Immagine su gentile concessione di The Sick Oscillator Boy

Il regista che attraversa il web in cerca di fantasmi

Abbiamo intervistato Matteo Masali, aka The Sick Oscillator Boy, per capire cosa ha trovato nei meandri di Google Street View e perché ha deciso di farci dei video.

di Gloria Maria Cappelletti
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10 giugno 2020, 9:19am

Immagine su gentile concessione di The Sick Oscillator Boy

Negli ultimi mesi ci siamo abbandonati più o meno deliberatamente alla seduzione ipnotica del codice liquido, ovvero abbiamo passato più tempo in rete. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui abbiamo assistito ad un'accelerazione di narrative sperimentali in arte digitale.

In questo contesto di lockdown, cancellazione di shootings in location e conseguente dilatazione dell’iperspazio in cerca di paralleli virtuali, il regista Matteo Masali ha riaperto il vaso di Pandora dell'utilizzo di Google Street View nel campo delle arti visive.

Negli ultimi 15 anni ci sono stati una serie di artisti che hanno setacciato i territori del Web per creare i loro lavori. Ricordiamo ad esempio Marco Cadioli, cibernetico e fotoreporter di Second Life, oltre che astrattista in Google Earth, Jon Rafman con il suo progetto seminale 9-Eyes, Doug Rickard e Michael Wolf che hanno invece manipolato Google Street View facendolo diventare da strumento informativo quotidiano a piattaforma generativa di indagini sui temi di surveillance e copyright.

Matteo ha iniziato a navigare i luoghi paralleli di Google Street View per caso, senza un intento preciso. Ma i video che sono nati dai suoi viaggi alternativi si intersecano perfettamente in quel filone di ricerca, diventato un vero e proprio genere fotografico. Matteo ha però aggiunto a Google Street View una nuova dimensione mettendosi in dialogo con i maestri del cinema, sua prima passione, ed il mondo della musica, con Tannen Records, etichetta discografica di eccellenze italiane su vinile.

Il suo lavoro tagliente si affila tra molteplici universi possibili. L’impatto è comunque emotivo, a tratti esistenziale, non necessariamente distopico, nel senso che non si riferisce ad un futuro indesiderabile, ma ad un presente adesivo. Poi, avendo aperto il vaso di Pandora, sono usciti dei fantasmi aumentati. Gli abbiamo fatto un pò di domande per capire meglio la sua vena tech-noir virtuale.

Giochi con i nome d'arte, ora ti firmi the sick oscillator boy, perché hai scelto questo pseudonimo?
In realtà il nome completo sarebbe "the sick oscillator boy goes to Pamplona"; qualche anno fa io ed alcuni amici avevamo creato una band per suonare, con gli strumenti, musica techno. La band si chiamava appunto tsobgtp e non ha mai suonato davanti ad un pubblico. Dopo lo scioglimento mi sono tenuto il nome perché volevo cambiare quello vecchio e questo nuovo era lungo e difficile da ricordare. La mia idea è quella di cambiare spesso nome per non creare nessuna fidelizzazione con ipotetici followers; insomma tutto il contrario di qualsiasi vademecum di social marketing. P.S. io non so suonare nessuno strumento e non ho il senso del ritmo.

Raccontaci cosa fai e di dove sei…
Sono nato a Mantova e vivo in un piccolo paese di provincia. Sono laureato in legge e ho fatto le scuole civiche di cinema a Milano. Come professione faccio video di ogni tipo.

I tuoi lavori indagano una visione algoritmica, transumana, post-umana. Sei d'accordo oppure sto solo proiettando un mio pensiero?
Lo dice meglio Nietzsche: ”Ciò che v'è di grande nell'uomo, è che egli è un ponte e non uno scopo: ciò che si può amare nell'uomo, è che egli è un passaggio e una caduta. Io amo coloro che non sanno vivere, anche se sono coloro che cadono, perché essi sono coloro che attraversano." Alcuni miei lavori vanno in questa direzione.

Cosa ti affascina delle immagini che trovi in Google Earth?
Ogni tanto se scorri con le frecce, nella sequenza di foto, in cui c'è una persona, nell'immagine di quella persona rimane solo un'ombra, una mano, un busto. Mi piace pensare che questa sia una sorta di trasposizione digitale di quello che lasciamo nel nostro passaggio umano, una nostra traccia nei luoghi, un'impressione che abbiamo fatto ad altri. Un segno del passaggio di ognuno di noi ovunque.

Cosa cerchi esattamente, cosa osservi e cosa cattura la tua attenzione quando esplori paesaggi e città in Google Earth?
All'inizio del progetto erano solo gli edifici. Usando streetview dal computer e muovendo la camera con le freccette si creavano delle scomposizioni geometriche dei palazzi e grattacieli. Molto belle esteticamente soprattutto perché non serviva nessuna interpolazione successiva con vari programmi. Poi sono andato, naturalmente, a cercare le persone. Il vecchietto con la borsina di plastica che si gira, per pudore, verso il muro al passaggio dell’operatore Google é la prima persona che ho incontrato. Se gli avessero blurrato anche la nuca sarebbe stato ancora più interessante.

