20 creativi neri su com'è lavorare in Italia quando appartieni a una minoranza

Forse le discriminazioni non sono più in prima pagina sui giornali, ma continuano a esserlo per chi le vive sulla propria pelle.

di Sumaia Saiboub
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31 luglio 2020, 4:00am

Ci sono questioni che in Italia, ancor più che nel resto del mondo, continuano a essere tabù. Il razzismo è senza dubbio una di queste. Dopo le manifestazioni antirazziste che dagli Stati Uniti si sono diffuse in tutto il mondo abbiamo iniziato una serie di conversazioni sul tema, ma l’impressione è che sia trattato di una breve parentesi destinata a chiudersi presto, scivolando senza far rumore al di fuori dall’agenda del dibattito pubblico.

Ma il problema dei tabù è che il silenzio da cui sono circondati, e dal quale spesso riemergono solo per qualche istante di notorietà, genera bolle di ignoranza da cui si originano stereotipi e sentimenti di odio. Gli esempi sono innumerevoli, come le banane lanciate ai politici neri, gli appellativi razzisti con cui è stata chiamata l’attuale europarlamentare e ministra dell’integrazione del governo Letta Cecile Kyenge, i cori razzisti contro i giocatori di calcio neri e le blackface sulle tazzine da caffè, giusto per citare alcuni degli esempi più mainstream.

Tutto questo prende il nome di razzismo endemico: pratiche di discriminazione subdole, silenziose e radicate nella società che la maggior parte delle persone neanche si accorge di mettere in pratica. A livello concreto, il razzismo endemico si traduce in mancanza di opportunità, esaltazione di canoni estetici caucasici, pregiudizi e narrazioni estremamente superficiali delle minoranze e diversità.

Dunque, siamo tutt* parte del problema. E spetta a tutt* fare qualcosa per cambiare la situazione. Prima di tutto, aprire delle conversazioni sul tema che siano oneste, schiette e propositive. Ed è per questo che abbiamo contattato 20 creativi neri per chiedergli cosa pensano della situazione italiana e di come sia lavorare qui.

Tamu Mcpherson, Digital Creator, Milano

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
Vivo e lavoro a Milano, una città dove ci sono sempre nuove tendenze e spunti per la ricerca e la creazione di contenuti. La mentalità italiana in senso più generale, però, è chiusa su tanti temi: uno di questi è il razzismo. Siccome l’Italia non ha avuto una storia di schiavitù moderna e il periodo coloniale rimane ancora un tabù, nelle scuole non si insegna la storia del razzismo, a differenza di altri paesi come l’Inghilterra, la Francia o l’Olanda. La conseguenza è che alcuni italiani sono razzisti senza neanche rendersene conto. Lo si nota nei media, nella pubblicità e nella moda, dove non vengono rappresentate persone di colore, ma anche nelle conversazioni quotidiane, spesso complici inconsapevoli del sistema. Questo ambiente ha creato delle grandi discriminazioni.

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Ho avuto abbastanza successo nella mia carriera fino a oggi. Ma sono sicura che se fossi una creator bianca, avrei ricevuto più opportunità. Il razzismo endemico è insito nelle fondamenta più profonde della società. Anche se non ho mai subito discriminazioni dirette, il sistema è strutturato in modo da  limitarmi su diversi livelli.

Edward Buchanan, Fashion Designer, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Assolutamente sì. A tanti miei colleghi (alcuni dei quali con meno esperienza e riconoscimenti di me) sono state offerte molte più opportunità e incentivi per crescere nel mondo della moda. I miei capi hanno sfilato con Pitti due volte e ho la mia collezione con Sansovino6 da più di 15 anni, eppure sono ancora considerato un giovane designer. I reclutatori sembrano riluttanti all’idea di inserirmi all’interno di compagnie dove non ci sia una persona nera a capo delle risorse umane, dunque è evidente che le mie possibilità vengano ridotte.

