Rave, performance, trip psichedelico: questa la A/W20 di Marni

“Tutto era incentrato sul trovare la bellezza nella persistenza della memoria e negli avanzi.”

di Osman Ahmed
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13 gennaio 2020, 9:06am

Dopo un tunnel di ferro illuminato di blu, una dancefloor distopica dove dei performer si muovevano nella penombra ha accolto gli spettatori della sfilata di Marni. Nessuna passerella. Nessun posto a sedere. Nessuna luce che illuminava a giorno. Solo suoni onirici e figure nascoste nell’oscurità. La sfilata era l'esito di una collaborazione tra il direttore creativo di Marni, Francesco Risso, e l’artista Michele Rizzo, per esplorare la musica club trance al fine di elaborare una riflessione “sull'individualità e le modalità di collettivismo.”

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Per tutta la durata della sfilata, i performer ballavano girando in tondo seguendo traiettorie circolari infinite, muovendosi fino allo sfinimento, per esaltare la persistenza dello scorrere del tempo. Una performance stilosa e affascinante, ma anche funzionale: i vestiti continuavano a ripresentarsi sotto gli occhi degli spettatori da prospettive sempre diverse, scorgendo una bellezza nascosta dietro dettagli che prima ci erano sfuggiti; l'impressione era quella di continuare a vedere gli stessi look ancora e ancora, come se i nostri occhi fossero vittima di qualche trucco ipnotico.

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Francesco ha spiegato che la performance è stata ispirata ispirata dal racconto La Maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe. La storia narrata è quella di un principe che sfugge la peste rifugiandosi nel suo palazzo, dove trascorre il tempo inscenando balli in maschera. “Questa era la nostra corte di Prospero, che balla per la scomparsa dell’amore, finché un bagliore di vita spazza via il concetto di moda,” ha raccontato. Parole molto forti per un designer di moda. Ma non c’era da aspettarsi di meno, visto che Francesco è una delle figure più visionarie e all’avanguardia in tutta Italia, che supporta inoltre la causa dell’upcycling e della sostenibilità.

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Molta di questa collezione AI20, che lui descrive come una “uniforme multiforme, neutrale e grafica”, è stata infatti realizzata con materiali di scarto direttamente dagli anni ‘50, rammendati con satin e pelle, o tinte a mano per creare “ibridi del passato”. Mentre la maggior parte della moda upcycle cerca almeno di apparire pulita e nuova, questa collezione presenta molti pezzi che sono stati lasciati intenzionalmente spiegazzati e stracciati, come se fossero stati recuperati direttamente da una discarica o da un armadio infestato da tarme e falene.

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“Tutto era incentrato sulla ricerca della bellezza nella persistenza della memoria e negli scarti,” ha spiegato Francesco. “Come se l’antologia di un oggetto prendesse vita.” Per questo i capi erano intenzionalmente fuori scala — alcuni troppo lunghi, troppo larghi, troppo stretti. La collezione incarna una folla colorata di persone, resa ancora più vivida dai performer e dai ritmi sempre variabili dei loro movimenti. La lezione da imparare era una: che tutto quello che è vecchio può essere nuovo ancora, e ancora, e che i vestiti di seconda mano sono il futuro.

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Chi può sapere da quanto i performer erano lì? Forse da sempre? Forse erano davvero degli spiriti o dei fantasmi? La storia di Allan Poe finisce con la morte di tutti i partecipanti al ballo di Prospero, ed è un’allegoria dell’inevitabilità della morte. Nel caso di questa sfilata, la conclusione più ovvia sembra l'inevitabile morte del nostro pianeta. Francesco, comunque, sembrava positivo: “Questa è solo una danza che ci porta verso la fine e l’inizio di un amore, non della morte,” ha insistito. “È la partecipazione a un movimento che ti permette di essere un’energia di propulsione.”

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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