Le persone sembrano fantasmi, non c'è carne, solo tracce frammentate di storia, archeologie senza narrativa.
È la parte più affascinante del progetto. La città si muove e le persone restano immobili. La serie potrebbe chiamarsi semplicemente ghosts. Ci é dato uno spazio ed un tempo, esattamente come nelle foto e nei video, ma con due differenze sostanziali e collegate: mezzo e soggetti sono significanti puri che si combinano con l'illusione dell'esserci li ed ora (risultato dell’interattività). Il vecchietto a Tokyo magari stava facendo altro ma noi applichiamo a lui la prima reazione emotiva pura che la nostra storia ci insegna perché non c’é contesto. Solo spazio che è il tuo tempo. Poi personalmente fin da ragazzo sono rimasto condizionato dal cinema di Straub Huillet che sono I maestri del cinema archeologico e stratigrafico e questa “cosa", per me, un po' si avvicina.

Questa visione pseudo aliena ti ha ispirato qualche riflessione particolare sulla condizione umana?
Ripetibile ed agita.

L’Intelligenza Artificiale potrà mai comprendere il dolore?
Sinceramente non lo so. Conosco poco l'argomento AI, però credo che il problema stia nella incapacità di schematizzare qualcosa che é molto personale, diverso e particolare. Se il post capitalismo trasforma il personale diverso e particolare di ognuno (e ci riuscirà) in qualcosa di standardizzabile non vedo perché AI non possa comprenderlo in termini di schema.

Tu dove sei nei tuoi lavori?
Se qualcuno fa le cose senza stare a pensare troppo a dei tornaconti è possibile che porti con sé i propri fantasmi e ciò che è irrisolto. In questo caso, soprattutto ghostcities, un mondo nel quale nessuno ha uno scopo e un fine, può funzionare da cassa di risonanza di questo stato. Entrare in streetview a cercare cose é una specie di coazione a ripetere dell'irrisolto.

Il lavoro su Google Earth ti ha ispirato qualche pensiero particolare sui temi di digital surveillance, privacy, controllo?
In un primo tempo non ci ho proprio pensato. L'argomento mi interessa il giusto. È sempre una questione di prospettiva; se si raccolgono dati per la salute bene, per orientare la politica male ma se una telecamera dimostra che eri in quel posto in un determinato momento non significa nulla. Poi mi spaventano di più miliardi di telecamere nei telefoni in mano a gente terrorizzata ed arrabbiata. Ne abbiamo avuto un assaggio in questi mesi per la serie sorvegliarsi e punire.

Ribaltando la premonizione di Andy Warhol, credi sia possibile in futuro essere invisibili per 15 minuti?
Sarebbe vivere 15 min alla volta.

E’ più interessante digitalizzare memorie o proiettarsi nel futuro?
Io, per come la vedo, ma non è un assoluto, punterei sulla memoria; il futuro sono ricordi che ancora non abbiamo. È poco ma é l'unico elemento solido da cui partire.

Mi è sembrato di capire che la tua pratica artistica sia particolarmente radicale e legata ad una metodologia latente imprescindibile, hai citato Dogma 95. Hai un decalogo, oppure quali sono le tue regole?
In realtà, a livello estetico e contenutistico, faccio abbastanza quello che voglio. Sono più che altro regole procedurali per limitare in partenza il mio campo d'azione perché le infinite possibilità mi spaventano. Probabilmente sono regole e limitazioni che combaciano con quelle che ho nella vita. Mi sa che é una questione psicologica. Sono tante e variabili, in un progetto avevo deciso che tutte le inquadrature dovevano durare 10 sec, in ghostcities che si dovevano montare le immagini come uscivano dalla registrazione dello schermo (poi ci ho messo un po' di color), per anni nei videoclip era bandito il playback... Sono tante e credo che sia psicologica la cosa.

Sei appassionato di cinema. L'ultimo film che ti ha ispirato?
Durante il lockdown ho visto qualche serie e molti speciali covid ma zero film nuovi. Continuo a riguardare un film di qualche anno fa che parla di fantasmi, scimmie ombra e luoghi in cui si è stati in una vita precedente. "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" di Apichatpong Weerasethakul.

Su cosa stai lavorando oppure qual è il progetto che vorresti realizzare e speri di portare a termine?
Progetti nuovi no. Vorrei continuare sulla strada del videoclip Bucefalo in cui ho inserito personaggi esterni dentro Google Earth. Nel videoclip era super identificabile uno stormtrooper di Star Wars. Adesso vorrei aggiungere gente che non si distingue e che non fa nulla di particolare. Come se un pittore per fare un quadro di un personaggio prima dipingesse le ossa, poi gli organi, le vene, la pelle e poi i vestiti. A cosa serve? A niente però c’é.

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