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana? 
Il problema centrale è che non esiste un sistema per capire quante persone di colore lavorino all’interno delle case di moda italiane, e in assenza di trasparenza e informazione è impossibile individuare il problema e iniziare a lavorare per risolvere. Molti dei brand più noti al mondo hanno fatto passi falsi rispetto alla questione dell’inclusività: ingaggiare modelli e testimonial neri è facile, perché durano una stagione, il vero problema è assumere persone nere nel proprio team; c’è bisogno di leader neri per cambiare il volto della supremazia. C’è ancora molta strada da percorrere.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come? 
Il cambiamento non accade solo parlandone, c’è bisogno di agire dall’alto. Organizzazioni come la Camera Nazionale della Moda Italiana dovrebbero impegnarsi sempre di più per affrontare e smantellare il sistema razzista dalle fondamenta.

David Blank, Cantautore, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro?
Sicuramente è positivo il fatto che ci sia un vuoto da colmare, uno spazio in cui gli emarginati possano esprimersi e fare parte delle voci fuori dal coro. Ma basta guardare le classifiche o il catalogo di artisti delle varie etichette, sia indipendenti sia major, per capire qual è la situazione nell’industria della musica: si possono contare le persone nere e LGBTQ+ sulle dita di una mano. Una persona caucasica è considerata più credibile nel mio lavoro; io sono “bello” solo se sto dietro, come ballerino o comparsa, non come protagonista.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Per un discorso veramente antirazzista in Italia bisognerebbe prima di tutto smettere di negare l’esistenza stessa del razzismo. La maggior parte delle persone pensa che basti avere rapporti con una persona nera o ascoltare musica nera per essere antirazzisti. Manca invece coscienza storica: l’Italia è stata colonizzata e ha colonizzato, il DNA italiano “puro” non esiste, eppure litighiamo per chi sia “l’italiano vero.” Sento però che c’è aria di cambiamento: le nuove generazioni non stanno più zitte.

Jon Bronxl, Photo Artist e Art-Director, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Personalmente, credo di essere stato agevolato per via del mio modo di vivere, poco africano e molto italiano, dunque il focus era sempre e solo sul mio lavoro. Di fatto, sono sempre stato l’unico afro-italiano in ogni contesto in cui mi sono trovato. Sono forse uno dei pochi che può dire che c’è l’ha fatta in Veneto, la regione considerata più razzista di tutte, ma non ho fatto niente di speciale, se non mandare curricula in giro finché non sono stato assunto.

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana? 
Credo che non sia l’industria il problema, ma il modo in cui si atteggiano i giovani afro-italiani nei confronti del settore creativo. Chi si realizza sembra un mito, un’eccezione; così i genitori spingono le seconde generazioni verso lavori più canonici, come il medico, l’ingegnere o l’avvocato, facendo studiare ai propri figli cose che non gli piacciono. Io al contrario ho scelto di studiare moda, e i miei genitori hanno capito l’importanza di lasciare libera scelta. Voglio solo dire ai ragazzi afro che vivono in Italia di darci dentro e cercare di fare del proprio meglio ovunque siano. Possiamo essere anche noi dei Iddris Sandu, Santia Deck, Talibah M. Bayles, Latosha Stone, Michael V. Drake, Layla Wallace—e molti altri esempi nel mondo.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Il termine “di colore.” Mi dà davvero fastidio, è come se le persone nere fossero le uniche ad avere un colore. Siamo tutti di colori diversi. Consiglierei l’uso di “afro-italiano”, se no “africano”. Poi, se si conosce la provenienza specifica, si può anche essere più specifici; nel mio caso, italo-ghanese.

Sandra Nikoko, Creative Producer e Talent Scout, Milano

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Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
L'Italia è un paese pieno di bellezza, storia e cultura, ma questa ricchezza può essere anche un limite: contribuisce ad alimentare un atteggiamento conservatore, legato alla tradizione e insofferente al cambiamento. La conseguenza sul piano lavorativo è un sistema non meritocratico e poco diversificato. Le mie agenzie Konet Creative e Seeking People sono nate proprio con l’obiettivo di dare una mano ai talenti che faticano a emergere perché non corrispondono ai canoni. Quando faccio ricerca, quello che ricerco è il talento, l’originalità, non importa di che colore sia.

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Spesso sono le persone che lavorano con me a porre in chiave problematica il fatto che io sia nera, stupendosi di dove sono arrivata e considerandomi sempre “fuori posto” rispetto al lavoro che si aspettano faccia una ragazza nera, e questo. Mi fa sentire a disagio. Questa percezione è il risultato di un paese che non dà quasi mai la possibilità a persone nere di ricoprire ruoli nel mondo dell'arte e della cultura, se non per trend momentanei.

