No, il lavoro dei sogni non esiste

E vale anche per il settore creativo, un ambiente regolato da dinamiche di sfruttamento, ritmi logoranti e iperproduttività tossica.

di Eve Livingston
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06 giugno 2022, 10:07am

L'appartamento (1960)

"Trova un lavoro che ami e non lavorerai mai un giorno in vita tua,” disse una volta una persona presumibilmente molto saggia. Eppure, in questo caso, è facile confondere la saggezza con l’ingenuità, perché—come dimostra la maggior parte delle persone che hanno fatto delle loro passioni il proprio lavoro—questa condizione spesso significa non avere mai un giorno libero. Fare di ciò che più ami la tua professione diventa a volte sinonimo di lavoro sottopagato, contratti precari e ritmi folli, per non parlare di manager che non vogliono saperne dei motivi dietro alle condizioni che sollevi, ai “no” che dici e alle richieste di prendere qualche giorno OOO. Ma perché sono proprio i cosiddetti "lavori da sogno" a diventare il nostro peggiore incubo?

Se da un lato troviamo sfruttamento e manager incompetenti in qualsiasi settore professionale, restiamo sempre più sbigottiti a trovarne nel mondo dell’industria creativa—nei lavori cosiddetti “progressisti” o “smart”—, dove le filosofie di aziende dalla morale impeccabile e dai valori inclusivi entrano in evidente contrasto con le dinamiche lavorative che proliferano al loro interno. Nel 2020, per esempio, dopo il loro successo internazionale come nuove frontiere dell’industria mediatica, il blog di modafemministaMan Repeller e il club di networking per sole donne The Wing hanno entrambi dovuto rendere conto del trattamento ingiusto che riservavano alle donne nere che lavoravano al loro interno. Solo pochi anni prima, i principali enti di beneficenza del Regno Unito Oxfam e Save The Children si sono trovati al centro di uno scandalo all'indomani del movimento #MeToo, quando ex lavoratrici hanno denunciato la meschina condotta dei professionisti e volontari che operavano sia all'interno degli uffici che sul campo nei paesi a cui prestavano aiuto. E chi può dimenticare quando il vlog di cucina americano Bon Appetit è stato letteralmente incenerito dalle masse dopo che ex dipendenti hanno parlato della cultura tossica e razzista che regolava le dinamiche professionali?

Ma la triste verità è che niente di tutto questo non dovrebbe sorprenderci. Ogni ambiente professionale nato e cresciuto sotto il capitalismo è intrinsecamente ingiusto e si basa sul benessere economico della classe dei manager a discapito di lavoratori e lavoratrici a cui sono concessi salari, libertà e controllo minimi. Questa dinamica è lampante nelle grandi aziende o industrie che traggono enormi profitti dal personale sottopagato, ma è si insinua anche in realtà e piattaforme più piccole, a volte anche in enti benefici dove il profitto è minimo. E se è il personale a produrre i profitti delle aziende e imprese, nel settore creativo e filantropico i lavoratori e le lavoratrici generano l’impatto culturale che gli enti di beneficenza e lo showbiz desiderano offrire al pubblico. In molti casi, il successo esteriore di un'organizzazione no profit o artistica è direttamente collegato allo sfruttamento del personale o volontar3 che vi collaborano.

A differenza del personale che lavora nel settore pubblico, tutelato dai sindacati, gli ambienti di lavoro come enti di beneficenza, organizzazioni artistiche e media tendono a essere più smart e progressisti, e mancano quasi nella loro totalità di una presenza sindacale. Molti di questi luoghi di lavoro affidano funzioni essenziali come risorse umane e buste paga a piattaforme esterne e a malapena condividono le politiche su come il personale deve aspettarsi di essere trattato. Budget, contratti minimi e collaborazioni precarie spesso significano che 3 manager sono incentivati ​​a risparmiare dove possibile e a sfruttare al massimo le proprie risorse. Aggiungi a queste condizioni l'imperativo morale che caratterizza il lavoro di enti di beneficenza e delle cosiddette organizzazioni progressiste e troverai una situazione contraddittoria e paradossale, dove il personale è sfruttato ma non ha le forze di lamentarsi di un posto di lavoro che agisce per un bene maggiore o uno scopo importante.

