Antonio Perrone

Fotografando la quotidianità di Zanzibar e Dar es Salaam senza filtri

"Come fotografo sento una responsabilità nei confronti della persona che ho davanti all’obbiettivo: è essenziale creare un'immagine in cui si senta rappresentata."

di Benedetta Pini
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17 giugno 2020, 10:00am

Antonio Perrone

Nelle ultime settimane il mondo intero sta facendo i conti con quell'elefante nella stanza che ci si ostinava da troppo tempo a ignorare, minimizzare o persino negare: il razzismo sistemico. Ovvero quell'insieme di politiche pubbliche, pratiche e sistemi sociali radicati nella società che portano all’esclusione o la promozione di determinati gruppi, provocando forti discriminazioni sulla tipologia di servizi e di opportunità a cui le persone nere o appartenenti ad altre minoranze hanno accesso.

La mancanza di rappresentazione di persone nere sui media è tra le forme più subdole di razzismo endemico. I mezzi di comunicazione occidentali, in primis cinema e fotografia, sono sempre stati complici più o meno consapevoli di questo sistema, introiettando forme di razzismo endemico che deformano e feticizzano le culture lontane, narrate come esotiche e primitive, oppure come violente e disperate. Non si tratta dunque solo di una questione quantitativa, per quanto questo sia il primo step necessario in un'equa rappresentazione di tutte le etnie, ma anche qualitativa: cosa raccontiamo, quando raccontiamo le storie delle persone nere? Le narrazioni semplicistiche e binarie delle minoranze nei media sono una forma di abuso culturale, che di fatto contribuisce a formare e diffondere una mentalità razzista.

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"Il mio obbiettivo è quello di realizzare delle immagini dell'Africa che empatizzino con i soggetti e riflettano allo stesso tempo la mia esperienza personale, trasmettendo la gioia dell'incontrare una comunità anche lontano da casa," ci spiega Antonio Perrone, un giovane fotografo italiano nato e cresciuto a Napoli, ma oggi basato a Berlino.

Durante l'inverno del 2019, quando ancora eravamo liberi di muoverci per il mondo, Antonio ha deciso di partire per un viaggio di circa tre settimane in Tanzania, tra la capitale economica di Dar es Salaam e l'isola di Zanzibar, per immortalare i giovani del posto in immagini in cui potessero riconoscersi e sentirsi rappresentati. "Dar es Salaam è una città caotica, come parecchie metropoli africane, mentre Zanzibar è un vero e proprio paradiso in terra, l'aria è molto rilassata, tutto è lento, c'è un'aria di allegria e di spensieratezza," ricorda Antonio.

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"Come fotografo sento una responsabilità nei confronti della persona che ho davanti all’obbiettivo: è essenziale creare un'immagine in cui si senta rappresentata. Certo, il mio punto di vista c'è, ma passa in secondo piano rispetto a quello del soggetto." E quando ti trovi a scattare in un posto come la Tanzania, questo processo diventa ancor più importante, perché per decenni siamo stati noi occidentali a creare l'immagine dell'Africa che volevamo vedere, vendere e sfruttare.

Ma la macchina fotografica è entrata in gioco solo nel secondo viaggio di Antonio nel continente africano. Prima ha viaggiato in lungo e in largo per il Kenya, da nord a sud, vivendo per un periodo a Nairobi. "L’Africa è un continente che amo e che ho intenzione di continuare a conoscere. Credo che potremmo imparare molto da questi luoghi e dalle loro genti, se solo fossimo più umili e non avessimo così tanta paura di mettere in discussioni i nostri valori e quelli della nostra società, che mostra sempre di più limiti," riflette il fotografo.

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Tutto questo si traduce in una pratica artistica dall'approccio spontaneo, in cui Antonio avvicina informalmente le persone che vuole ritrarre. Spesso si tratta dei ragazzi che incontrava ogni giorno in spiaggia, con cui giocava a pallone, con cui beveva una birra, che gli raccontavano le loro storie e si interessavano alla sua.

"Questa facilità di contatto mi ricorda la dimensione dei giovani di Napoli," continua Antonio, che sta lavorando nel frattempo a un altro progetto, Boys of Naples, incentrato su identità, mascolinità, diversità e rappresentazione. Temi che ritroviamo anche in questa serie in Tanzania, legando a doppio filo le due dimensioni: "Con i ragazzi che ho conosciuti a Zanzibar mi sono sentito come con quelli della mia città. In entrambi i contesti, sono persone da cui sono mi sento naturalmente attratto, in cui un po' mi riconosco e identifico."

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Ma c'è anche l'altro lato della medaglia: una delle conseguenze del capitalismo coloniale è che il controllo di quasi tutte le attività turistiche è rimasto in mano a investitori stranieri. I giovani che decidono di rimanere si danno alle attività locali, come la pesca, o cercano di entrare nel business del turismo, cercando di guadagnare qualche soldo come possono, ma le prospettive economiche non sono delle migliori.

Eppure, riflette Antonio: "Negli ultimi anni le cose sembrano cambiare. Sempre più artisti africani si stanno reimpossessando della propria narrazione, della possibilità di rappresentare se stessi e di determinare una nuova, onesta immagine dell'Africa."

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Antonio Perrone

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