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana? 
L’assenza di inclusività è stata lampante proprio in questo periodo nell’eccesso di inclusività, falsa e non sentita, da parte di molti brand, sia in Italia che all'estero. “Excusatio non petita, accusatio manifesta”. Non fraintendetemi, il fatto che si sia innescato un cambiamento è positivo, ma il rischio è che si facciano un passo avanti e tre indietro nel giro di un mese. L’inclusività non è un lasciapassare, né si risolve solo attraverso l’assunzione di persone nere. Vorrei che non essere razzisti non fosse un trend, che smettessero di assumere personalità nere per avere il “fattore black,” che tutti possano sentirsi a proprio agio nella propria pelle e con la propria provenienza. Mi sento fiera di poter affermare che la mia inclusività non è iniziata nel 2020. Ma non è mai tardi per iniziare.

Stephen Ajao, in arte Steph J., Fashion Entrepeneur, Editor e Art Director, Milano

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
L’Italia è un paese ricco di storia e cultura, e presenta paesaggi ambientali davvero unici nel mondo: credo che questo aspetto sia incisivo per qualsiasi artista. Rispetto ad altri stati europei ed extraeuropei credo che alle volte si pecchi di mentalità, per ciò intendo la volontà di mantenere sistemi chiusi quando esempi di stesso genere dimostrano che il miglioramento spesso è frutto della contaminazione.

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Difficile da dire ma in generale no. Sicuramente il mercato creativo è differente rispetto altri e fortunatamente talento e creatività vengono riconosciuti. Chiaramente per farsi notare bisogna sudare un po’.

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana? 
Per come la vedo io l’inclusività sta nel modo di concepire il mercato come un sistema chiuso. Alle volte vengono negati spazi e possibilità a persone nuove o straniere solo per non variare i circuiti e questo ne condiziona poi la crescita. Interculturalità e scambi viaggiano di pari passo con arte e design.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Bisogna sempre ricordarsi che il razzismo purtroppo nel nostro paese è quasi ovunque e non sempre è esplicito, anzi molte volte sta nelle piccole cose. Per questo motivo per provare a comprendere il prossimo va fatto davvero un grosso sforzo di immedesimazione.”

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come? 
Sinceramente lo spero. L’Italia è ancora indietro rispetto altri stati, però ci si muove tutti verso una direzione comune. Col passare del tempo la gente sarà sempre più abituata alla diversità etnica e questo favorirà sempre di più l’integrazione fra le diverse etnie che compongono la nostra società.

Rediet Long, in arte Red, Artista, Designer, Scultore e Dj, Milano

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Penso che il razzismo sia una grave malattia che colpisce sia il bianco caucasico che il nero troppo fiero delle proprie origini. Vorrei che entrasse in testa a tutte le persone quanto sia infondato il concetto di razza. Prima di pensare di essere neri bianchi, gialli o verdi, vorrei che ciascuno si soffermassero sul concetto di essere umano; il colore della pelle, le usanze e le culture sono poi il bagaglio che arricchire le singole persone.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come? 
I recenti avvenimenti negli Stati Uniti hanno dato una scossa a tutto il mondo. Ciononostante, penso che molti tendano a calcare troppo la mano sul cambiamento immediato e radicale: l’odio genera altro odio, l’aggressività genera aggressività; non sono atteggiamenti che possono portare a una crescita. Non può essere tutto “nero” o tutto “bianco”.

Oyenekan Oluwademilade, Studente di Fashion Design, Fotografo, stylist e Fashion Influencer, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Sì, penso di aver incontrato molte più difficoltà in quanto ragazzo nero. A livello pragmatico, ho notato che a me viene richiesto di lavorare dieci volte di più per riuscire a ottenere una possibilità, a prescindere dal mio talento. Il problema dell’Italia è che i black creative sono sottostimati, sottovalutati, sottopagati—o non pagati affatto— e ancora rappresentati solo limitatamente.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come? 
Non penso le cose cambieranno, almeno non drasticamente. Sarà un processo graduale. Dobbiamo imparare che siamo tutti esseri umani e trattarci reciprocamente con amore, rispetto e gentilezza. Solo così possiamo crescere come comunità.