Naturalmente, quel lavoro e quei valori sono importanti anche e soprattutto per il personale che ci lavora. Molti di noi sognano lavori nel settore della beneficenza o del no profit perché vogliamo fare qualcosa di impattante e aiutare le altre persone attivamente. È un'aspirazione ammirevole, ma sotto il capitalismo può anche essere usata come arma contro di noi. Un'amica che ho incontrato di recente mi ha raccontato come la sua posizione lavorativa per un ente di beneficenza fosse diventata insostenibile a causa di una retribuzione troppo bassa, orari estenuanti e aspettative irrealistiche dei e delle manager. Le richieste folli della classe dirigente erano giustificate come una parte essenziale della loro "missione" e a3 dipendenti che hanno sollevato le loro perplessità verso queste operazioni è stata riservata una buona dose di sensi di colpa, frustrazione e inadeguatezza, come se non accettare quelle condizioni significasse voltare le spalle alla missione.

In alcuni ambienti di lavoro, questa dinamica si verifica in maniera ancora più cinica, sotto forma di vantaggi e benefici inconsistenti, che spesso prendono il posto di diritti e tutele reali. Chi non ha mai sentito parlare di una start-up con birra gratis e partite di calcetto, dove però prolifera una cultura d'ufficio discutibile e contratti precari? Industrie desiderabili come quella della moda, dei media e delle arti lavorano con la consapevolezza che molte persone ucciderebbero per un lavoro come il loro. Nel caso degli stage non retribuiti, per esempio, la classe dirigente paga in una moneta ormai conosciuta come “visibilità” offrendo un ruolo nell'organizzazione come scambio equo. Di riflesso, chi fa lo stage si trova a sborsare centinaia se non migliaia di euro per alloggi e spostamenti solo per essere sgridati da persone più anziane di loro ed essere invitat3 a eventi del settore e guadagnare 0 euro nel frattempo.

E anche il concetto stesso di "lavoro da sogno" ha avuto un impatto importante sul lavoro. Chi lavora nell’industria del sesso, per esempio, occupa uno spazio controverso in termini professionali, visto che molte persone si rifiutano persino di classificare il loro lavoro come tale. Chi si oppone a considerare il sex work un lavoro vero, spesso attinge proprio dalla nozione di “lavoro dei sogni”, esprimendo le proprie perplessità a colpi di “una persona non nasce con il sogno di essere una prostituta” o “non potrei mai fare un lavoro così svilente e deprimente.” Ecco, queste frasi hanno un impatto nel mondo reale e chi lavora nell’industria del sesso si trova a non avere ancora accesso a tutele e diritti sul lavoro—e quelli che possiedono sono comunque precari e volatili.

La realtà è che tutti e tutte noi dobbiamo lavorare per sopravvivere sotto il capitalismo, qualunque cosa finisca per diventare il nostro lavoro. Sfatare il mito dei lavori dei sogni e che trovare il nostro posto nel mondo debba essere necessariamente collegato al lavoro che facciamo potrebbe aiutarci a pensare collettivamente a come migliorare le cose, piuttosto che lasciare che la classe dirigente ci divida e governi incontrastata.

Quindi, alla fine, esistono davvero i lavori da sogno? Finché vivremo sotto il capitalismo, purtroppo no. Ovviamente lo scopo della maggior parte delle persone è sentirsi realizzate e fare la differenza, e non c'è niente di sbagliato nell'avere ambizione o dedizione per ottenere questi sogni. Ma se scopriamo a nostre spese che non è tutto oro quel che luccica, dobbiamo tenere a mente che il problema non siamo noi, ma il lavoro in sé. E liberarsi dalla morsa dell’idea di un lavoro dei sogni potrebbe essere il primo nostro sogno a realizzarsi.

Questo articolo è comparso originariamente su i-D UK.

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