continuare gli studi. Il paradosso è che sono proprio simili forme di discriminazione a portare molto spesso questi ragazzi nelle mani della criminalità organizzata, dove si sentono inclusi, parte di qualcosa. Ma anche questo non deve diventare uno stereotipo: ci sono tante persone di seconda generazione che finiscono il proprio percorso di studi, si laureano e lavorano nel campo in cui si sono specializzati.

9. “Non ha senso dare loro la cittadinanza così presto, perché molti hanno intenzione di tornare nel loro paese d’origine.”

Questa è la motivazione più utilizzata dai politici per negare la riforma della cittadinanza, che si fa sempre più impellente. Ma si tratta di un pattern che riguarda piuttosto i genitori dei ragazzi di seconda generazione che arrivavano in Italia da giovani, convinti di trovare lavoro e migliori condizioni di vita, con l'intento di mettere qualche soldo da parte e tornare nel proprio paese ricongiungendosi col resto della famiglia. Per molti, la vita non è stata affatto così semplice, e quindi, solo in un secondo momento, hanno iniziato a contemplare l'idea di ottenere la cittadinanza e stabilirsi in Italia. Le seconde generazioni, invece, vivono una realtà completamente diversa. Sono pochissimi i ragazzi che dicono di voler tornare a vivere nel proprio paese d’origine, e anche se fosse, in che misura questo dovrebbe impedire l'ottenimento della cittadinanza? Dare la cittadinanza non significa toglierla a qualcuno.

10. “I ragazzi di seconda generazione sono potenziali terroristi.”

Quando in Francia e in Belgio si verificarono gli attacchi terroristici a opera di giovani di religione islamica, nella cultura Europa si è instillato a questo parallelismo, che ha ammantato di timori e paure la battaglia per una riforma della cittadinanza, dando una giustificazione pseudo-razionale a chi ha sempre voluto impedirla. L’Europa ha cominciato a stigmatizzare ed etichettare i “nuovi europei,” etichettandoli solo ed esclusivamente come "immigrati" e declassanadoli rispetto ai cittadini "europei al 100%" -- come se esistessero cittadini di serie A e B.

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Crediti

Testo di Abril K. Muvumbi
Fotografia di Paolo Testa

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