Johanne Affricot, Culture Curator, Roma

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
Per i lati positivi del lavorare in Italia, inizio con dei cliché: il clima e il cibo. Poi c’è la bellezza della mia città, Roma, che per quanto possa avere tanti problemi, è sempre la mia Roma e non credo sia facile da gestire; Milano, una città viva e dinamica, con cui creo sempre belle connessioni. Lati negativi, esistono, come in tutti i paesi, e hanno sfumature e pesi diversi, ma il principale è l’esclusione strutturale delle cosiddette minoranze dalle industrie culturali, artistiche, creative. Non amo però soffermarmi troppo sul problema, per mia natura, ma sulle soluzioni. Una di queste, per quel che riguarda la nostra piattaforma e collettivo GRIOT, è puntare a creare uno spazio fisico culturale, artistico e creativo transdisciplinare attraverso il quale sviluppare anche relazioni con altre realtà italiane e internazionali, in cui si possa creare, sperimentare, parlare, incontrarsi, approfondire e portare in una superficie più fisica, corporea, pluralità di pensiero, pratiche e prospettive invisibilizzate.

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana?
Dipende dalla prospettiva da cui la guardi. Se parliamo delle nostre industrie della moda, delle arti, della cultura, dell’arte, abbiamo un serio problema di inclusione di italiani neri e italiani figli di più culture. Bisogna tenere conto però anche di altri livelli che pesano su questa condizione: opportunità di accesso alla cultura e alla formazione; classe di appartenenza, sia sociale che culturale; reti di conoscenze e di socializzazione culturale e artistica. Stiamo però vivendo una fase di passaggio, evoluzione azzarderei, che non è iniziata ieri (in questi giorni l’avvertiamo di più perché media e brand—non tutti—stanno cercando di recuperare il ritardo e colmare responsabilità su queste questioni) e le industrie creative, le istituzioni culturali e artistiche, così come media e brand, dovrebbero accompagnarci e sostenerci realmente in questo percorso di autodeterminazione, che andrebbe a vantaggio della società tutta, sempre più plurale.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere?
Mettersi in ascolto di chi è discriminato e razzializzato è il punto di partenza. Non sostituirsi alle voci discriminate, ma fare un passo indietro e accompagnarle. Riconoscere il pericolo concreto di poter cadere, o di essere già caduti, nelle maglie del “whitesaviorism” (sindrome del white savior) e quindi provare a spogliarsi della propria autoreferenzialitá. Trasformare la lotta antirazzista da momento a bisogno.

Tommy Kuty, Musicista, Milano e Brescia

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Credo che la mia storia sia piuttosto eloquente. A 21 anni mi ero già laureato all’Anglia Ruskin di Cambridge, prima di tutti i miei coetanei, parlavo inglese, francese, tedesco, avevo esperienze lavorative negli Stati Uniti nel campo della comunicazione. Il massimo che sono mai riuscito a ottenere in Italia è stato uno stage pagato a 500 euro al mese. Insomma, ho dovuto faticare il triplo o forse il quadruplo. In Italia non ci sono celebrità nere davvero famose che riempiono gli stadi, c’è un problema di fondo di accettazione ed educazione alla diversità. Pensa che quando lavoravo in una major musicale italiana ero l’unico artista nero e nel momento in cui ho affrontato la questione non hanno saputo rispondermi.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Bisogna dare spazio alle minoranze affinché possano parlare e raccontare le proprie esperienze. In televisione si è affrontato il Black Lives Matter senza neanche una persona nera, c'erano solo i soliti conduttori che discutevano tra di loro. Il problema cruciale è quello della mancanza di rappresentazione. C’è bisogno di azioni concrete anche da parte di noi ragazzi afro-italiani.

Kevin Marcos Lopes Silva, Dj e Producer, Milano

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
L’Italia è un paese stimolante e in costante evoluzione, che, seppur lentamente, riesce ad adattarsi agli standard europei e persino a emergere con le sue eccellenze. Uno degli aspetti che proprio non sopporto è la tendenza a fare scelte per moda, per seguire un trend, senza che ci sia dietro una reale consapevolezza, un’ideologia o un forte gusto personale. Inoltre, mi infastidisce molto l’immaginario stereotipato con cui l’italiano medio vede la cultura musicale black. Questo perché si tratta di un settore ancora poco inclusivo.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Non è più tempo dei discorsi, servono a ben poco, se non a sensibilizzare chi già è vicino alla causa; o a volte sono persino fuorvianti—c’è davvero bisogno di dire che una persona nera è uguale a una bianca? Ci vorrebbero più fatti e atti concreti per arrivare davvero a una società inclusiva, che garantisca pari diritti per tutti.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
La situazione è difficile. Ci sono più di 1 milione di persone (di cui 800 mila minori) che sono nate in Italia o sono arrivate in giovane età che sono ancora considerate straniere dallo Stato; nonostante l’italiano sia la loro lingua madre, siano cresciuti immersi nella cultura e nelle tradizioni italiane, studino e lavorino qui, paghino le tasse, etc. Lo ius sanguinis, alla base della legge 91/92, è il nodo centrale da sciogliere.

Maurilio in arte Kobramulato, Artista e Modello freelance, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Sì, penso che rispetto a  una persona caucasica dobbiamo faticare di più. Oltre a dimostrare ogni giorno a noi stessi che siamo persone valide come chiunque altro, corriamo sempre il rischio di trovarci a interagire con persone razziste e ignoranti, subendo pesanti discriminazioni.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Penso che una società moderna, per essere chiamata tale, debba essere antirazzista, ma la nostra non è ancora arrivata a quel punto. Per riuscirci, la prima cosa da fare è permettere di parlare in prima persona a chi vive quelle esperienze, limitandosi ad ascoltare. Prima del colore della pelle siamo essere umani, e quello che vogliamo è essere considerati tali; vogliamo l’uguaglianza, il rispetto ed empatia; vogliamo che le persone caucasiche capiscano gli errori che fanno quotidianamente (micro-agressioni); vogliamo essere ascoltati quando parliamo delle difficoltà che affrontiamo, delle discriminazioni che subiamo, del malessere che proviamo, delle esperienze che viviamo.

Lina Giselle, Digital Specialist e Modella, Milano

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
A essere sincera, devo ancora sperimentare i lati positivi del lavorare in Italia. Non sopporto tante cose: la mancanza di opportunità per i giovani, il fatto che le aziende si aspettino che tu sappia fare di tutto e di più, anche se cercano una figura junior/entry level, la mancanza di multiculturalismo e inclusività negli organi direttivi aziendali, lo sfruttamento del tirocinio e la difficoltà di ottenere un contratto a tempo indeterminato.

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Molto probabile. C’è sempre la possibilità che il datore di lavoro sia razzista, abbia pregiudizi nei confronti degli immigrati e delle persone nere, e io non posso fare niente se non sperare che questa persona vada oltre i suoi stessi bias, senza che incidano sul mio valore professionale. Non credo che una persona bianca, quando invia il proprio CV, si debba preoccupare di venire scartato solo perché ha un colore della pelle o un nome “diverso”. In Italia tuttora non si dà fiducia all’immigrato (sopratutto a chi viene da paesi del terzo mondo o paesi molto poveri), ci si aspetta che faccia lavori cosiddetti “umili”, a prescindere dalle sue competenze.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
Credo che ci sia ancora tanto lavoro da fare, però quest’anno col movimento BLM qualcosa si è mosso. Prima di tutto, bisognerebbe ascoltare di più chi subisce il razzismo e smetterla di spendere tutte le energie sul difendere quanto l’Italia sia o non sia razzista, spesso senza avere conoscenze sull’argomento. Perché in Italia ci sia il vero cambiamento, bisognerà dare opportunità alle persone di colore in tutti i settori e tutti gli organi della società, perché se il gruppo di persone che prende le decisioni non è diversificato e inclusivo, come si può aspettare una società diversificata e inclusiva?

Perla Isabel, Modella Freelance, Milano

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
Il lato positivo di lavorare nell'industria della moda italiana è che ho la possibilità di normalizzare e integrare la bellezza afro-latina attraverso la mia arte, la mia immagine. Il lato negativo è che non ho lo stesso spazio e la stessa visibilità rispetto a chi fa il mio stesso lavoro ma è una persona bianca/caucasica. Il mercato della moda italiana ti fa sentire tokenizzato, dato che spesso sei l’unica persona di colore su un intero set e sei lì solo per rispondere a un trend momentaneo. Ci sono state innumerevoli situazioni in cui il team make-up & hair non aveva i materiali adatti per la mia pelle, né la conoscenza per trattare i miei capelli.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Credo che le persone debbano essere più coscienti della storia che ci ha portati a essere la società che siamo oggi giorno. Nel caso dell'Italia, insegnare il loro passato coloniale, di cui tanto non si vuole parlare. Durante un discorso antirazzista ciò che non può assolutamente mancare è empatia. Spesso mi sono ritrovata in situazioni in cui veniva smentito e annullato ciò che affermavo, con arroganza, e ho deciso che non avrei più affrontato discorsi razziali con una persona caucasica.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
Credo che le cose cambieranno, ma non così presto. Nel mondo della moda, soprattutto in questo momento, mi sembra che la maggior parte dei brand stiano solo facendo finta di essere degli alleati. Penso che per un cambio reale nelle nostre vite debbano prima evolversi le ideologie e le strutture di pensiero che sono alla base della nostra società e della nostra mentalità, anche a livello subconscio. Nel caso dell'Italia, la partenza è informare sul nostro passato coloniale, di cui spesso si evita di parlare.

Immanuel Velasquez, Modello, Milano

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana? 
Negli anni che ho trascorso a Milano non ho mai riscontrato una mancanza di inclusività. La nostra generazione è cresciuta prendendo molto seriamente la questione dell’accettazione dell’altro e del diverso, che sia per motivi di età, colore della pelle, etnia o religione. Nel mondo del modelling in particolare, il vantaggio competitivo consiste nel tratto che ti distingue, e durante i casting una persona nera si distingue indubbiamente.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
Credo che il mondo in costante evoluzione e cambiamento. Solo dieci anni fa non era minimamente accettato far sfilare un modello nero o curvy. Man mano che la Gen Z crescerà e si prenderà spazio, il mondo continuerà ad andare nella giusta direzione. Le giovani generazioni di colore hanno bisogno di essere ascoltate e incluse nel dibattito pubblico, ottenendo la possibilità di dare voce alla propria opinione.

Jem Perucchini, Artista, Milano

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Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
A differenza di altre nazioni come gli Stati Uniti, l'Inghilterra o la Francia, in Italia non è mai stato affrontato un dibattito pubblico sul razzismo, e questo è un problema. Il rischio, però, è che il dibattito stesso venga strumentalizzato da persone che non credono realmente nella causa o che sfoci in una damnatio memoriae, che cancellando la storia cancelli anche le prove di quello che c’è stato.

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Trovo che adesso si dia più importanza all’appartenenza a un gruppo etnico o di genere rispetto alle competenze professionali della persona. Vorrei che si giudicasse il mio lavoro non perché sono un pittore nero, ma perché sono un pittore e basta. Sono cresciuto con Piero Della Francesca, Giovanni Bellini, Leonardo, Raffaello, Tiziano, non c'è solo il mio aspetto fisico, ma anche il mio bagaglio culturale, e le due componenti non sono necessariamente legate.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
La mia speranza è che si sviluppi una nuova generazione di intellettuali neri che abbia la forza di imporsi nella società e farsi riconoscere, non perché è nera, ma perché ha qualcosa da dire, qualcosa da dare. Vorrei che nelle scuole venissero studiate personalità nere, e non solo perché hanno dovuto combattere per questioni razziali, ma per le loro scoperte e innovazioni. Questa visione deve partire dalla politica, attuando strategie più inclusive, e una classe dirigente che sappia riconoscere il valore di una persona senza soffermarsi sulla sua etnia.

Omar, Cantautore, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Secondo me no, in un modo o nell’altro le occasioni di lavoro si trovano. Se sei in grado di proporre la tua arte nel modo giusto e sei disposto a investire tempo ed energie per cercare opportunità, riesci a sfondare. Il fatto di essere mulatto e avere i capelli ricci mi ha permesso di costruirmi un personaggio fin da quando sono nato, ed stata la chiave per fare funzionare il mio progetto. Credo che le nuove generazioni siano molto più aperte di quelle di prima e non guardino neanche al tuo aspetto, solo la tua musica, e se piace hai successo.

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
Bisognerebbe essere meno performativi nei confronti della questione. Gli atti di razzismo in Italia si verificano da sempre, e non deve prima morire qualcuno in America per spingerci a scendere in piazza e manifestare.

Rayanne Anet, Modello, Milano

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Penso che oggi essere neri possa essere un punto di forza, ed è evidente dalla presenza sempre più numerosa di ragazzi e ragazze neri nell'industria della moda e dalla considerazione data a sportivi, cantanti, modelli(e), attori, influencer, intrattenitori e V.I.P. di colore. Questo ha fatto sì che ciò che prima era considerato "estraneo", “esotico” o “bizzarro” sia stato normalizzato. Negli ultimi anni, anche i canoni di bellezza hanno iniziato a includere anche la bellezza nera. Di fatto, però, riuscire a raggiungere i propri obiettivi se si è neri è un po più difficile, ci si deve impegnare il doppio e si ottiene sempre meno riconoscimento.

Ci fai un esempio concreto, se ne hai, dell’inclusività—o dell’assenza di inclusività—nell’industria creativa italiana? 
Sono venuto in Italia dalla Costa d'Avorio quando avevo 9 anni e non ho mai avuto problemi di integrazione. Durante l'infanzia, però, ero sempre visto come "quello nero", che balla bene perché nero, che corre più veloce degli altri bambini perché nero; in pratica, la tua personalità e la tua identità non sono altro che il tuo colore di pelle. L'essere l’unico ragazzo nero in una scuola o in una classe è una cosa a cui ci si abitua, e diventa la normalità o anche un punto di forza, ma non è facile, e il rischio è sentirsi diversi e inadeguati, invece che particolari e speciali.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
Sono sicurissimo che col passare del tempo le cose andranno sempre meglio e le persone saranno sempre più sensibili nei confronti dell’argomento. Il mondo cambia lentamente, ma cambia, e la speranza è l'ultima a morire. Spero di essere ancora vivo quando non ci saranno più disuguaglianze e ingiustizie nei confronti di nessuno e per nessun motivo.

Omar, Modello, Attore e Architetto, Bergamo

Rispetto a una persona bianca/caucasica, ritieni di aver incontrato maggiori difficoltà nell’ottenere visibilità per te e per il tuo lavoro? 
Il mondo del lavoro in Italia è in uno stato di profonda crisi. Stando alle statistiche, per cercare un’occupazione l’82% degli italiani ricorre al cosiddetto passaparola della propria cerchia di amici, parenti e conoscenti. A imperare, quindi, sono le segnalazioni e le raccomandazioni, alla faccia dei concetti di meritocrazia e talento. Quindi, come si può pensare che un ragazzo nero, figlio di immigrati, in un paese dove non esistono certezze economiche e in cui c’è un forte razzismo endemico possa non incontrare difficoltà nell’ottenere un lavoro rispettabile?

A cosa si dovrebbe prestare più attenzione quando si fa un discorso antirazzista in Italia, a tuo parere? 
La prima cosa è fare capire all'ascoltatore che gli stereotipi non hanno più senso di esistere, e per farlo serve comprendere le sue perplessità e conoscere ciò che avviene in Italia. I discorsi basati sul vittimismo e sullo scontro tra “noi” e “loro” è evidente che non funzionino.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
Le cose stanno già cambiando in meglio, e secondo me un ostacolo assolutamente da superare è la percezione negativa che gli italiani hanno degli immigrati. Ma dipende in primis da noi giovani, figli della diaspora: dobbiamo dimostrare quanto valiamo e che gli stereotipi vengano eliminati una volta per tutte.

Amar, in arte Bloody Amzo, Musicista e Creativo, Milano

Quali sono, nella tua esperienza, i lati positivi del lavorare in Italia? Cosa invece non sopporti proprio?
Il lato positivo del lavorare nel settore musicale in Italia è il fatto di non avere più limiti di ascoltatori e poter diventare artisti internazionali a tutti gli effetti. La cosa che non sopporto di molti italiani è il loro disinteresse nei confronti delle nuove culture e usanze, che li porta rimanere chiusi in un tipo di mentalità limitata e conservatrice.

Credi che le cose cambieranno nei prossimi anni? Se sì, come?
Io più che credere, spero che cambieranno tante, tante cose in Italia. Qui percepisco sulla mia pelle un clima di odio e chiusura mentale, in modo assolutamente insensato e pregiudiziale. Che cambierà è certo, ma non sono sicuro che cambierà in meglio.

Crediti

Testo di Sumaia Saiboub

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